Martedì 27 ottobre gli israeliani eleggono la ventiseiesima Knesset. Votano dopo tre anni di guerra, con un'economia che ha retto meglio di quanto si temesse e un Parlamento che, a giudicare dai sondaggi, difficilmente produrrà una maggioranza. Conviene quindi partire da due domande semplici. Quanto è costata la guerra all'economia israeliana? E quale governo, se ne uscirà uno, dovrà pagarne il conto?
La risposta breve alla prima domanda è questa: Israele ha i mezzi per finanziare la guerra, mentre fatica a tenere in moto l'economia di tutti i giorni. La risposta alla seconda dipende da un numero, 61, e da un gruppo di elettori che quasi nessun leader ebraico osa nominare in campagna elettorale: i cittadini arabi.

Un'economia che cresce sotto il suo potenziale

Prima del 7 ottobre 2023 Israele correva. Nel 2022 il PIL reale era cresciuto del 6,4 per cento, trainato da consumi privati (circa il 49 per cento del prodotto), investimenti (28 per cento) e da un settore tecnologico che nel 2023 valeva il 19,7 per cento del PIL e il 53 per cento delle esportazioni. Un'economia piccola e aperta, con esportazioni e importazioni attorno al 30 per cento del prodotto ciascuna, e un motore high-tech che attirava capitali dal mondo.
La guerra ha cambiato la composizione della domanda prima ancora del suo livello. Nel 2024 il PIL è cresciuto dell'1 per cento: i consumi pubblici sono saliti con la spesa militare, mentre investimenti ed esportazioni sono calati. A fine 2024 gli investimenti erano circa il 15 per cento sotto il livello prebellico. Nel 2025 la crescita è risalita al 2,9 per cento, e a fine anno gli investimenti avevano quasi recuperato (meno 1,7 per cento rispetto al livello precedente la guerra), con una parte del recupero dovuta però a macchinari per la difesa.

Quest è il punto fondamentale. La spesa militare entra nel PIL come acquisto pubblico, quindi lo sostiene nell'immediato; intanto sottrae lavoratori, capitale e bilancio all'attività civile. Nel primo anno di guerra quasi 300.000 riservisti hanno servito in media 61 giorni ciascuno: ogni giorno in uniforme è un giorno in meno in cantiere, in ufficio o in laboratorio. La Banca d'Israele stima che dall'ottobre 2023 alla fine del 2025 il prodotto perduto rispetto alla tendenza prebellica valga l'8,6 per cento del PIL di un anno, circa 177 miliardi di shekel. L'economia non è crollata; ha prodotto meno di quanto avrebbe potuto, trimestre dopo trimestre.
Il 2026 ha confermato questa fragilità. La nuova escalation del conflitto con l'Iran di febbraio ha portato il PIL del primo trimestre a calare del 3,8 per cento su base annuale; nel secondo trimestre è seguito un rimbalzo del 15,4 per cento, in buona parte recupero meccanico della caduta precedente. La Banca d'Israele avverte inoltre che una quota rilevante della crescita recente viene dalla produzione all'estero di imprese israeliane globali: escludendola, il PIL del secondo trimestre supera quello di fine 2025 del 3,8 per cento anziché del 6,2. Il Fondo monetario stima per il 2026 una crescita del 3,5 per cento, contro il 4,8 previsto prima della guerra regionale.

Conti pubblici e mercati: solidi, con un premio di rischio

Il debito pubblico è salito dal 67,6 per cento del PIL nel 2024 al 68,5 per cento nel 2025. Il deficit del governo centrale è stato del 4,7 per cento, quello dell'intera amministrazione pubblica del 6,5. Per il 2026 la Banca d'Israele prevedeva un disavanzo del bilancio statale del 4,9 per cento, che salirebbe verso il 5,5 con una spesa per la difesa a 183 miliardi di shekel. Il dato più recente è migliore: a settembre il deficit degli ultimi dodici mesi era al 3,2 per cento. Ma il governo uscente ha appena approvato tagli lineari ai ministeri per 2,6 miliardi di shekel per finanziare la difesa, segno che la coperta è già corta.
Le agenzie di rating leggono lo stesso quadro con accenti diversi: Moody's assegna Baa1 con prospettiva stabile, S&P A stabile, Fitch A con prospettiva negativa. A favore di Israele pesano riserve valutarie per circa 237 miliardi di dollari (34,2 per cento del PIL) e l'accesso pieno ai mercati. Contro pesano la traiettoria del debito e l'incertezza su chi governerà.

Il sistema bancario è capitalizzato (Tier 1 - cioè il patrimonio di base -  all'11,4 per cento a fine 2024) e redditizio (rendimento del capitale al 15,9 per cento). Il credito però corre: nel secondo trimestre 2026 il debito delle imprese cresceva del 13,8 per cento annuo, quello bancario alle imprese del 19 per cento, e costruzioni e immobiliare assorbivano circa il 39 per cento del credito bancario alle imprese. Lo spread delle obbligazioni societarie del Tel Bond 60 sui titoli di Stato è sceso a circa 0,7 punti: chi presta oggi chiede poco per il rischio che corre.
Anche la Borsa racconta una storia a due velocità. All'8 ottobre il TA-35 (indice azionario principale della Borsa di Tel Aviv) guadagnava il 16,3 per cento da inizio anno e il TA-125 il 10,9; ma 70 dei 125 titoli dell'indice erano in perdita e il TA-90 cedeva il 6,5 per cento. Pochi grandi titoli trascinano la media. Il tasso della Banca d'Israele è al 3,25 per cento dopo il taglio di settembre, con l'inflazione all'1,6 per cento, dentro la fascia obiettivo; il decennale in shekel rende circa il 4,1 per cento. La prossima decisione è attesa per il 21 ottobre, sei giorni prima del voto.

Cantieri e alberghi: l'economia della vita quotidiana

Per capire quanto pesa davvero una guerra lunga bisogna guardare i settori che non esportano software. Le costruzioni e il turismo vivono di continuità: lavoratori presenti, clienti che arrivano, progetti che durano anni.
Tra luglio 2025 e giugno 2026 in Israele sono stati avviati circa 76.040 cantieri residenziali, il 7 per cento in meno dei dodici mesi precedenti, mentre i permessi di costruire crescevano del 2 per cento. Le autorizzazioni ci sono; mancano le braccia. La sospensione dei permessi di lavoro per gran parte dei palestinesi ha svuotato i cantieri, i lavoratori stranieri arrivano con lentezza, i riservisti partono e tornano. In un Paese con una popolazione che cresce in fretta, ogni casa non costruita oggi è un affitto più caro domani.
Il turismo mostra lo stesso andamento a scatti. A settembre sono entrati 137.200 visitatori, più dei 115.300 di un anno prima; ma nei primi nove mesi del 2026 gli arrivi si fermano a 805.400, il 15 per cento in meno dello stesso periodo del 2025. I ricavi alberghieri del primo semestre sono scesi da 6,1 a 5,4 miliardi di shekel, e l'83 per cento viene da clienti israeliani. Il turismo interno tiene aperte le porte degli alberghi, senza portare valuta estera. Il settore vale direttamente l'1,9 per cento del valore aggiunto e il 3,3 per cento dell'occupazione: poco per la solvibilità dello Stato, molto per le città e le regioni che ne vivono.
Il filo comune è il lavoro. Riservisti, lavoratori stranieri e partecipazione bassa di alcuni gruppi, in particolare degli uomini ultraortodossi, limitano quanto l'economia può produrre. Ed è proprio qui che economia e politica si toccano: l'esenzione degli studenti delle yeshivot dal servizio militare, che scarica il peso della mobilitazione sugli altri cittadini, ha fatto uscire i partiti ultraortodossi dalla coalizione e ha alimentato la crisi chiusa con lo scioglimento della Knesset il 17 luglio. Secondo un sondaggio Maariv, l'83 per cento degli elettori non vuole i partiti ultraortodossi nel prossimo governo.

Come si vota: 120 seggi, un numero magico e una soglia

Il sistema israeliano è proporzionale puro su un unico collegio nazionale. Si votano liste, non candidati, e i 120 seggi della Knesset si dividono iquindi n proporzione ai voti. Per governare serve che la Knesset voti la fiducia: in pratica una coalizione con almeno 61 seggi. In realtà la legge chiede soltanto che i sì superino i no, e qui sta un dettaglio decisivo. Nel giugno 2021 il governo Bennett-Lapid nacque con 60 voti favorevoli, 59 contrari e un astenuto. Chi si astiene o vota a favore senza entrare nel governo può far nascere un esecutivo di minoranza.
Per entrare in Parlamento una lista deve superare il 3,25 per cento dei voti validi, che vale quattro seggi; il Taub Center stima che quest'anno serviranno circa 180.000 voti. Chi resta sotto non ottiene nulla, e i suoi voti escono dal calcolo: i seggi si ripartiscono tra le liste sopra soglia. Un partito al 3 per cento che fallisce l'ingresso non cede quei quattro seggi al proprio schieramento; li regala in proporzione a tutti, avversari compresi. Quest'anno corrono 38 liste e al massimo 15 supereranno la soglia.
Dopo il voto il presidente della Repubblica consulta i partiti e affida l'incarico al deputato con più probabilità di formare un governo. Ha 28 giorni, prorogabili di 14. Se fallisce, l'incarico può passare a un altro; se nessuno ce la fa, si torna alle urne. Nel frattempo governa l'esecutivo uscente, cioè Netanyahu, e senza un nuovo bilancio la spesa mensile resta vincolata a un dodicesimo di quella dell'anno precedente.

Tre blocchi e nessuna maggioranza

Il modo più utile di leggere i sondaggi è dividere la Knesset in tre parti. La prima è la destra che sostiene Netanyahu: Likud, Otzma Yehudit di Ben Gvir, Sionismo religioso di Smotrich e i due partiti ultraortodossi, Shas e Giudaismo unito della Torah. Accanto a loro corre Amcha Yisrael dell'ex generale Ofer Winter, una destra critica verso il governo che dice di voler raccomandare Netanyahu, ma a condizioni precise. La seconda è l'opposizione ebraica guidata da Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore, con il suo partito Yashar, la lista Insieme di Bennett e Lapid, i Democratici di Yair Golan e Yisrael Beiteinu di Lieberman. La terza è formata dai partiti arabi: la Lista Unita, che riunisce Hadash, Ta'al e Balad, e Ra'am di Mansour Abbas, che nel 2021 entrò nel governo Bennett-Lapid, primo partito arabo nella storia di una coalizione israeliana.

Sondaggio

Destra pro-Netanyahu

Opposizione non araba

Partiti arabi

Altri

Kan, 18 ottobre

51

52

13 (Lista Unita 8, Ra'am 5)

4 (Riservisti)

Sintesi dei sondaggi (Times of Israel/JTA, 14 ottobre)

52-53

52-53

circa 14

–

Direct Polls per i24, 8 ottobre

60

47

12

–

Il sondaggio Kan è il più recente e mostra Amcha Yisrael sotto soglia e la lista dei Riservisti di Yoaz Hendel e Yaron Zelekha appena sopra. Direct Polls, l'istituto storicamente più favorevole alla destra, porta la coalizione a 60 seggi includendo Winter. Nessuno dei due blocchi ebraici arriva a 61 in alcuna rilevazione, e la differenza tra loro sta dentro il margine d'errore. Sul nome del premier, invece, la distanza è netta: a fine agosto un sondaggio di Canale 12 dava Eisenkot preferito a Netanyahu 43 a 34.
Tra i singoli partiti, il sondaggio i24 dà 26 seggi al Likud e 20 a Yashar; altri istituti li danno appaiati o con Yashar avanti. La legge vieta la pubblicazione di sondaggi dal venerdì precedente il voto, quindi l'ultima fotografia sarà quella del 23 ottobre.

Le due leve: l'affluenza araba e la soglia a destra

I cittadini arabi sono circa un quinto della popolazione israeliana; tra gli aventi diritto pesano un po' meno, perché la loro popolazione è più giovane. Il loro peso dipende da quanti vanno a votare. Nel 2022 l'affluenza araba si fermò al 53,2 per cento. Un'indagine del Konrad Adenauer Program presso il Moshe Dayan Center, condotta a maggio, la stimava di nuovo al 53 per cento, con un salto fino al 67 per cento nel caso di una lista comune di tutti e quattro i partiti arabi. La lista comune è nata a metà: Hadash, Ta'al e Balad corrono insieme, Ra'am corre da solo per conservare la libertà di entrare in una coalizione. Altre stime parlano di un'affluenza attorno al 60 per cento, spinta dalla volontà di mandare a casa Netanyahu e, forse, dal ritiro forzato del leader di Balad dopo che la Corte suprema aveva segnalato la sua probabile esclusione. Il Likud ha chiesto di escludere entrambe le liste arabe, e insieme a Smotrich ha annunciato 2.000 attivisti ai seggi delle località arabe.

Un ordine di grandezza aiuta. Con circa 5,5 milioni di voti validi, un seggio costa all'incirca 45.000 voti: ogni dieci punti di affluenza araba in più valgono, a spanne, due o tre seggi per le liste arabe, sottratti in proporzione a tutte le altre.
La seconda leva sta a destra. Netanyahu non è riuscito a ripetere l'operazione del 2022, quando convinse Smotrich e Ben Gvir a correre insieme. Oggi Sionismo religioso oscilla tra cinque e sette seggi e ha passato mesi sotto soglia; Amcha Yisrael di Winter oscilla attorno ai quattro e nell'ultimo sondaggio Kan resta fuori. Winter dice che raccomanderà Netanyahu, ma pone condizioni: leva obbligatoria per gli ultraortodossi, una vittoria militare a Gaza, una maggioranza che non dipenda dai voti di Giudaismo unito della Torah. Netanyahu lo ha bollato come un «secondo Bennett». Se uno dei due partiti resta sotto il 3,25 per cento, la destra perde tre o quattro seggi netti; se restano fuori entrambi, ne perde sette o otto. Nel campo opposto, secondo il sondaggista Shmuel Rosner, nessuna lista è oggi a rischio soglia.

Combinando le due leve si ottengono tre configurazioni., costruite partendo dalla media dei sondaggi di ottobre.

Configurazione

Affluenza araba

Partiti di destra sotto soglia

Destra pro-Netanyahu

Opposizione non araba

Partiti arabi

Favorevole a Netanyahu

circa 50 per cento

nessuno

55-57

52-53

10-11

Centrale

55-60 per cento

Amcha Yisrael

51-53

52-54

13-14

Sfavorevole a Netanyahu

65 per cento e oltre

Amcha Yisrael e Sionismo religioso

46-48

54-56

15-16

I seggi mancanti fino a 120 vanno ai Riservisti, se superano la soglia. In nessuna delle tre configurazioni un blocco ebraico arriva a 61 da solo. Più alta è l'affluenza araba, più la Knesset si divide in tre parti senza maggioranza: esattamente l'esito che la destra teme e che l'opposizione ebraica non può dichiarare di desiderare.

Quale governo? Quattro esiti possibili

Proviamo a fare i conti con la configurazione centrale: 51 seggi alla destra, 52 all'opposizione ebraica, 13 agli arabi, 4 ai Riservisti. Ricordiamo la regola: per far nascere un governo bastano più sì che no.
Un governo di destra di minoranza. Netanyahu può contare su 51-53 voti, a cui aggiungere Winter se entra. Contro di lui voterebbero l'opposizione ebraica e le liste arabe, 65 deputati. Per passare dovrebbe convincere una dozzina di deputati dell'opposizione ad astenersi o a votarlo dall'esterno. È lo schema di un esecutivo sostenuto dalla destra critica e da qualche centrista disposto a una fiducia senza ministeri. Sulla carta è possibile; in pratica Bennett, Lieberman e Lapid hanno costruito la loro campagna sulla fine dell'era Netanyahu, e la stessa destra è meno compatta di quanto appaia. Giudaismo unito della Torah è uscito dalla coalizione sulla leva, Winter pone la leva come condizione, Ben Gvir accusa Netanyahu di aver promesso agli europei di lasciarlo fuori dal prossimo governo. Che Netanyahu non riesca a formare nemmeno un governo di minoranza è un'ipotesi concreta.

Un governo Eisenkot con appoggio esterno arabo. L'opposizione ebraica con i Riservisti arriva a 56. Se Ra'am vota la fiducia dall'esterno, si sale a 61; se si astiene, 56 sì contro 51 no bastano comunque, purché la Lista Unita non voti con la destra, cosa da escludere. Le condizioni politiche esistono: Mansour Abbas ha detto che la sua priorità è sostituire il governo Netanyahu, e il presidente della Lista Unita Youssef Jabareen si è dichiarato pronto a sostenere qualsiasi governo che chiuda quella stagione. La politologa Gayil Talshir indica proprio questo schema, Ra'am fuori dal governo ma decisivo per farlo nascere. Il problema sta dall'altra parte. Eisenkot, Bennett, Lapid e Lieberman hanno escluso di governare con partiti arabi; tra i leader ebraici solo Golan accetterebbe Ra'am in coalizione. Eisenkot ha anche smentito di aver promesso un posto a Ra'am. L'offerta araba c'è, la richiesta no: chi la formulasse prima del voto regalerebbe a Netanyahu l'argomento più efficace della sua campagna e perderebbe elettori di centro. Dopo il voto, con i numeri in mano, il calcolo potrebbe cambiare. Fu così anche nel 2021.

Un governo di unità nazionale. Benny Gantz, con Blu e Bianco attorno all'1 per cento,ha appena annunciato ufficialmente il suo ritiro dalla politica attiva e dalle elezioni. La sua proposta era un esecutivo che mettesse insieme Netanyahu e una parte dell'opposizione, l'esito più gradito a chi teme sia l'estrema destra sia la dipendenza dai voti arabi; richiederebbe però che Eisenkot o Bennett accettino di governare con Netanyahu, cosa che oggi escludono.
Lo stallo e nuove elezioni. Se nessuno trova i numeri, Israele torna a votare, probabilmente nella primavera 2027, con Netanyahu premier uscente. Tra aprile 2019 e novembre 2022 si votò cinque volte. Il sistema regge, l'amministrazione continua a funzionare; ciò che si ferma è la capacità di decidere.
Una stima delle probabilità, da prendere come ordine di grandezza, può essere la seguente: governo di minoranza guidato da Eisenkot con appoggio esterno arabo, 35 per cento; stallo e ritorno alle urne, 30 per cento; governo guidato da Netanyahu, di maggioranza risicata o di minoranza, 25 per cento; unità nazionale, 10 per cento. Il risultato dipenderà da poche decine di migliaia di voti: quelli che portano una lista sopra o sotto il 3,25 per cento e quelli degli arabi che decideranno se uscire di casa.

Che cosa cambia per l'economia, 2027-2029

La direzione dell'economia israeliana la decide la guerra; la velocità la decide la politica. Per vederlo conviene incrociare tre scenari di sicurezza con gli esiti di governo.
Il primo scenario è una distensione graduale, con meno riservisti richiamati e un ritorno progressivo di cantieri, investimenti e turisti. Il secondo è un conflitto intermittente, fatto di fiammate e mobilitazioni periodiche. Il terzo è un conflitto esteso, con operazioni intense per buona parte del triennio. La riga della distensione riprende le proiezioni del Fondo monetario; le altre due sono stime illustrative.

Scenario di sicurezza

PIL reale 2029 (fine 2026 = 100)

Deficit 2029, per cento del PIL

Debito 2029, per cento del PIL

Disoccupazione 2029

Distensione graduale

112,2

3,9

72

3,5 per cento

Conflitto intermittente

109,0

5,2

78

4-4,5 per cento

Conflitto esteso

106,6

6,8

84-85

5-5,5 per cento

Tra il primo e il terzo scenario passano cinque punti di PIL in tre anni e una dozzina di punti di debito. Il danno arriva come crescita mancata, anno dopo anno, più che come recessione. La disoccupazione, poi, misura male il fenomeno: in Israele il problema è spesso l'opposto, imprese che cercano personale e non lo trovano perché è in uniforme o non ha il permesso di lavoro.
Su questa base la politica aggiunge o toglie qualche decimale. A gennaio la Banca d'Israele prevedeva per il 2027 una crescita del 4,3 per cento e un deficit del 3,6 per cento, a condizione che il bilancio fosse approvato entro il primo trimestre. È proprio quella condizione che il voto mette in gioco. Le stime seguenti misurano lo scostamento rispetto allo scenario di sicurezza di partenza, a parità di guerra.

Esito politico

Effetto sul PIL 2027, punti percentuali

Effetto sul deficit 2027, punti di PIL

Canale principale

Maggioranza operativa (anche di unità nazionale)

da 0 a -0,2

da 0 a +0,3

bilancio approvato in tempo, priorità chiare

Governo di minoranza, di destra o guidato da Eisenkot

da -0,2 a -0,5

da +0,3 a +0,7

decisioni lente, concessioni di spesa a chi sostiene dall'esterno

Stallo e nuove elezioni nel 2027

da -0,4 a -0,8

da +0,5 a +1,0

bilancio in dodicesimi, investimenti rinviati, premio di rischio più alto

Un governo di minoranza costa per una ragione semplice: chi dà la fiducia dall'esterno vota provvedimento per provvedimento e chiede qualcosa ogni volta. Ra'am ha sempre detto di voler scambiare i propri voti con risultati su criminalità, casa e bilanci delle municipalità arabe; la destra critica chiede la leva per gli ultraortodossi, che ha un costo politico e, a regime, un beneficio economico in termini di forza lavoro. In entrambi i casi il bilancio diventa una trattativa continua. Lo stallo costa di più, perché congela proprio le decisioni che servirebbero ai settori della normalità: permessi per i lavoratori stranieri, appalti per la ricostruzione, incentivi per la casa e per il ritorno del turismo.

Il conto

Israele arriva al voto con banche solide, riserve abbondanti, un debito ancora sotto il 70 per cento del PIL e mercati che lo finanziano senza difficoltà. Arriva anche con quasi nove punti di prodotto perduti, cantieri a corto di manodopera, alberghi pieni soprattutto di israeliani e un bilancio sempre più assorbito dalla difesa. La capacità di pagare la guerra può durare più a lungo della capacità di ricostruire la normalità.
Il prossimo governo, chiunque lo guidi, dovrà scegliere come ripartire il peso della sicurezza tra chi serve e chi non serve, quanto spazio lasciare agli investimenti civili e quanta incertezza far pagare a famiglie e imprese. Le urne del 27 ottobre diranno chi avrà il compito di farlo. Con ogni probabilità diranno anche che per farlo servirà, prima o poi, il voto di qualcuno che oggi nessuno vuole chiedere.

 

Nota sull’autorialità:
questo articolo è stato generato con il supporto di un sistema di intelligenza artificiale, sulla base di una traccia e di un briefing preparati dalla redazione. Il testo è stato pubblicato senza successive modifiche redazionali del contenuto e minimi ritocchi della forma.

 

Dati economici: Banca d'Israele, Annual Report 2025; Banca d'Israele, Monetary Policy Report, primo semestre 2026; Banca d'Israele, previsioni di luglio 2026; Banca d'Israele, debito del settore privato, settembre 2026; FMI, Article IV 2026; OCSE, Economic Survey Israel 2025; OCSE, Tourism Trends and Policies 2026; CBS, avvii e permessi di costruzione; CBS, arrivi turistici; Israel Innovation Authority; Globes, indici di Borsa.

Politica e sondaggi: Haaretz, sondaggio Kan del 18 ottobre; i24NEWS, sondaggio Direct Polls dell'8 ottobre; Times of Israel/JTA, i piccoli partiti e la soglia; Moshe Dayan Center e Konrad Adenauer Program, indagine sugli elettori arabi; Taub Center, la soglia nel 2026; Jerusalem Post, le condizioni di Winter; Jerusalem Post, Eisenkot e Ra'am; Jerusalem Post, sondaggio Maariv; Ahram Online, voto arabo; Israel Democracy Institute, elezioni 2021.