Che ne sarà della Grecia – dopo il chiacchiericcio europeo sul suo salvataggio – ancora non si sa. Berlino è cauta, cautissima (1), schiacciata com’è dall’esposizione delle sue banche sui mercati fragili e dalla contrarietà a ogni ingerenza all’estero in politiche di riforma socialmente molto costose. La Merkel ha il freno tirato, dicono a Bruxelles i bene informati, mentre l’opinione pubblica europea si sta innervosendo: perché mai – dicono soprattutto gli  inglesi (2), che sono in una situazione economicamente e politicamente grave, ma il pensiero è condiviso – dovremmo pagare per la leggerezza altrui, con tutti i problemi che abbiamo già a casa nostra?

Un’eurotassa perché i greci sono stati "troppo spericolati" o gli spagnoli "troppo superbi" (3)? Per di più il salvataggio – come ha dimostrato l’ondata di bailout  a favore di aziende, banche e assicurazioni dopo lo choc del 2008 – non è mai un buon esempio: serve a contenere i danni del breve periodo, ma nel lungo aumenta l’irresponsabilità: anche se sbaglio di nuovo, qualcuno mi verrà in aiuto ...
 
Se a fare questo ragionamento sono i governi, gli effetti possono essere devastanti: poiché elettoralmente paga essere generosi, tagliare le tasse e aumentare le spese, ecco che i governanti avrebbero una tentazione davvero grandiosa a fare sempre meno caso ai problemi di debito (4) (5).
 
La cautela di Angela Merkel è dunque comprensibile (6), oltre che inevitabile: come potrebbe il cancelliere mettere a disposizione soluzioni per gli altri, se ancora non ha un’agenda di riforme condivisa con i liberali partner di coalizione? Ma il problema strutturale esiste e va risolto. Anche perché il contagio può essere deleterio sia all’interno del mondo euro sia al di fuori.
 
All’interno, con la crescita ancora a «zero virgola qualcosa», la crisi del debito è una zavorra destinata a rallentare il continente ancora per molti anni a venire. All’esterno però i rischi sono altrettanto alti.
 
Come ha scritto Niall Ferguson sul «Financial Times» (7), da Atene può arrivare il contagio fino a Washington, dove ormai, secondo le stime, dal Cbo al Fmi, la dinamica del debito è fuori controllo. Certamente gli Stati Uniti registrano oggi tassi di crescita (modesti al netto della variazione delle scorte) per noi europei da sogno, ma gli effetti della politica adottata dal governo di Barack Obama non sono stati così dirompenti come ci si aspettava. I moltiplicatori di keynesiana memoria – lo stato spende uno ma genera in consumi uno e mezzo, così l’economia riparte – non funzionano come dovrebbero. Se dovesse arrivare il contagio da Atene, non ci sono difese che tengono, il safe haven del  debito «è come Pearl Harbour nel 1941», scrive Ferguson. Del resto, lo diceva anche Larry Summers, guru degli economisti di Obama, prima di tornare al governo: «Per quanto tempo il più indebitato dei paesi può restare il più potente?».


(1) http://www.guardian.co.uk/business/2010/feb/12/euro-continues-to-fall

(2) http://www.cityam.com/news-and-analysis/allister-heath/britain-must-not-fork-out-bailout

(3) http://www.chicago-blog.it/2010/02/10/una-tassa-per-leuropa-ma-dico-e-uno-scherzo-vero/

(4) http://www.chicago-blog.it/2010/02/01/di-grecia-e-slippery-slopes-parte-i/

(5) http://www.chicago-blog.it/2010/02/07/di-grecia-e-slippery-slopes-parte-ii/

(6) http://www.telegraph.co.uk/finance/comment/ambroseevans_pritchard/7199625/Germany-backs-Greek-bail-out-as-EU-creates-economic-government.html

(7) http://www.ft.com/cms/s/0/f90bca10-1679-11df-bf44-00144feab49a.html