L’azione da Big Bang ancora non è arrivata. Ma il fuoco che cova sotto la cenere nel settore delle Tlc, in Italia ma non solo, è visibile da varie angolature. Una, in particolare, da qualche tempo appare sempre di più come la vera cartina di tornasole: quella legata alle torri di trasmissione. Da tempo il settore ha smesso i panni del brutto anatroccolo delle Tlc per diventare un polo d’attrazione per gli investitori. D’altro canto, separare le torri è diventato un affare per le compagnie telefoniche: si genera liquidità vendendo a terzi l'infrastruttura e si deconsolidano costi e debiti.

L’ultimo studio EY, in collaborazione con EWIA (European Wireless Infrastructure Association) sul contributo economico del settore europeo delle torri, diffuso lo scorso febbraio, segnala che dal 2018 per le telco si sono liberati 15 miliardi, pur rimanendo ancora possibile un ampio margine di crescita.

Le tower company indipendenti

EY, infatti, indica che la quota di mercato in mano alle tower company indipendenti è oggi al 35% in un’Europa tradizionalmente reticente a scegliere la strada degli operatori indipendenti. Da un lato perché la strategia degli operatori telefonici europei è sempre stata quella di guardare al proprio network di torri come a un fattore chiave per differenziarsi dai competitors e dall'altro per la mancanza di una vera politica di incentivi che spingesse il mercato a creare delle infrastrutture condivise, come invece è successo negli Usa dove la percentuale di mercato in mano agli operatori indipendenti è del 90 per cento.

Fonte: EWIA, febbraio 2022

Ranghi serrati e la fiche di Tim

Quello che accade nel settore torri però, mai come in questo momento, sta finendo per dare indicazioni sulla necessità degli operatori del settore di serrare i ranghi. In Italia ad esempio, a metà aprile è stato comunicato l’accordo fra Tim e il fondo di investimento infrastrutturale Ardian. Il quale, alla guida di un consorzio come spiegato nella nota diffusa a valle dell’intesa, va ad acquisire «una quota detenuta da Tim pari al 41% della holding Daphne 3 (“holding”) che attualmente detiene a sua volta una quota del 30,2% in Inwit».

Quest’ultima è la società delle torri in cui sono confluiti gli asset di Tim e Vodafone, con quasi 23mila siti gestiti in Italia e che dal punto di vista societario fa capo per il 30,2% a Daphne 3 (con Tim ha il 51% e Ardian a guidare un consorzio con il 49%), con il 33,2% in mano a Vantage Tower (Vodafone Group). Al termine dell’operazione Tim resterà con una quota in trasparenza del 3%, con un 27% circa in mano ad Ardian e un 33,2% posseduto da Vantage Towers, la società delle torri di Vodafone, distribuite nel Vecchio Continente e quotata alla Borsa di Francoforte.

Risultato: una iniezione di 1,3 miliardi per Tim «oltre al rimborso del prestito per circa 200 milioni di euro, concesso da Tim al momento dell’iniziale acquisizione del 2020». Una fiche importante, insomma, che per l’ex monopolista significherà fieno in cascina per sostenere gli investimenti, ma anche per ridurre il debito che a fine 2021 raggiungeva i 22 miliardi.

Fonte: Area Studi Mediobanca

Le torri di Iliad 

Allargando lo sguardo, Iliad le sue torri in Italia le ha già vendute a Cellnex utilizzando quelle risorse per ridurre il peso dell’acquisizione dell’operatore polacco Play nel 2020. Sempre Cellnex, gigante europeo che gestiva 101.802 siti a fine 2021  (saranno 130mila al 2030), ha concluso un accordo su scala europea con Ck Hutchison, conglomerata di Hong Kong cui fa capo l’operatore Wind Tre. E, infatti per Cellnex, che ha come secondo azionista la Edizione della famiglia Benetton con l’8,5% (dietro al 9,5% del fondo Gic), in Italia i siti sono saliti a 20.272 fra torri del progetto Galata (ex Wind), torri di Iliad, oltre 400 da Linkem e 9mila torri acquisite, da ultimo, da Ck Hutchison.

Insomma si è monetizzato. Proprio come vorrebbe fare Deutsche Telekom che starebbe valutando la cessione quanto meno parziale del suo business delle torri (sono 40.600 torri in Germania). E proprio come fondi azionisti di Vodafone Group vorrebbero che facesse il gruppo guidato a livello global da Nick Read, che sembra sempre di più essere messo in discussione.

Lo ha riportato un articolo del Financial Times di qualche giorno fa, evidenziando come il vertice del gruppo sia sottoposto a pressioni crescenti per accelerare sulla conclusione di accordi spinti dai fondi azionisti già prima dell’ultima diffusione dei conti trimestrali. Un pressing che va avanti da gennaio almeno, quando il più grande fondo attivista d'Europa, Cevian Capital, ha dichiarato di essere entrato nella società per puntare a una profonda revisione del gruppo, a partire dalla cessione di attività non remunerative e spingendo per il consolidamento in mercati chiave.

Vantage Towers, società delle torri di Vodafone, è una indiziata visto che alcuni fondi vorrebbero che il gruppo ne vendesse una quota. Ma il ceo Read avrebbe come obiettivo quello di concludere un eventuale accordo con una società del settore Tlc o una towerco, più che farlo attraverso l’ingresso di investitori finanziari. Secondo Reuters tutto questo avrebbe fatto rispedire al mittente un’offerta da 16 miliardi di dollari presentata dalle società di investimento Brookfield e Global Infrastructure Partners.

Fonte: Area Studi Mediobanca

Vodafone è stata proprio una delle due protagoniste della più importante mossa in chiave consolidamento in Italia. A febbraio ha infatti rifiutato un’offerta da 11,2 miliardi di euro presentata da Iliad per le attività italiane. Una mossa sorprendente quella del gruppo che fa capo a Xavier Niel viste le dimensioni e l’attacco della più piccola Iliad a Vodafone, ma non totalmente a sorpresa cisto che l’ad di Iliad Italia, Benedetto Levi, sul Sole 24 Ore del 13 gennaio aveva dichiarato che «se uno dei tre principali operatori sarà in vendita, valuteremo tutte le opzioni anche in chiave M&A».

Risiko continuo

Non è andata in porto, ma la la partita è tutt’altro che da dare per terminata mentre sullo sfondo si nota un dinamismo che potrebbe preludere a uno scompaginamento delle carte sul tavolo. Partendo dalle notizie ufficiali, c’è da segnalare l’accordo sulla rete mobile fra Iliad e Wind Tre. L’operazione  ha avuto un primo avvio concreto il 31 marzo, con l’avvio da parte di Wind Tre delle procedure per conferire una porzione di rete mobile nelle “aree bianche” in una newco destinata a essere partecipata al 50% da Iliad. In quelle aree Iliad non ha una sua infrastruttura, al contrario degli investimenti fatti in altre aree, più densamente popolate del Paese. In questo modo l’accordo con Wind Tre permetterà di accelerare su rollout e servizio 5G. Mentre per Wind Tre il vantaggio è monetizzare (si torna sempre lì). Altra notizia ufficiale: la fusione di Linkem Retail in Tiscali. In questo modo la parte servizi di Linkem entrerà in Tiscali (assumendone il controllo) mentre la parte infrastrutturale di Linkem è interessata da una procedura di valorizzazione (ecco che ritorna). 

 

Fonte: Il Sole 24 ore

Quanto ai rumors, c’è l’imbarazzo della scelta. Con il primo, più importante, che riguarda Iliad e Vodafone. Il mercato crede che prima o poi le due società dovranno trovarsi a convergere. Se non altro anche perché per le telco italiane – si parla di Tim, Vodafone, WindTre e Iliad - si avvicina la scadenza di settembre, quando dovranno sborsare complessivamente 4,8 miliardi di euro (di cui 1 miliardo a carico di Iliad e 1,7 per Vodafone) come corrispettivo per le frequenze acquisite nel corso di una gara pubblica, a ottobre 2018.

Troppo per non unire le forze in un mercato competitivo come quello italiano in cui gli occhi sono però soprattutto puntati ora sulle mosse di Tim. Il nuovo ad Pietro Labriola ha imbastito un piano industriale, che dovrebbe prendere corpo oltre gli intenti a inizio estate, che prevede la separazione della società in due parti: la ServiceCo (servizi) e la NetCo (rete). Una suddivisione, insomma, del business Tim in 4 aree - consumer, rete, enterprise e Tim Brasil – che ha attirato l’interesse di vari fondi (da Cvc che si è fatta avanti con manifestazione d’interesse non vincolante ad Apax).

Verso una rete unica?

Sullo sfondo, per la parte rete, c’è la possibile combinazione con Open Fiber per una “rete unica”. Accadrà?  Alcune condizioni sono cambiate e sembrano poter aiutare. Fra queste l’azionariato di  Open Fiber: Cdp (che ha anche il 10% di Tim) ora ha il 60% mentre nell'ultima tornata di “negoziazioni” andate a vuoto neanche un anno fa era in joint venture paritetica con Enel. Dall'altra parte in Tim nei mesi scorsi era caduto il tabù dello scendere in minoranza e comunque la separazione della rete è un'ipotesi che appare centrale nel progetto tracciato a inizio marzo dal nuovo ad Tim, Pietro Labriola di suddivisione della telco in parte servizi e parte rete. Il menu è ricco. C’è solo da capire il momento in cui le prime portate arriveranno a tavola.