«A distanza di anni, ancora mi domando che cosa si dicevano i due autisti del furgone scuro mentre trasportavano la mia mamma morta al cimitero lontano. Era un viaggio lungo, di oltre trecento chilometri, e benché l'autostrada fosse sgombra, il nefasto carro procedeva lentamente. Noi figli seguivamo in macchina ad un centinaio di metri e il tachimetro oscillava sui sessanta-settantacinque, forse era perché quei furgoni sono costruiti per andare lentamente ma io penso che facessero così perché era la regola, quasi che la velocità fosse una irriverenza ai morti, che assurdità, io avrei invece giurato che a mia mamma sarebbe piaciuto correre via a centoventi all'ora, la velocità se non altro l'avrebbe illusa che era il solito spensierato viaggio estivo per raggiungere la nostra casa di Belluno. Mi domandavo di che cosa stessero parlando perché quello era l’ultimo discorso umano, le ultime parole della vita che mia mamma poteva udire…. Niente? Proprio niente rimane. Di mia mamma non esiste più nulla? Chissà. Di quando in quando, specialmente nel pomeriggio, se mi trovo solo, provo una sensazione strana. Come se qualcosa entrasse in me che pochi istanti prima non c’era, come se mi abitasse un’essenza indefinibile, non mia eppure immensamente mia, e io non fossi più solo, e ogni mio gesto, ogni mia parola, avesse come testimone un misterioso spirito. Lei! Ma l’incantesimo dura poco, un’ora e mezzo, non di più. Poi la giornata ricomincia a macinarmi con le sue aride ruote».

Due cose mi colpirono il giorno in cui ascoltai per la prima volta – passava alla radio - il breve racconto autobiografico di Dino BuzzatiI due autisti: la struggente curiosità dell’autore, che si chiedeva quali parole, quali discorsi, avesse ascoltato la madre nel suo ultimo viaggio in auto con due sconosciuti autisti, e il contrasto, dolce e amaro, tra un carro funebre che avanza con lentezza rispettosa e l’anziana defunta, che probabilmente avrebbe invece apprezzato di gran lunga la velocità di crociera di una Spider testa rossa. Trovavo anti-retorica, e molto divertente (nella tristezza) l’immagine di una vecchia signora che sfreccia al limite della velocità verso l’ignoto.

Il fattore vulnerabilità

Ma un vecchio, si sa, non corre a cento all’ora. I vecchi sono anziani. E sono vulnerabili. L’idea di vulnerabilità è riapparsa - relativamente di recente - in filosofia e in bioetica, e ha radicalmente messo in discussione l’insieme delle problematiche, dei principi e delle priorità dell’etica applicata. La parola «vulnerabilità» (dal latino vulnerare, ferire) significa letteralmente «suscettibile di essere feriti».

Figurativamente, essa rimanda alla precarietà di una condizione segnata dalla possibilità della violazione e del limite, spesso definita da gradi diversi di debolezza, dipendenza, mancanza di protezione. Il fatto che si rivendichi l’esistenza di un principio di vulnerabilità sembrerebbe così aprire il discorso morale ad una sensibilità rinnovata nei confronti di varie forme di vulnerabilità (si prenda, solo come esempio, la vulnerabilità infantile).

La Vecchia - Giorgione, olio su tela, 1506 circa

La vulnerabilità è diventata così, oggi, un concetto chiave: le linee guida di ogni ricerca bioetica identificano il bisogno di protezione di soggetti considerati come vulnerabili, i principi dell’etica clinica si fondano su un’idea di vulnerabilità associata alla perdita di salute, e l’etica medica pubblica è sempre più coinvolta dalle diseguaglianze sanitarie – Ebola o Covid-19 insegnano – che le popolazioni più vulnerabili sperimentano.

Se consideriamo la letteratura, osserviamo tuttavia due evidenze: la prima riguarda il fatto che vi sono due concezioni di vulnerabilità all’opera: esiste una inerente e inevitabile vulnerabilità come parte della condizione umana, che potremmo definire come vulnerabilità universale; ed esiste una vulnerabilità associata a fattori più contestuali, come per esempio l’incremento della precarietà o dei fattori di rischio e di danno per quanto riguarda particolari individui, o categorie di individui (come i soggetti anziani). La seconda evidenza ha ricadute più preoccupanti: persiste infatti una mancanza di chiarezza concettuale sulla vulnerabilità, che induce a confusione su chi sia/siano i soggetti vulnerabili, e su quali siano i diritti di cui sono titolari tali soggetti, nelle aree della health care, della ricerca, dell’ambito pubblico, e anche dell’economia.

Il perimetro della Silver economy

Se prendiamo questo ultimo ambito, per esempio, osserviamo quanto la cosiddetta “Silver Economy” offra importanti potenzialità, in termini di erogazione di servizi sanitari e di offerta di beni e servizi per la terza età, che spaziano dai servizi residenziali a quelli culturali e ricreativi, ai viaggi e al turismo, alla domotica e alla robotica ageing-dedicata, all’alimentazione.

Tradizionalmente il perimetro della Silver Economy è identificato dalla quota di spesa pubblica per il capitolo “vecchiaia” (che vale circa il 27% del totale, secondo fonti Istat). In realtà, tuttavia, gli ambiti che compongono l’economia della terza età sono più numerosi e rappresentano una fonte importante di domanda potenziale e quindi un’opportunità per il sistema economico. In particolare, il numero di over 65 è previsto aumentare ininterrottamente fino al 2047, quando sarà pari a quasi 20 milioni di persone, e negli anni successivi è stimato ripiegare marginalmente fino a raggiungere nel 2066 i 17,8 milioni.

Se seguiamo i dati Istat, nel 2018 si rileva che l’indice di vecchiaia, calcolato come rapporto tra over 65 e popolazione giovane (under 14) ha raggiunto il massimo storico di 173,1. Ciò significa che in Italia ogni 100 giovani ci sono 173 anziani; nel 2000 erano 130, nel 1980 il rapporto era intorno a 58, segnalando dunque una situazione inversa.

 

La situazione: 173 anziani ogni 100 giovani

Tradizionalmente tutti gli aspetti legati all’invecchiamento della popolazione italiana sono trattati dal lato dei costi, assumendo implicitamente che il fenomeno si configuri come un peso per la collettività. Ma La cosiddetta Silver Economy ha un perimetro largo. Se seguiamo Eurostat, nel prossimo decennio si assisterà a un aumento della dimensione della Silver Economy: sotto l’ipotesi che la propensione al consumo rimanga costante, nel 2030 la quota dei consumi degli over 65 varrà il 25% del totale. Tradizione, tuttavia, non sempre è sinonimo di giustificazione.

Fonte: European Commission

Se, infatti, sembra corretto sostenere che gli anziani trainino i consumi, se negli anni della crisi del 2009/2014 gli anziani da soli hanno aumentato la spesa per consumi del 4.7% in termini reali, perché l’immaginario collettivo, e la società reale, si ostinano a considerarli come un “costo”?

Viviamo, in questa epoca post-Covid, nella breccia tra un catastrofismo demografico difficilmente smentibile, e la contrapposizione ipocrita tra un’etica (e una retorica) della vulnerabilità e un’etica dell’autonomia che è il frutto di una fuorviante semplificazione secondo la quale se sei vulnerabile (perché minore, anziano, diversamente abile) sei – automaticamente – privo e privato di agency, ovvero della capacità e della volontà di essere, fare, e agire come individuo, appunto, autonomo.

Bobbio e De Senectute

Al sospetto che la teoria politica liberale – con la sua enfasi storicamente attribuita all’auto-sufficienza, all’autonomia individuale, e alla capacità di fare scelte indipendenti e razionali – non sia del tutto innocente in questo affare, nella indifferenza e nella trascuratezza nei confronti dei vecchi, preferisco, in questa sede, sottrarmi, e ricordare invece l’argomento di Bobbio che, nel De Senectute, scrisse, un po' amaramente:

«La vecchiaia è un tema non accademico, ma è un grande, irrisolto, problema sociale… Eppure anche oggi c’è una retorica della vecchiaia che non prende la forma, peraltro nobile, della difesa dell’ultima età contro il dileggio, se non addirittura il disprezzo, che vengono dalla prima, ma si presenta, soprattutto attraverso i messaggi televisivi, con una forma larvata e peraltro efficacissima di captatio benevolentiae verso eventuali nuovi consumatori. In questi messaggi non il vecchio, ma l’anziano, termine neutrale, appare ben portante, sorridente, felice di essere al mondo, perché può finalmente godere di un tonico particolarmente corroborante o di una vacanza particolarmente attraente. E così anche lui diventa un corteggiatissimo fruitore della società dei consumi, portatore di nuove domande di merci, benvenuto collaboratore dell’allargamento del mercato. In una società dove tutto si può comprare e vendere, dove tutto ha un prezzo, anche la vecchiaia può diventare una merce come tutte le altre».

Marzorati, tardi sulla palla

Bobbio chiudeva il suo intervento con un invito: «Non arrestarti. Non tralasciare di continuare a scavare». Io chiudo questo mio con le parole di Gerard Marzorati, capo redattore del “New York Times Magazine” che, non più giovanissimo, decise di dedicarsi anima e corpo alla sua passione, il tennis, cominciando a prenderlo molto, molto sul serio.

In Tardi sulla palla scrive: «Più di ogni altra cosa, nella mia giornata passata sul campo da tennis, conservo la sensazione di essere stato solo tutto il giorno, ma di non essermi mai sentito solo. Nel gioco del tennis, solitario e ferocemente esigente, ma meraviglioso nella sua silenziosa espressione formale, nel suo essere un rituale senza tempo: c’era qualcosa in tutto questo, qualcosa di rivelatorio, che mi svelò la differenza, luminescente e duratura, tra il sentirsi soli e lo stare soli».

Ai vecchi, vulnerabili, fortissimi.