Morto un re, se ne fa un altro. In Thailandia, però, la cosa è tutt’altro che facile.

 

Dopo la morte di Re Bhumibol Adulyadej nello scorso Ottobre, la successione in atto è un affare estremamente complicato e pregno di incognite. Il turista che arriva in Thailandia è sopraffatto dall’onnipresente tributo di lutto nazionale per la scomparsa di Re Bhumibol, un sovrano venerato dal popolo con il primato mondiale della permanenza sul trono. Fu nel 1946 infatti che Re Bhumibol salì al trono dopo che il suo fratello maggiore ed erede legittimo, Re Ananda, venne misteriosamente ucciso da una pallottola pochi mesi dopo il suo ritorno in Thailandia dalla Svizzera.  Ora è la volta dell’unico figlio maschio di Re Bhumibol, il sessantaquattrenne principe Vajiralongkorn, che è stato formalmente invitato ad occupare il trono. Vajiralongkorn ha naturalmente accettato, ma la successione vera e propria avrà luogo nel prossimo anno. Nel frattempo, incombe il lutto nazionale.

Ogni angolo del regno di Thailandia è addobbato con festoni, ghirlande e gigantesche fotografie del defunto re incastonate in drappi bianchi e neri, con imponenti diciture di omaggio al monarca scomparso. Uomini e donne sono vestiti a lutto con abiti bianchi e nastrini neri. La grandiosa commemorazione attanaglia il Paese ed al tempo stesso impone un clima di suspense sullo svolgersi degli eventi che determineranno non soltanto il futuro della monarchia ma soprattutto quello di uno stato che è democratico nelle intenzioni ma non nella sostanza. L’incognita maggiore è rappresentata dal Re in fieri, che fino a tempi recenti ha schivato un pubblico profilo, trascorrendo buona parte del suo tempo a Monaco di Baviera. Una ipotesi credibile è quella che Vajiralongkorn abbia voluto mantenere le distanze dal Privy Council e dagli interventi militari contro il primo ministro Thaksin e sua sorella Yingluck Shinawatrath. Thaksin, eletto nel 2001 e rieletto a grande maggioranza nel 2005, fu rovesciato da un golpe militare nel Settembre 2006. Da allora vive in esilio. La sorella Yingluck divenne a sua volta primo ministro nel 2011, ma fu sollevata dall’incarico nel 2014 dopo che la Corte costituzionale la giudicò colpevole di abuso di potere. Come il fratello, Yingluck godeva di grande popolarità presso la massa popolare meno abbiente, ma i procedimenti penali a suo carico per corruzione l’hanno praticamente emarginata dalla vita politica.

La Thailandia presenta un sistema misto di governo unico al mondo, retto da un instabile equilibrio tra i militari ed il palazzo reale. Negli anni sessanta, gli esponenti monarchici avevano stretto un patto con i militari per restituire un carattere sacro ed intoccabile alla monarchia. Successivamente, Re Bhumibol era riuscito a fare del suo trono l’arbitro della politica nazionale, intervenendo nel 1973 e nel 1992 per porre fine alle violenze commesse dai militari contro forze di opposizione. Il prestigio del monarca, per non parlare della venerazione popolare, toccava il suo zenith nel 2006, in occasione del sessantesimo anniversario della sua ascesa al trono. Questo accadeva nel mese di giugno; ad ottobre, i militari sopprimevano il governo popolare, democraticamente eletto, di Thaksin. Di colpo, la monarchia perdeva gran parte della sua popolarità e della sua stessa legittimità. Di riflesso, l’istituzione della monarchia veniva esposta a maggiore trasparenza e in modo particolare agli alti e bassi dei bizantini giochi di potere a Bangkok. La sua sopravvivenza veniva peraltro assicurata dall’opera paziente ed encomiabile di Re Bhumibol, che aveva fatto dell’intero Paese l’ufficio in cui agiva.

Durante una mia visita a Bangkok in quell’epoca, ad ogni mia domanda sul Re, mi veniva  invariabilmente risposto: “He works” (lavora). I Thailandesi erano pacificamente assuefatti alle immagini che lo ritraevano mentre dialogava con i contadini nelle risaie, si faceva strada nella giungla o verificava nei campi le opere di sviluppo rurale. Di fatto, Re Bhumibol diveniva il simbolo dell’identità culturale della Thailandia. La predicazione morale era il tratto di maggior effetto, considerando che la politica aveva cessato di essere appannaggio della monarchia. Bhumibol era divenuto un apostolo della “sufficienza”, in pratica della capacità di vivere semplicemente con i mezzi a disposizione evitando comportamenti avidi e la sopraffazione ai danni di altri membri della comunità.

Nella mia più recente visita a Chiang Mai, avvenuta a novembre nella regione settentrionale, ho avuto modo di constatare come l’assidua opera di Re Bhumibol avesse contribuito a migliorare le condizioni di vita del Paese. Nel giro di quattro decenni, la zona di Doi Inthanon è passata dal suo retaggio di raccolta dei papaveri oppiacei ad una vera e propria industria di coltivazione del caffè. Nei villaggi montani Hmong ho potuto degustare un ottimo espresso ottenuto con il caffè locale e una moderna macchina di produzione italiana. Se si è giunti a tanto è perché Re Bhumibol riuscì a convincere le popolazioni delle zone montagnose, come i Karen di Pha Mon, Pha Mon Mai e Nong Lom, ad abbandonare la coltivazione dei papaveri ed a piantare arbusti di caffè.

Fu il Re stesso a portare il primo arbusto di Arabica a Nong Lom ed a convincere i contadini che il caffè avrebbe trovato un clima quanto mai favorevole in montagna. Grazie ai consigli del Re, i coltivatori di caffè hanno deciso di mettere a frutto le loro limitate coltivazioni senza cedere terreni a grandi “coffee farms”, accogliendo le raccomandazioni di preservare l’ambiente. Insieme con le piantagioni di caffè, la regione montagnosa ora produce rose che hanno riscosso grande successo sui mercati. La rosa più richiesta, non sorprendentemente, è la “king rose”. Ma la vera “success story” è che una popolazione povera sia riuscita nel giro di una generazione a realizzare un modello di sviluppo agricolo sostenibile grazie anche all’agricoltura organica, che riduce i costi di fertilizzanti e pesticidi a tutto vantaggio dell’ecologia locale e del turismo in costante ascesa.

Il cordoglio popolare per la scomparsa del Re agricoltore appare profondo e sincero anche a distanza di mesi. Meno sincero è invece l’attaccamento al principe destinato ad assumere il trono del quale sono note le propensioni alla bella vita e i trascorsi di amicizia con Thaksin che resta la bestia nera della politica thailandese. A parte il fatto che appare molto difficile che la devozione per Re Bhumibol possa essere trasferita al figlio per troppo tempo assente dal palcoscenico nazionale, il ruolo pubblico che il nuovo Re dovrà assumere è al centro di lotte intestine ma soprattutto un grosso punto interrogativo al quale solo le forze armate potranno dare risposta. È già molto che le autorità abbiano offerto il trono a Vajiralongkorn anziché alla sorella, la principessa Maha Chakri Sirindon, che gode di popolarità di gran lunga maggiore per aver generosamente elargito i favori del palazzo reale e per aver degnamente rappresentato il sovrano gravemente malato. Non è un segreto anzi che molti membri dell’elite favorivano la successione di Sirindon o la nomina di un reggente per un adolescente membro della famiglia reale.

Sulle discussioni della questione ereditaria e delle incognite di governo pesa come un macigno una legge che viene regolarmente usata per neutralizzare ogni genere di opposizione: si tratta della cosiddetta lèse majestè, la lesa maestà. Ma il problema di fondo è rappresentato proprio dal fatto che la straordinaria popolarità personale del Re scomparso non ha conferito maggiore legittimazione alla monarchia. Ed ancora, le condizioni che avevano fatto della monarchia il centro spirituale della nazione, ovviamente con il consenso dei militari, non si applicano automaticamente al successore di Re Bhumibol.

Un rapporto diplomatico reso pubblico da WikiLeaks scarnifica la situazione a Bangkok: “Esistono molti circoli di attori e di influenza che circondano la famiglia reale, con agende in concorrenza, alimentate da anni di separazione fisica e di rapporti titubanti tra i principali protagonisti”. Se, come alcuni affermano, Re Bhumibol era contrario al colpo di stato del 2006, egli si dimostrò incapace o riluttante a trattenere elementi del palazzo che appoggiavano l’intervento dei militari.  Secondo WikiLeaks, la stessa Regina ed il presidente del Privy Council erano a favore del colpo di stato. Ed infine, l’impiego indiscriminato della “lesa maestà”, che ha duramente ristretto la libertà di opinione in Thailandia, ha danneggiato la monarchia e continuerà a farlo qualora dovesse essere estesa a più membri della famiglia reale.

Contrariamente al passato, il colpo di stato del 2006 non è stato dimenticato da molti cittadini e specialmente dalle cosiddette “camicie rosse” del Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura (UDD). Tra le maggiori conseguenze è la percezione che, lungi dall’essere neutrale, la monarchia fosse coinvolta nel colpo di stato ed, in seguito, nella repressione che nel maggio 2010 portò ad una strage di “camicie rosse”. Resta comunque il fatto che i militari hanno nominato il nuovo Re e che la decisione ha posto fine ad una serie di congetture e scenari di successione che avrebbero minato ancor più la legittimità della monarchia. In questo groviglio di lotte di palazzo, di pericoli di nuove sommosse di piazza, di promesse di elezioni non mantenute dai militari, e di una nazione profondamente divisa tra Thaksin ed i militari, entra in campo il nuovo sovrano, chiamato a far rispettare l’unità e l’identità thailandese che dovrebbero informare il ruolo della monarchia. Se è vero, come taluni osservatori sostengono, che Re Vajiralongkorn è uomo di indipendenza di giudizio e di azione, la Thailandia potrebbe assistere ad un processo di rinnovamento che avrà fondamentali riflessi sulla monarchia oltre che sul futuro di una nazione che ha le risorse e la volontà per affermarsi sulla scena mondiale. I prossimi mesi saranno certamente cruciali.