Se si condizionano libertà e diritti, una democrazia deve pubblicare i dati, perché sono la base dei vincoli. Adesso è pressoché certo, la seconda ondata della pandemia sta regredendo anche in Italia. Lo dice il tasso di riproduzione del virus, il famoso R(t). L’ultima lettura dell’ISS lo darebbe ancora superiore ad 1 (1,08 per la precisione), il che comporterebbe una lieve salita attesa dei contagi, ma i più recenti valori stimati da Stefano Terna per Mondo Economico, con dati aggiornati quotidianamente individuano una stima aggiornata credibile compresa tra 0,71 e 0,73. Il valore centrale dell’intervallo di credibilità (0,72) è decisamente rassicurante e consente, pertanto, qualche ragionamento a freddo.

La necessaria trasparenza dei dati

Il primo è sull’importanza di disporre di dati freschi, aggiornati e completi. Non è sempre così. Non abbiamo i dati dei contagi per classi di età e non sono aperti tutti i dati su cui fanno le elaborazioni l’ISS e le istituzioni. Ci sembrerebbe importante, invece, che potessimo lavorare tutti sugli stessi dati, in particolare proprio ora. Infatti, anche se la priorità della salute, diritto fondamentale di ogni cittadino, viene preordinata ad altri diritti della costituzione, che vanno dalla libertà di circolazione, al diritto al lavoro, dal diritto ad esercire l’impresa al diritto allo studio, nondimeno viviamo nella sospensione della pienezza del loro godimento.

Non è scandaloso che in una situazione di emergenza si eserciti questa sospensione, ma proprio perché questo comporta il condizionamento e il limite di alcune libertà, la trasparenza dei dati, ossia dei razionali su cui sono basate le scelte, dovrebbe essere assicurata, per evitare di scivolare dalla democrazia liberale nel paternalismo ottocentesco.

I danni economici sono ingenti, non ristorabili, e colpiscono gli ultimi

Veniamo a un secondo punto e parliamo di economia. Da parte del governo e dei suoi tecnici – spesso in rapporto tra loro di cui non si capisce l’ordine gerarchico – non ci aspettiamo certo che le scelte economiche guidino quelle sanitarie, sarebbe scorretto. Ma neppure ci pare corretto che l’economia venga liquidata come un accessorio ingombrante, tanto ci sono i “ristori”. Purtroppo non è così.

L’economia non è il sistema che raccoglie gli interessi egoistici di persone poco compassionevoli, ma è la macchina complessa attraverso cui gli uomini provvedono al soddisfacimento dei loro bisogni.

Ora, le strategie scelte per fronteggiare la pandemia, hanno un impatto economico (ossia riducono i bisogni soddisfatti) che non dovrebbe essere trascurato, anche perché non è vero che si possa risolvere con una lista di ristori.

Da quando l’emergenza è iniziata alla fine del mese di settembre, 122 miliardi di redditi sono scomparsi e chi ne aveva goduto nel 2019 non li ha più guadagnati nel 2020.

Non è poco, anche perché buona parte di queste perdite sono state inflitte precisamente dai lockdown, e il 2020 non è concluso. Si dirà che è stato il male minore, ma i costi non si esauriscono qui: bisognerebbe calcolare il costo del danno sanitario associabile alla riduzione della partecipazione agli screening oncologici, al dimezzamento dell’esecuzione di angioplastiche e coronarografie, all’effetto dell’emergenza economica sui bilanci delle famiglie. Nella prima metà del 2020 un terzo delle persone assistite dalla Caritas è stato composto da individui che non avevano mai chiesto aiuto prima. Gli effetti sui bilanci delle famiglie sono gravi perché sono asimmetrici.

Le famiglie sotto pressione

Secondo l’indagine appena conclusa dal Centro Einaudi con Banca IntesaSanpaolo sul risparmio e le scelte delle famiglie, il 15% degli italiani ha perso tutte o quasi le entrate di cui disponeva prima. Purtroppo, ciò è toccato per lo più alle famiglie che si trovavano sul primo gradino della graduatoria di reddito, ossia è toccato per lo più a chi incassava meno di 1.600 euro mensili, perderli. Considerando insieme i ristori agli imprenditori e i bonus ai lavoratori autonomi, più la cassa integrazione guadagni autorizzata (spesso erogata in ritardo), si arriva a percentuali di ricostituzione dei redditi che vanno dal 15 al 20 per cento dei redditi scomparsi con la crisi economica.

Quindi, i ristori non sono risolutivi, non lo sono in quantità e lasciano scoperte almeno 600-700 mila famiglie, regredite alla condizione di povertà. Ce n’è abbastanza per sensibilizzare sulla rilevanza dell’economia che i lockdown fermano? Chiudiamo con i suicidi economici. Non sappiamo quanti siano, ma sappiamo che esistono. Qualcuno viene riportato dalla stampa, ma la maggior parte resta incognita. I dati non sono più diffusi dal sito dell’Istat dal 2017, cosa che non permette di correlare le conseguenze più drammatiche del degrado di stato di salute psicologica, che gli psichiatri stanno denunciando, a conseguenza della pandemia e della strategia dei lockdown.

I dati servono per confrontare le strategie

Noi abbiamo usato una strategia unica, senza considerare le alternative

E adesso, torniamo alla questione dei dati. Utilizzare i dati epidemiologici per monitorare l’andamento della curva e l’efficacia delle restrizioni è davvero poco. I dati dovrebbero servire a fare qualcosa di più, e dovrebbero farlo in congiunzione con gli impatti economici. Dovrebbero servire per valutare a priori scelte strategiche alternative di contrasto e di risoluzione della pandemia. Questo, però, quanto meno in sede istituzionale non è mai avvenuto. Le istituzioni hanno sempre sostenuto che vi fosse una sola strategia efficace, ossia quella della restrizione della mobilità, la riduzione delle aggregazioni e quindi la chiusura delle attività che possono suscitare la prima o le seconde. Questa strategia non è però la sola possibile e su questo non si è svolto un dibattito, facendo prevalere su tutto il principio di urgenza. Siccome “il virus corre”, frase che abbiamo ascoltato più di una volta, siamo stati costretti a percorrere l’unica strada possibile, quali che fossero i risvolti economici, sociali, sanitari secondari. I dati dovrebbero servire a esplorare la fattibilità di altre strategie, ciascuna messa a confronto non solo con parametri d’ordine sanitario, ma anche con quelli d’ordine economico e sociale. Guardando in giro per il mondo, per fare un esempio, è noto che l’Italia abbia attuato il lockdown più duro e costoso, e anche il secondo lockdown, per come sta evolvendo, finirà per essere più duro della media degli altri paesi, con che risultato? Che l’Italia ha sofferto sia il record di mortalità, sia il quasi-record di perdita di Pil dell’Ue. Senza richiamare l’esperienza di paesi assai diversi, per cultura e distribuzione territoriale, crediamo che strade alternative potessero essere valutate. La Slovacchia, e in piccolo il nostro Alto Adige, hanno adottato una strategia di testing massivo.

Il testing di massa equivale al lockdown, ma è efficace subito

Come documenta il Guardian, i paesi hanno sperimentato strategie di testing molto diverse, dunque non c’è quasi mai, nella ricerca di una soluzione a un problema complesso, una sola strada per raggiungere l’obiettivo.

È mancato invece in Italia un dibattito sulle alternative disponibili, con il confronto dei loro costi e dei loro benefici.

Per tornare al caso slovacco, il testing a tappeto di circa 6 milioni di persone (con l’isolamento immediato dei positivi da screening per 10 giorni) ha permesso di dividere per 15 volte i contagi giornalieri che erano in salita verticale in sole 4 settimane, equivalendo nella sostanza a un prolungato lockdown di più mesi. Con il lockdown la curva infatti flette dopo il plateau. Isolando i positivi da screening, con un tasso di errore contenuto nel 3%, la curva dei contagi invece precipita. È evidente il beneficio di questa strategia. La macchina economica non si ferma, ma rallenta solo per un mese, poi può ripartire. Avendo ridotto a un numero basso i contagi, si può poi passare dal contenimento attraverso il fermo delle attività a quello attraverso la sorveglianza attiva, il famoso tracking, che è fallito pressoché dovunque, salvo che, anche qui, in alcuni paesi asiatici. Con una strumentazione di simulazione ad hoc, si possono simulare altre strategie alternative dei lockdown, come quella di isolamento dei lavoratori fragili, suscettibile di ridurre l’impegno delle terapie intensive e le forme più gravi di malattia da coronavirus. Le strategie potrebbero poi essere combinate tra loro, in modo che dal loro insieme possa emergere una soluzione solida altrettanto quanto il lockdown, ma magari con minori costi associati.

Abbassare la curva dei contagi è inutile, se il tracking non è tecnologico

E adesso arriviamo al tracking. L’imminente Dpcm di Natale, l’ennesimo, dovrebbe riservare poche licenze e anzi contenere un rafforzamento delle norme di rigore, per scongiurare il potenziale effetto avverso delle “vacanze sulla neve”. 

Il costo della cancellazione delle vacanze sulla neve non riguarda gli sciatori.

Si può fare a meno di indossare gli sci, per una buona ragione, ma il problema riguarda chi ci lavora: verranno meno 18 miliardi di redditi, i ristori ne rimedieranno una parte soltanto e le perdite più gravi le subiranno ancora le persone con i redditi più bassi. Ammettiamo, allora, che non avendo neppure mai progettato un testing di massa, giunti a questo punto, prolungare il lockdown possa rappresentare una scelta per raggiungere un livello di contagi giornalieri così contenuto da rendere praticabile la sorveglianza attiva: il tracking. Tra la prima e la seconda ondata pandemica eravamo tutti convinti che funzionasse, invece il virus si stava propagando sotto traccia, senza farsi troppo vedere, perché si diffondeva tra i giovani, i quali spesso neppure ci fanno caso. È esattamente questo il punto. Non si tratta di R(t), ma di R(0), ossia della propagazione in assenza di restrizioni. È stata stimata a marzo, e le stime, tutte altamente discutibili, la collocavano perfino oltre 4, certamente almeno intorno a 3. Il virus dunque è contagioso e può sorprendere i sistemi di tracciamento e sicuramente li ha sorpresi tutti, in Europa. Anche qui, un buon uso dei dati avrebbe potuto essere decisivo.

Tutti i sistemi di tracciamento europei, essendo rispettosi del Gdpr (la disciplina europea sulla privacy), non sono stati efficienti.

I paesi che sono stati più abili a tracciare i potenziali contagi si trovano in Asia e hanno sfruttato l’ingente quantità di dati sul tracciamento raccolti da Apple e Google attraverso i dispositivi mobili personali (cellulari e tablet), che tutti noi abbiamo. Individuato un positivo, la storia dei suoi contatti è già nel cloud dei service provider e può essere rivelata all’autorità sanitaria, che li raggiunge rapidamente con un test, cui rapidamente segue l’eventuale isolamento. Qualcuno lo chiama tracciamento tecnologico, a distinguerlo da quello meno tecnologico che abbiamo noi, che si basa sui dati inaccurati rivelati dalla memoria dei positivi sintomatici e raccolti a mano. I benefici del tracciamento tecnologico sono straordinari. Essendo tempestivo, interrompe prima le catene di contagio, quindi è efficace a controllare R(t); in secondo luogo, in forza della sua tempestività, individua precocemente anche i soggetti che potrebbero contrarre la malattia in forma grave; questo permette di anticipare il momento del trattamento e ridurre i casi dell’evoluzione peggiore della malattia. Quindi, meno contagi e meno morti. Tutto questo grazie a dati che esistono senza che sia necessario raccoglierli con una App dedicata (Immuni).

Meglio rinunciare alla privacy degli spostamenti che agli spostamenti tout court

Ostacoli a sfruttare il tracciamento tecnologico? Solo uno, il Gdpr (il codice europeo della privacy), ma dovremmo essere realistici e considerare che il Gdpr non è un totem. In fondo l’Unione europea ha rinunciato al patto di stabilità e crescita, proprio sospendendolo. Quindi, si potrebbe fare. Inoltre, riteniamo che sia assai preferibile sospendere il Gdpr e quindi sospendere il diritto alla privacy degli spostamenti, piuttosto che essere costretti a bloccare il diritto agli spostamenti.

Qualcuno, a questo punto, penserà che si tratta di pensieri inutili, perché quel che si poteva fare è stato fatto e per il resto è troppo tardi.

Su questo non abbiamo certezze. Le avremmo se fossimo sicuri che la diffusione del virus è stato - nella seconda ondata - tanto ampio da rendere improbabile la terza. Ma, per la verità, questo è un altro dato di cui non disponiamo, perché non è stata mai fatta una seconda indagine sulla sieroprevalenza, dopo la prima di maggio, che evidenziò che il rischio di una seconda ondata era concreto. Per questo ci permettiamo di insistere: anche se il vaccino arrivasse dopodomani, cambiamo registro e usiamo meglio i dati. L’abbiamo fatto veramente poco, imboccando la strada al contrasto più costosa possibile.

Per esempio, siccome sappiamo che R(t) è ormai sotto il valore di 1, continuiamo pure a discutere se aprire o meno la montagna, ma almeno le scuole riportiamole in presenza. sarebbe un segnale che, nonostante tutto, quel poco di margine di rischio che ci sentiamo di prendere, lo assegniamo ai giovani, al futuro.