Reddito di cittadinanza, povertà e principi liberali

Sono passati quattro anni da quando dal balcone di Palazzo Chigi l’allora capo del Movimento 5 stelle proclamava l’abolizione della povertà grazie all’approvazione del reddito di cittadinanza. Un provvedimento con tanti meriti, ma con due problemi fondamentali, come è emerso lo scorso anno da un rapporto della Caritas: da una parte non sono veramente poveri più o meno il 40% di coloro che ricevono il sussidio regolarmente, e in modo formalmente corretto, dall’altra almeno il 56% dei veri poveri non hanno diritto o non sono in grado di accedervi. Due elementi che spiegano come mai la povertà sia addirittura aumentata negli ultimi anni e giustificano ampiamente una profonda revisione per indirizzare la spesa pubblica verso le vere necessità.

Gente in difficoltà in coda a Milano per la distribuzione del pane e altri generi

Il 2018 è stato l’inizio di una politica della spesa facile, degli interventi a pioggia, della sostanziale illusione che bastasse spendere per affrontare e risolvere i problemi della società. All’avvio del governo giallo-verde il debito aveva raggiunto i 2.317 miliardi: in un biennio si sono aggiunti altri 252 miliardi complice anche per l’arrivo della pandemia che ha aperto la strada alla sospensione del patto di stabilità europeo e quindi all’allentamento dei vincoli di bilancio.

Una pioggia di bonus senza badare a spese

Insieme agli interventi giusti e doverosi per evitare che la sospensione delle attività economiche potesse causare un avvitamento di una crisi economica già particolarmente grave, in quegli anni sono state tuttavia decise, sotto la confortevole etichetta dei bonus, una serie di spese a pioggia e a getto continuo.

Dai monopattini alle biciclette, dalle colf ai figli universitari, dai libri alle edicole, dalle caldaie alle baby sitter, dalla pubblicità ai mobili: la lista dei bonus approvati dai due Governi presieduti da Giuseppe Conte è pressoché interminabile. Con picchi di evidente spreco, come l’acquisto dei banchi a rotelle, o con l’avvio di processi, come per il superbonus 110%, senza alcun limite di spesa e destinati a gravare per decenni sui conti pubblici. Decisioni a cui si possono aggiungere quelle sulle pensioni, in particolare quota 100, che hanno allargato la spesa, ma che non hanno permesso che in minima parte di offrire maggiori potenzialità di lavoro ai giovani.

Fonte: bancaditalia.it

Cresce la povertà (in ascesa anche prima del Covid)

E così ci si può risvegliare, tenuta almeno in parte sotto controllo la pandemia e in attesa di affrontare un’altra grande crisi per l’esplosione dei prezzi per l’energia, scoprendo che non solo la povertà non è stata abolita, ma viceversa è aumentata negli ultimi anni. La affermano i dati dell’Istat che sottolineano che nel 2021 per la povertà relativa l’incidenza è salita all’11,1% (da 10,1% del 2020) e le famiglie sotto la soglia hanno raggiunto i 2,9 milioni (2,6 milioni nel 2020). [1]

Nel 2021, erano in condizione di povertà assoluta[2] poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale da 7,7% nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente).

Ecco quindi che la povertà, assoluta e relativa, si conferma sostanzialmente sui massimi storici raggiunti nel 2020, l’anno della grande pandemia.

Penalizzato il Sud e le famiglie numerose

Se si scava all’interno delle statistiche non sorprende che la povertà sia più alta nel Mezzogiorno e sia più elevata nelle famiglie con un maggior numero di componenti: Il disagio è particolarmente significativo per le famiglie con figli minori, per le quali l’incidenza passa dall’8,1% delle famiglie con un solo figlio minore al 22,8% di quelle che ne hanno da tre in su.

Ma la pandemia non giustifica la crescita delle disuguaglianze: il livello della povertà assoluta nel 2021 (7,5%) costituisce un record, ma è frutto di una crescita iniziata da lontano. Guardando agli ultimi cinque anni nel 2017 le famiglie in povertà assoluta erano il 6,9%, già in sensibile crescita rispetto al 2016 (6,3%) e ancora di più superiore a quella media dei quattro anni precedenti (2013-2016) quando era stabile e pari al 6,1%.

Come spiegare questi andamenti in un periodo in cui peraltro l’inflazione è rimasta praticamente a zero e in cui il tasso di disoccupazione è progressivamente sceso fino a quota 9,4% nel 2020 e al 9% nel 2021?  La spiegazione è una sola: hanno lavorato più persone, ma in media ciascuna ha lavorato di meno. Nel 2020 c’è stato un vero e proprio crollo (da 1715 a 1559 ore), recuperato solo parzialmente nel 2021.

Compensi e salari vicini alla soglia di povertà

Ecco un primo motivo della crescita della povertà. Lo stipendio medio di un lavoratore dipendente, single senza figli, è stato nel 2021 di 21.246 euro, al netto di tasse e contributi. Sempre in media poco più di 1500 euro al mese per 14 mensilità. In media. Quindi c’è una larga fascia persone che sono al di sotto, anche di molto, a questa quota. Basti pensare che quasi il 30% dei contribuenti dichiara di ricevere compensi e salari che non superano i 10mila euro all’anno, quindi a cavallo della soglia di povertà.

Il reddito di cittadinanza, insieme a molti altri interventi di assistenza pubblica, si inserisce in questa dimensione. Il numero dei poveri è aumentato perché la dinamica dei salari ha penalizzato quelli più bassi, perché le integrazioni per i carichi familiari sono lontane dalla spesa effettiva che deve sostenere una famiglia numerosa, perché i dati ufficiali sono viziati dall’impossibile registrazione dell’evasione fiscale e del lavoro nero.

Un disagio sociale non solo economico

Se la statistica apre la porta alla sociologia allora si può scoprire che per individuare la povertà il dato economico è solo una traccia. I “veri” poveri sono i senza fissa dimora, gli emarginati, gli immigrati, così come chi deve affrontare la Terza età e la malattia con quella angosciante situazione che si chiama solitudine.

Ecco allora che l’idea di sconfiggere la povertà elargendo dei soldi appare una drammatica illusione. I soldi sono importanti, ma lo sono ancora di più il lavoro, la dignità sociale, l’istruzione, la certezza di poter accedere a quelle cure mediche che peraltro in Italia sono garantite da un servizio sanitario che, pur con tanti problemi, resta tra i più aperti al mondo.

Come intervenire per rendere effettivo l’art. 3 della Costituzione che afferma la piena dignità di ogni persona? E che sottolinea: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

“Rimuovere gli ostacoli”: il compito della politica

“Rimuovere gli ostacoli”. In queste tre parole c’è l’approccio più corretto per una politica che voglia contrastare la povertà e le disuguaglianze. Garantire il più possibile la parità dei punti di partenza. In quel grande affresco liberale costituito dalla “Lezioni di politica sociale” Luigi Einaudi afferma chiaramente “il minimo di esistenza non sia un punto di arrivo, ma di partenza: una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini”. In questa prospettiva un intervento dello Stato è, secondo i principi liberali, non solo legittimo, ma doveroso[3]. Un intervento, tuttavia, che non segua le strade dell’assistenzialismo senza confini e che sappia distinguere tra le situazioni di disagio strutturale e quelle che richiedono interventi sulla formazione, sulla ricerca e l’accompagnamento al lavoro. La necessaria revisione del reddito di cittadinanza si inserisce in questa prospettiva. Magari iniziando proprio dalla definizione. La cittadinanza si compone di diritti e doveri in un equilibrio che deve rispettare insieme la dignità delle persone e le regole della convivenza civile. Così come va ripensata la divisione dei compiti tra l’Inps, che ha l’onere dell’erogazione del sussidio, e la Guardia di finanza che, senza grandi mezzi, ha l’arduo compito di scoprire le illegalità tra il milione e 771 beneficiari. In un anno e mezzo (dal gennaio ‘21 al maggio ‘22) La GdF ha così denunciato 29mila persone e scoperto illeciti per 288 milioni di reddito. In fondo pochi soprattutto se paragonati ai 5,6 miliardi di euro di truffe legate al Superbonus del 110% sulle ristrutturazioni edilizie.

Il nuovo Governo ha un compito complesso. Con un partito, come la Lega, che ha chiesto puramente e semplicemente l’abolizione del reddito di cittadinanza di fronte ad una situazione sociale in cui l’esplosione dei costi energetici non potrà che far aumentare l’area del disagio e della povertà.

Il tema del reddito di cittadinanza e della lotta alla povertà è comunque solo un elemento che si aggiunge all’indispensabile riordino di una spesa pubblica che con i governi giallo-verde e giallo-rosso è fortemente aumentata disperdendosi peraltro in mille rivoli in gran parte di carattere puramente assistenziale e spesso a beneficio di chi non ne aveva bisogno.

 

[1] La stima della povertà relativa elaborata dall'Istat si basa sull'uso di una linea di povertà nota come International Standard of Poverty Line (ISPL) che definisce povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o uguale alla spesa media per consumi pro-capite.

[2]La stima della povertà assoluta elaborata dall'Istat definisce povera una famiglia con una spesa per consumi inferiore o uguale al valore monetario di un paniere di beni e servizi considerati essenziali per evitare gravi forme di esclusione sociale. Per esempio: la soglia di povertà assoluta nel 2021 per una famiglia con genitori e due figli in una grande città era di 1.704,68 euro. Per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà è pari a 852,83 euro mensili se risiede in comune centro area metropolitana del Nord, a 766,70 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 576,63 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno

[3] Un’interessante esposizione dei principi liberali sugli interventi statali la si può trovare nell’ultimo libro di Dario Antiseri e Flavio Felice: “Libertà e giustizia economica vivono e muoiono insieme: lettera ai liberali distratti e agli statalisti ottusi” (Ed. Rubbettino, pagg. 110, € 14)