È ormai imminente a Glasgow il 26esimo vertice delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. La COP, ovvero la Conferenza delle Parti, è l’appuntamento annuale (saltato nel 2020 causa Covid) che riunisce gli Stati facenti parte della Convezione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. L'intento: trovare strumenti d’intesa sulla lotta contro i cambiamenti climatici e discutere i progressi sulla loro implementazione.

Nel definire i target e le strategie di mitigazione, l’ambizione della Conferenza (in calendario dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi), ripetuta già adesso quasi come un ritornello, sarà: mantenere l’aumento medio di temperatura della superficie terrestre entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali.

 

Perché è così importante che l’aumento di temperatura non superi 1,5 °C?

1,5°C, 2°C, 4°C. Questi numeri sembrano minimi e la loro differenza marginale. Eppure sono premonitori di scenari completamente diversi per il futuro dell’umanità. Ad esempio, picchi estremi di temperatura che si verificavano una volta ogni dieci anni saranno quattro volte più frequenti se l’aumento di temperatura sarà di 1,5°C e oltre nove volte se di 4°C. L’innalzamento del livello del mare potrebbe essere doppio passando dal primo al terzo scenario, caso in cui l’Artico sarebbe verosimilmente privo di ghiaccio già entro metà secolo.

Le alterazioni degli equilibri ecosistemici aggravano il pericolo di carenza d'acqua e di cibo, della diffusione di malattie infettive, della sicurezza delle infrastrutture e delle città. Gli scienziati dell’IPCC sostengono che la soglia del grado e mezzo renderà molte aree del pianeta inospitali, ma sarà ancora governabile.

Da Rio a Glasgow, passando per Kyoto e per Parigi

Nel 1995 si tenne la prima Conferenza delle Parti della Convezione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC). La Convenzione nacque durante lo storico Summit della Terra di Rio de Janeiro (1992), in cui si affrontò per la prima volta il tema delle emissioni antropiche di gas serra con l’obiettivo di instaurare una forte cooperazione internazionale e invertire la traiettoria crescente delle emissioni climalteranti. Da quell’anno si sono susseguiti negoziati caratterizzati dalla ricerca di obiettivi di riduzione delle emissioni equi ma significativi, e di regolamentazioni e meccanismi di mercato per il loro raggiungimento ampiamente condivisi, nel rispetto dei delicati equilibri geo-politici. Il Protocollo di Kyoto (COP3, 1997) rappresenta il primo risultato rilevante dei negoziati, nonostante sia stato ratificato da un numero sufficiente di paesi solamente nel 2005, e mai da grandi nazioni inquinanti come gli Stati Uniti.

Nel 2015 è stato firmato un altro storico documento, l’Accordo di Parigi (COP21), da oltre 190 Parti che si sono impegnate a mantenere l’aumento totale della temperatura “ben al di sotto dei 2°C”, e possibilmente entro 1,5°C. Un aspetto che ha permesso all’Accordo di Parigi di essere sottoscritto da un così vasto numero di Paesi è il non aver imposto tagli vincolanti ai firmatari, ma l’aver chiesto a ognuno di essi di definire degli impegni di riduzione delle emissioni e delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici (National determined contributions, NDCs) da rivedere ogni cinque anni.

I quattro obiettivi della COP26

La Conferenza di quest’anno è sicuramente la più importante da quella del 2015, non avendo avuto luogo quella del 2020 in cui i Paesi avrebbero dovuto rivedere e presentare i propri NDCs.

Gli obiettivi che si è prefissata l’imminente COP sono raggiungibili? Capiamolo rispetto alla situazione di partenza:

  • 1. Mitigazione: assicurare zero emissioni nette entro il 2050 e mantenere il contenimento della temperatura media globale entro 1,5°C.

I paesi sono chiamati a presentare i propri target di riduzione delle emissioni per il 2030. Per essere in linea con l’obiettivo del grado e mezzo, gli scienziati sostengono che le emissioni andrebbero dimezzate entro il prossimo decennio e portate allo zero netto entro il 2050 (situazione in cui il livello di gas a effetto serra emessi è tale da essere naturalmente riassorbito da foreste e oceani, o tecnologie di carbon capture and storage). Eppure, una serie di paesi con un forte legame con le fonti fossili (tra cui Cina, Russia e Arabia Saudita) ha annunciato il picco di emissioni per il 2030 e la neutralità per il 2060.

A un mese dall’inizio della COP 120 Parti avevano aggiornato i propri NDCs. Secondo l’Emissions Gap Report 2021 dell’UNEP il riscaldamento globale atteso alla fine del secolo è di 2,7°C (±0.5°C) se tutti i nuovi impegni per il 2030 vengono rispettati, 2,8°C (±0.5°C) con le politiche attuali, ma potrebbe arrivare a 2,2°C (±0.2°C) se si ottemperasse anche agli obiettivi di zero emissioni nette (come nella infografica qui sotto).

Il punto della situazioneIl punto della situazioneEmissioni di gas a effetto serra in base a diversi scenari di target e politiche di mitigazione in atto, emissions gap nel 2030, e proiezioni al 2050. Fonte: UNEP, Emissions Gap Report, 2021.

  • 2. Adattamento: proteggere le comunità e gli habitat naturali.

Ripristinare gli ecosistemi è necessario per contrastare le mutazioni climatiche in atto, ma costruire difese e infrastrutture resilienti è altrettanto necessario per conviverci. Le popolazioni più esposte e vulnerabili (comunità indigene, abitanti delle piccole isole…) meritano una tutela e un supporto che fino ad ora non è stato garantito.

  • 3. Mobilitare la finanza.

In accordo con il principio della Dichiarazione di Rio de Jainero di responsabilità “comuni ma differenziate” dei Paesi, la COP15 (Copenaghen, 2009) aveva impegnato gli Stati industrializzati a garantire ai Paesi più poveri un aiuto economico di 100 miliardi di dollari l’anno per avviare la transizione energetica e le opere di adattamento ai cambiamenti climatici. L’impegno non è stato interamente rispettato (nel 2019 sono stati consegnati 80 miliardi), e al netto delle cifre da restituire e dei costi finanziari la capacità d’investimento si riduce. I Paesi emergenti, fino ad ora, non hanno inteso rinunciare al rapido “modello di sviluppo occidentale” (basato sulle energie fossili) rendendo problematica la conclusione di diversi negoziati. Negoziati che quest’anno riprendono con la crisi pandemica che grava ancora sulla condizione economica e sociale di questi stati, amplificando la distanza e la tensione tra Paesi sviluppati e non.

Tutti corresponsabili

Al contempo, mobilitare il settore privato è indispensabile perché un flusso di risorse ingenti finanzi progetti di sviluppo sostenibile. È molto probabile che su questo fronte l’Europa, che con una serie di direttive sta dando attuazione al suo Piano d’azione per la finanza sostenibile, serva da esempio ad altri Paesi.

  • 4. Cooperazione. 

È ormai indubbio che serva uno sforzo globale per limitare l’aumento della temperatura, e per questo motivo è inverosimile che i Paesi si tirino indietro dal definire obiettivi comuni. Il rischio, come successo in passato, è che il successo diplomatico di mettere d’accordo l’intero pianeta comprometta il rigore e l’efficacia degli obiettivi stabiliti.

Accelerare la collaborazione tra governi, industria e società civile sarà soprattutto questione interna ai Paesi. Le imprese, in particolare, dovranno prestare attenzione ai risultati dei negoziati poiché i target nazionali di riduzione delle emissioni, gli obblighi di trasparenza e rendicontazione influenzeranno il loro posizionamento strategico, l’accesso al credito e alle materie prime.

Dispiace, ma essere pessimisti sul grado e mezzo di aumento della temperatura che manterrebbe il nostro pianeta vivibile in molte delle sue aree è un dato di fatto, vista la situazione attuale. Non resta che seguire la COP di Glasgow e sperare nel coinvolgimento effettivo dei Paesi emergenti, di quelli produttori di carbone e petrolio, auspicare investimenti sostanziali in tecnologie e infrastrutture, e l’ascolto di chi sta già soffrendo gli effetti dei cambiamenti climatici.