Molti si chiedono se la crisi in corso non accresca il potere relativo della classe politica e se non si poteva agire prima. A giudizio di chi scrive la risposta alla prima domanda è "si", alla seconda "no". Per dare ragione del "sì": quando si arriva ad una crisi economica, chi può generare risorse accresce il proprio potere relativo. La classe politica può variare le spese e le imposte e quindi stimolare l'economia reale, e può anche emettere obbligazioni, indipendentemente dal fabbisogno del bilancio pubblico, e così alimentare l'economia sul versante finanziario. Sono accadute entrambe le cose, il taglio temporaneo delle imposte deciso da Bush per aiutare le famiglie nel periodo estivo, il piano Paulson per salvare il sistema finanziario comprando le obbligazioni di dubbia qualità e iniettando capitale di rischio nelle banche.

 

Per dare ragione del "no": le natura e l'entità delle crisi si capisce sempre a posteriori, nessuno le prevede, se non in termini generici. Uno avrebbe potuto immaginare che "così non si poteva andare avanti", ma non prevedere esattamente la svolgimento della crisi. Si possono portare degli esempi, la crisi della lira nel 1992 e la caduta della Germania dell'Est. La politica del cambio forte della lira era una scelta credibile, ed, infatti, in molti la preferivano ad una svalutazione, che poteva avere degli esiti imprevedibili. Poi la lira svalutò, e ci fu la manovra di Amato, che in tempi normali non sarebbe mai stata varata. In Germania occidentale si aspettavano la fine della Germania orientale, ma non in tempi stretti e, soprattutto, non pensavano che quell'economia fosse così mal messa. Quando la DDR cadde essa fu assorbita senza scosse particolari, con una manovra colossale, possibile solo ad un paese, come la Repubblica Federale Tedesca, che aveva un bilancio pubblico molto solido ed un avanzo commerciale con l'estero cospicuo. Ma la previsione era sbagliata lo stesso.  
 
La conclusione è che nei periodi di crisi i politici hanno delle risorse che i privati non hanno, ma la loro capacità di prevedere è eguale a quella di tutti, ossia prima che le cose emergano le previsioni sono generiche, non riescono a dar conto della natura e dell'entità della crisi. La crisi giustifica, o legittima, l'azione politica di natura straordinaria. Vedere nelle crisi un complotto è un modo non corretto di ricostruire a posteriori l'accaduto.
 
Ecco una ricostruzione della crisi in corso di tipo "casualista"e non "complottista". Fino all'estate del 2007 erano pochi quelli che suonavano il campanello d'allarme. Fra questi, il Levy Economics Institute. Qui lavorano i pochi seguaci di Hyman Minsky, un economista morto senza fama popolare. Discutevano il limite del modello di crescita centrato sul debito privato. Un altro "think tank" di New York, il RGE, di Nouriel Rubini e Brad Setser, delineava i limiti crescita del sistema centrato sull'emissione del debito pubblico sottoscritto dai paesi in via di sviluppo. Infine, qualche cenno critico, ma senza particolari allarmi, nelle Relazioni del Fondo Monetario e della Banca dei Regolamenti Internazionali. Da allora, improvvisamente, tutti si sono trovati di fronte a degli eventi inattesi che, di mano in mano che emergevano, erano sempre più gravi. I mercati finanziari assomigliano alla pesca con la dinamite. Al principio si sa che la dinamite è scoppiata, ma non si è in grado di prevederne con precisione gli effetti. All'inizio sono emersi i pesci piccoli, i mutui ipotecari di bassa qualità, i famigerati sub prime, e tutti erano contenti, perché si prevedevano dei danni contenuti. Proprio quel che è successo da luglio ad ottobre 2007. Dalle dichiarazioni rassicuranti sul contenimento della crisi di Bernanke, all'ascesa dei prezzi delle azioni fino ad ottobre, questo era il punto di vista della maggioranza degli investitori, non solo delle autorità. Poi sono emersi i pesci grossi, le imprese finanziarie che avevano comperato i mutui impacchettati sotto forma d'obbligazioni, che si sono trovate con delle attività che valevano molto meno. Proprio quello che è successo da ottobre 2007 a settembre 2008. Ecco la raffica di interventi della banca centrale statunitense, a gennaio, quando Sociètè Generale entra in crisi, a marzo, quando fallisce Bear Stearns, a settembre, quando sono salvate le società che finanziano i mutui ipotecari, Fannie Mae e Freddie Mac. Poi è lasciata fallire la Lehman, mentre è salvata la società d'assicurazione AIG. Alla fine è varato il piano Paulson di salvataggio del sistema. Emerge così la balena, la crisi del sistema finanziario alimentato dalla crescita centrata sul consumo delle famiglie a sua volta basato sul credito. Con l'emergere della balena si apre la porta agli interventi pubblici, volti a salvare sia il sistema finanziario sia a rilanciare l'economia.
 
Si teme che i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese flettano. Ecco l'intervento pubblico. Una volta che la discesa dei tassi d'interesse non funziona, o funziona poco, si pensa alla spinta fiscale, ossia ad una combinazione di spese ed imposte in grado di stimolare l'economia reale. Il punto di cui si discute non è soltanto questo. Si discute dell'intervento pubblico per salvare il sistema finanziario. Insomma, l'economia   reale si riprende, se si risana anche quella finanziaria. Fra non molto avremo negli Stati Uniti un'economia in cui il sistema finanziario (quello bancario, assicurativo e dei mutui ipotecari, con l'esclusione delle banche di credito ordinario) finirà in qualche misura sotto il controllo statale. Il Tesoro degli Stati Uniti compra le attività finanziarie dubbie ed emette debito (obbligazioni) per finanziarne l'acquisto. Deve emettere obbligazioni anche per finanziare il maggior deficit pubblico. Chi compra tutte queste obbligazioni? I paesi in via di sviluppo, che sono in avanzo commerciale con gli Stati Uniti, la Cina e gli altri paesi autocratici. Le autocrazie continuano quindi ad accumulare crediti e gli Stati Uniti debiti. Non è una condizione di equilibrio di lungo termine, ma le nubi possono intanto diradarsi. Il mondo però è cambiato.