1. Quest’anno l’uscita del rapporto Economic Freedom of the World (‘La libertà economica nel mondo’ ) era particolarmente attesa alla luce dell’attuale crisi. Di quanto ne ha risentito l’economia globale?

 

L’Economic Freedom Index (‘L’Indice della libertà economica’), i cui risultati sono commentati nel rapporto, è calcolato sulla base di quarantadue variabili che coprono cinque aree di analisi: il peso dello stato, la tutela dei diritti di proprietà, la libertà negli scambi commerciali, la presenza di un sistema monetario solido e di un buon sistema di regolamentazione dei mercati. L’indice misura quanto le politiche e le istituzioni dei diversi paesi (sono 144 nazioni le nazioni incluse) tutelino la libertà economica dei propri cittadini. I risultati contenuti in questa edizione del rapporto si riferiscono al 2010, ultimo anno per cui erano disponibili dati completi.

La libertà economica è cresciuta sensibilmente dal 1980 (il primo anno per il quale l’indicatore è stato calcolato), al 2007, e il valore medio a livello globale dell’indice è passato, in quest’arco di tempo, da 5,30 a 6,88  (su una scala da 1 a 10). Nel biennio 2008-2009, in seguito all’esplodere della crisi finanziaria, si è registrato un peggioramento: si è osservato un aumento della spesa pubblica e un inasprirsi delle regolamentazioni (in primis per quanto riguarda il settore finanziario) che hanno abbassato il livello complessivo di libertà economica. 

Alla luce di queste premesse, i risultati di questa nuova edizione erano particolarmente attesi. Non era facile prevedere, infatti, se il trend decrescente sarebbe continuato o se, passata la fase iniziale della crisi, si sarebbe osservata un’inversione della tendenza. Si può dire, analizzando i dati, che c’è stato un lieve segnale di miglioramento, e il valore medio mondiale dell’indice è passato da 6,79 nel 2009 a 6,83 nel 2010. 

A prima vista, si potrebbe trarre una conclusione ottimista. Un ulteriore peggioramento sarebbe stato il segnale della persistenza nel tempo degli effetti della crisi, con l’aspettativa di livelli di libertà economica persistentemente più bassi rispetto ai livelli pre-crisi; il miglioramento registrato sembra dirci che forse la crisi ha portato ad un arretramento solo temporaneo.

Tuttavia, analizzando nel dettaglio i risultati, la situazione appare più complessa ed emergono alcuni chiaroscuri, soprattutto per i paesi occidentali.

2. Gli Stati Uniti, che si erano sempre collocati tra i primi dieci a livello mondiale, sono precipitati alla 15a posizione nel 2009 e alla 18a nel 2010. Perdono terreno sul fronte della dimensione dello stato (per gli ingenti aumenti della spesa pubblica), nell’area riguardante il sistema legale e la tutela dei diritti di proprietà e, soprattutto, nell’area riguardante l’apertura al commercio internazionale, dove hanno perso quasi un punto e mezzo nel corso dell’ultimo decennio. La cattiva performance degli Stati Uniti non è un buon segnale per l’economia mondiale e sarà interessante monitorarne gli sviluppi nei prossimi anni.

Tra i paesi dell’UE, al primo posto troviamo i sempre più euroscettici finlandesi. Le grandi economie europee perdono tutte terreno: il Regno Unito passa dall’8° alla 12° posizione, la Germania dalla 21° alla 31°, la Francia dalla 42° alla 47°. Risale un poco la Spagna, ma considerando che i dati si riferiscono al 2010 (quando vi era ancora l’illusione che il paese iberico potesse salvarsi senza eccessivi interventi pubblici a salvataggio del sistema bancario e per il sostegno dell’economia) non c’è da essere ottimisti sulla robustezza di questo risultato. 

Il miglioramento a livello globale è quindi ascrivibile, più che a una vera e propria inversione di tendenza nei paesi occidentali, all’incremento del livello di libertà economica nei paesi emergenti e, comunque, in paesi precedentemente caratterizzati da performance meno brillanti da questo punto di vista.

Nelle prime venti posizioni troviamo, innanzitutto, un manipolo di paesi arabi. Il Bahrain è settimo, gli Emirati Arabi Uniti sono undicesimi, il Qatar diciassettesimo, il Kuwait diciannovesimo e l’Oman ventesimo. Si tratta di paesi caratterizzati da un basso grado di libertà politica, che stanno però migliorando le proprie istituzioni economiche. Il risultato va analizzato con molta cautela: questi paesi non hanno avuto necessità di rispondere alla crisi con interventi pubblici, e lo scarso sviluppo dei loro sistemi di welfare porta vantaggi sul lato della libertà economica ma costituisce un limite sotto altri punti di vista. Tuttavia, si tratta di un risultato rilevante, soprattutto alla luce dell’evidenza empirica secondo cui i paesi che introducono migliori e più aperte istituzioni economiche tendono ad adottare, sia pure con un lag temporale, anche qualche forma di apertura politica [Giavazzi, F. and Tabellini, G. (2005). Economic and political liberalizations. Journal of Monetary Economics, 52:1297–1330].

Gli altri cluster di nazioni in ascesa dal punto di vista della libertà economica sono costituiti da alcuni paesi ex-comunisti (nell’ultimo decennio la Romania è passata dalla 110a alla 42a posizione, la Bulgaria dalla 108a alla 47a, l’Albania dalla 77° alla 32°) e dell’Africa (il Ruanda dalla 106° alla 44° posizione, il Malawi dalla 114° alla 84°, il Ghana dalla 101° alla 53°). 

Anche in questo caso, il fatto di avere sistemi di welfare meno sviluppati e capaci di controbilanciare gli effetti negativi della congiuntura può avere costituito (paradossalmente) un punto di forza. È però chiaro che la crisi ha favorito uno “shuffle”, un rimescolamento della classifica della libertà economica, e che i paesi sviluppati rischiano di impiegare diversi anni per ritornare alle posizioni pre-crisi.

3. E l’Italia? Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. 

Il nostro paese ottiene un punteggio pari a 6,77, classificandosi 83a, sostanzialmente in linea con il risultato dell’anno precedente (6,76, 81a posizione).

Peggiora leggermente il risultato relativo alle aree di analisi “peso dello stato” e “apertura al commercio internazionale”. In particolare, per quanto riguarda la presenza dello stato nell’economia, il giudizio, dopo essere sceso da 5,92 nel 2005 a 3,77 nel 2009, scende ulteriormente a 3,68 nel 2010. È sempre eccellente il risultato ottenuto nel campo della qualità del sistema monetario e si osserva un marginale miglioramento nelle altre aree di analisi: “regolamentazione dei mercati” e “sistema legale e tutela dei diritti di proprietà”. 

Analizzando i singoli sub-indicatori, permangono le debolezze croniche già emerse nelle scorse edizioni dell’indice. Le elevate aliquote marginali, un sistema giudiziario poco imparziale, la rigidità del mercato del lavoro e i costi della burocrazia continuano a tenere l’Italia ancorata a posizioni arretrate nella classifica della libertà economica.