Una tempesta perfetta si delinea all’orizzonte del settore energetico mondiale. Diversi gli indizi che, sommati, si stanno rivelando ben più che una prova. Su tutti le quotazioni delle fonti non rinnovabili: il greggio è raddoppiato dal settembre 2020, tornando a 80 dollari al barile per la prima volta da un quinquennio; nello stesso periodo il gas è cresciuto del 230%, mentre il carbone è addirittura quadruplicato.

Cosa ci dicono queste vistose impennate simultanee?

Per prima cosa, che la domanda di energia fossile è tornata a crescere. Quella di greggio, rispetto al minimo di circa 80 milioni di barili/giorno (mb/g) toccati nell’aprile 2020, al culmine della crisi provocata dalla pandemia (e con un totale medio annuo di 93,4 mb/g), dovrebbe risalire a 96,2 mb/g per l’intero 2021, secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia (mentre l’ente energetico americano ritiene si supereranno i 97 mb/g).

Si calcola che la richiesta di gas crescerà del 2,8% e quella di carbone tra il 2,6 e addirittura il 4%, secondo varie fonti. Questo grazie alla ripresa economica generalizzata post-Covid-19, guidata dai Paesi più sviluppati ma soprattutto dalla Cina, che ha patito assai meno del resto del mondo gli effetti della pandemia.

I dati da interpretare

Quello che negli scorsi decenni sarebbe stato interpretato come un dato positivo, propedeutico a un periodo di crescita congiunturale (prezzi in aumento perché la produzione non riesce a soddisfare del tutto la domanda esuberante), in realtà oggi si spiega in un’ottica assai differente e, in buona misura, inquietante. Da un lato, nell’immediato, genera un effetto inflattivo piuttosto serio, a livelli non più raggiunti da tempo (+5% i prezzi negli Usa, +4,1% in Germania, +3,3% la media Ue, una quota non più toccata da 13 anni), conseguenza anche di un aumento medio del 30% dei prezzi delle materie prime. Dall’altro, dà avvio a una lotta senza quartiere per procurarsi risorse energetiche che si stanno rarefacendo sui mercati.

Ma se l’offerta nell’immediato fatica a tener dietro alla richiesta, a medio-lungo termine la prospettiva è che essa sarà largamente carente perché il mondo ha deciso di dirigersi verso le fonti rinnovabili molto più celermente di quanto ipotizzato solo pochi mesi or sono, frenando gli investimenti su quelle fossili e provocando così un deficit sui mercati destinato a crescere a medio-lungo termine.

 

Di fronte ai profondi cambiamenti climatici, i cui effetti sono ormai di piena evidenza, gran parte del pianeta ha deciso di giungere a una decarbonizzazione completa (“obiettivo zero emissioni”) entro il 2050, mentre la meta, fino a un paio di anni or sono, era di ridurre tali emissioni “almeno dell’80%”. Appena l’anno scorso l’edizione del “Global Renewables Outlook” dell’IRENA (International Renewables Energy Agency) giudicava come “ambiziosa” la meta di una riduzione del 70%. Può indurre qualche ottimismo il fatto che, fino al 2019, i Paesi impegnati ad azzerare la propria produzione di gas serra rappresentassero appena il 19% del Pil mondiale, mentre nell’anno in corso tale quota è balzata al 68%.

Questo comporta l’accennato progressivo e rapido abbandono delle fonti fossili e la conseguente scommessa totale sulle quelle rinnovabili e sull’idrogeno, sia “verde” sia “blu”. In attesa che la padronanza del processo di fusione nucleare (assai arduo tecnologicamente perché si tratta di gestire temperature dell’ordine di 150 milioni di gradi e fortemente costoso) ci dia un’energia pulita (a bassissima radioattività emessa) e a costi sempre più competitivi a mano a mano che se ne diffonderà l’uso. E, ciò che più conta, di fatto illimitata: per sostenere le reazioni di fusione necessarie a soddisfare l’attuale fabbisogno mondiale annuo di energia basta l’idrogeno contenuto nell’acqua di due sole piscine olimpioniche.

Tutto piano e prevedibile il percorso verso consumi energetici più responsabili?

Sfortunatamente non troppo. Intanto occorre chiarire che, se molti sono i Paesi che in questo biennio hanno deciso di adottare l’“obiettivo zero” per il 2050, ben pochi sono finora quelli che hanno chiarito mediante quali percorsi tecnologici e finanziari intendono raggiungere tale traguardo. Sia la Cina (che in realtà si è posta come meta il 2060 e ammette che fino al 2030 continuerà ad aumentare le sue emissioni) sia gli Stati Uniti (l’altro grande inquinatore mondiale, rispettivamente con il 31% e il 14% del totale) non hanno finora adottato strumenti legislativi completi e vincolanti e anche l’Unione europea – all’avanguardia della pattuglia dei Paesi più virtuosi e le cui emissioni già ora rappresentano solo l’8-9% del totale mondiale, pur con 450 milioni di abitanti - lascia alla buona volontà dei singoli Paesi membri l’adozione delle misure legislative necessarie. Con risultati finora assai disomogenei e gruppi di espliciti renitenti, quasi tutti posti a Est, con in testa la Polonia, che non intende rinunciare a bruciare il proprio carbone.

La coerenza dell'Europa scricchiola

L’esito degli sforzi europei compiuti nell’ultimo trentennio è stato il risparmio di un miliardo di tonnellate di CO2 dispersa nell’atmosfera, ma il resto del mondo, nel frattempo, ha aumentato le proprie immissioni di altri 12 miliardi. L’esempio di leadership morale di Bruxelles è stato pagato a caro prezzo: abbiamo cercato di svuotare il mare con un secchiello, si potrebbe dire parafrasando Sant’Agostino, mentre gli altri hanno continuato tranquillamente a riempirlo. E pure noi europei non brilliamo per coerenza: per far fronte alla carenza nelle forniture, nei giorni scorsi abbiamo chiesto alla Russia di accrescere ulteriormente gli acquisti di carbone fino a toccare i 48-50 milioni di tonnellate per l’intero anno.

Prima di raggiungere l’Eden energetico della fusione nucleare, in cui tutti potranno soddisfare facilmente i loro fabbisogni, occorrerà tuttavia superare un percorso irto di ostacoli e, soprattutto, privo di certezze. Abbandonare rapidamente le fonti non rinnovabili significa infatti - come abbiamo più sopra accennato - cessare (o ridurre a fondo) gli investimenti per reperire nuove risorse. Ma «un dollaro non investito oggi è un barile non disponibile domani», ammoniva pochi giorni or sono in un’intervista l’ex ministro dell’Industria Alberto Clò, uno dei più autorevoli economisti energetici italiani.

Detto in altri termini, va bene voler uscire dal settore dei combustibili non rinnovabili, ma occorre avere alternative pronte e realistiche.

Il mercato ha subito scoperto il bluff: se non s’investe nella ricerca di nuove risorse, non si reperiranno giacimenti per sostituire quelle consumate (ed ecco spiegata parte degli attuali rincari di petrolio, gas e carbone), mentre la quantità di energia rinnovabile disponibile appare tutt’altro che sufficiente, oggi e (probabilmente) anche domani.

L'intervento pubblico

Potrà diventare competitiva, in fatto di prezzi, grazie a robusti (ma molto costosi per i consumatori e le imprese) incentivi fiscali pubblici, tuttavia la sua effettiva disponibilità resterà problematica: nei più favorevoli scenari energetici (come quelli delineati da BP, la prima major ad annunciare la fine degli investimenti nei combustibili fossili e ad aver stabilito che il suo logo non significa più British Petroleum ma Beyond Petroleum) il loro ruolo, sulla domanda totale di energia, salirà dal 19 al 33% tra il 2025 e il 2050. Il resto continueranno a fornirlo i combustibili fossili.

Se poi i tempi della disponibilità del nucleare da fusione si allungassero verso la fine del secolo (ipotesi tutt’altro che peregrina, malgrado i progressi che si stanno realizzando), sarà vitale disporre ancora di una buona scorta di energia fossile come extrema ratio.

Spetterà alle generazioni future la scelta ultima: attendere l’arrivo del deus ex machina atomico bruciando le ultime riserve non rinnovabili, con il rischio di compromettere irrimediabilmente l’ambiente. Oppure dare un drastico taglio preventivo agli stili di vita e di produzione dell’epoca contando solo sulle energie rinnovabili.

In ogni caso, nei decenni a venire, gas e petrolio conteranno ancora parecchio nello sviluppo del genere umano. Ci piaccia o meno.