Durante l’assemblea annuale degli azionisti, il 26 maggio 2021, un piccolo fondo di investimenti ha aperto una breccia nella roccaforte di Exxon Mobil, il suo board, introducendo due direttori sensibili e competenti in tema di transizione energetica nel consiglio d’amministrazione della compagnia petrolifera.

La stessa settimana altre due superpotenze del mondo delle Big Oil, Shell e Chevron, sono state sollecitate sul fronte riduzione delle emissioni.

Il settore è da molto tempo nel mirino del legislatore e degli ambientalisti. Che cosa rende quindi così rilevanti questi avvenimenti?

La presa di posizione degli investitori, coloro che impiegano denaro nelle aziende e si aspettano di trarne profitto.

Le sette sorelle

Le Oil Majors (BP, Chevron, ExxonMobil, Shell, Total, ConocoPhillips ed Eni) sono le sette osservate speciali del settore Oil & Gas, che si divide principalmente tra compagnie petrolifere nazionali (NOCs da National Oil Companies) e società quotate. Le compagnie sopraelencate, appartenenti al gruppo delle quotate, sono multinazionali la cui capitalizzazione va dai 30 agli oltre 200 miliardi di dollari (come si legge in Tabella 1), con un trend in calo negli ultimi anni (Figura 1).

 Tabella 1. Principali grandezze economiche riferite alle Oil MajorsTabella 1. Principali grandezze economiche riferite alle Oil MajorsFonte: elaborazione di Mondo Economico su dati Refinitiv, 2020

La politica finanziaria del settore ha sempre optato per mantenere rendimenti azionari elevati (anche il doppio della media di mercato), risultando molto attraente per gli investitori (Figura 2) e indebitandosi nei periodi di crisi pur di non tagliare i dividendi. Di recente, però, l’incertezza degli investitori ha pesato sulla quotazione di queste società, portando addirittura la loro capitalizzazione a essere superata da quella di alcune utilities che stanno puntato tutto sulle rinnovabili.

Figura 1. La capitalizzazione di mercato espressa in milioni di dollari.Figura 1. La capitalizzazione di mercato espressa in milioni di dollari.Fonte: elaborazione di Mondo Economico su dati Refinitiv

Figura 2: Dividend Yield calcolato come rapporto tra dividendi annuali per azione e prezzo dell’azione.Figura 2: Dividend Yield calcolato come rapporto tra dividendi annuali per azione e prezzo dell’azione.Fonte: elaborazione di Mondo Economico su dati Refinitiv

La settimana nera delle Big Oil

L’hedge fund Engine No.1 ha guidato un gruppo di investitori riuscendo a far eleggere due membri dissidenti nel board di ExxonMobil, la compagnia petrolifera più sfacciatamente ancorata al suo business tradizionale. Meno dell’1% del capitale del gigante americano è nelle mani dell’hedge fund ribelle, ma la candidatura di quattro direttori con alle spalle esperienze di successo di riorganizzazione aziendale nell’industria petrolifera ed energetica (Gregory Goff e Kaisa Hietala i due eletti) ha convinto anche grandi fondi pensione e investitori istituzionali, che sono stati determinanti nell’esito delle votazioni. Innegabile che la situazione abbia spiazzato i managers di Exxon che hanno temporeggiato prima di annunciare il risultato delle votazioni.

Contemporaneamente, la concorrente Chevron affrontava il 61% dei suoi azionisti che lamentava la trascuratezza nella strategia di medio-lungo periodo delle emissioni indiritte di gas a effetto serra, cioè quelle derivanti da operazioni a monte e a valle del business (le cosiddette scope 3 emissions).

Il ruolo della regolamentazione

Non è stata risparmiata neppure la componente europea delle Oil majors. Un tribunale olandese ha disposto che Shell riveda in maniera più ambiziosa i suoi obiettivi di riduzione di gas climalteranti, in particolare che riduca del 45% rispetto ai livelli del 2019 le emissioni dirette e indiritte entro il 2030. Sebbene è già certo che Shell ricorrerà in appello, è significativo che sia stato legalmente riconosciuto che il disallineamento di una multinazionale rispetto ai target di riduzione delle emissioni per mantenere l’aumento della temperatura entro 1.5 gradi (come previsto dall’Accordo di Parigi) violi i diritti umani, compresi quelli delle generazioni future.

Altrettanto significativo è che la responsabilità sia stata estesa alle emissioni indirette, come chiesto alla Chevron. Questo impone alle società di esercitare la propria influenza sui partner e soprattutto sui consumatori, portando questi ultimi a rivedere le preferenze e le abitudini di consumo. Considerando che oltre l’80% delle emissioni del settore Oil & Gas sono imputabili a scope 3, non stupisce che questo si sia finora sottratto a vincoli di decarbonizzazione su questo fronte, che implicherebbe quasi naturalmente un taglio della produzione e delle vendite.

La parola agli investitori

La pressione esercitata dagli azionisti è sintomo di un cambiamento nei mercati finanziari. Ci siamo abituati a vedere gli shareholders (gli azionisti) interessati alla massimizzazione del profitto e gli stakeholders (tutti gli altri soggetti che gravitano intorno all’azienda) come portatori di interessi collaterali, tra cui la difesa dei diritti e dell’ambiente.

Ora gli azionisti non chiedono solo di percepire dividendi, ma più influenza sulle scelte strategiche, più trasparenza e un piano realistico per concorrere alla costruzione di una low-carbon economy.

Il caso Exxon ha decretato il successo dell’azionariato critico nel destabilizzare lo status quo delle grandi società.

I colossi del settore Oil & Gas hanno a disposizione risorse finanziarie che difficilmente altri settori riuscirebbero ad accumulare.

Il compito degli azionisti-attivisti, e ciò su cui si misureranno i nuovi membri del consiglio d’amministrazione di Exxon, è spingere dall’interno dell’azienda verso una riallocazione dei capitali.

Sicuramente l’urgenza è allontanarsi dal contesto business-as-usual disinvestendo da attività di estrazione e raffinazione del greggio, al contempo però appare sempre più necessario investire in tecnologie di adattamento, come il carbon capture & storage (operazione di confinamento geologico della CO2 per ridurne la concentrazione in atmosfera), e produzione di energia da fonti alternative. Ad oggi, meno dell’1% degli investimenti delle maggiori compagnie petrolifere hanno superato i confini del loro core business, come riportato dall’Agenzia internazionale dell'energia e rappresentato in figura 3; ma per accelerare la transizione energetica è necessaria una diversificazione più convinta.

Interpretando con ottimismo i fatti dei giorni scorsi ci si può augurare che le compagnie petrolifere non vengano più abbandonate a un management famelico e sprezzante, ma che coloro che vi investono sappiano reindirizzare l’attività verso progetti di transizione che richiedono ingenti finanziamenti.

Figura 3. Investimento di capitale del settore Oil & Gas in progetti diversi dalla fornitura di gas e petrolio. Figura 3. Investimento di capitale del settore Oil & Gas in progetti diversi dalla fornitura di gas e petrolio. Fonte: The Oil and Gas Industry in Energy Transitions, IEA 2020.

La performance finanziaria di un settore come quello petrolifero è minata da un aumento dei costi assicurativi e di adeguamento tecnologico, una tassazione più aspra, sanzioni e spese legali più frequenti, oltre che dalla svalutazione degli assets. I detentori di capitale hanno dimostrato di percepire il cambiamento climatico come un rischio effettivo per le prospettive di business, e l’adozione di una visione di lungo periodo come fondamento per la formulazione di un nuovo piano strategico. La finanza vince quando un investimento premia l’investitore e garantisce la realizzazione di un beneficio collettivo.