Il Giappone ha evitato una depressione, grazie alla politica fiscale seguita dagli anni novanta. La ricchezza, per la flessione del prezzo degli immobili e delle azioni, si era ridotta in una misura tale da essere pari a ben tre volte il reddito nazionale. Eppure non è accaduto nulla di grave.

Il Giappone ha evitato una depressione, grazie alla politica fiscale seguita dagli anni novanta. La ricchezza, per la flessione del prezzo degli immobili e delle azioni, si era ridotta in una misura tale da essere pari a ben tre volte il reddito nazionale. Eppure non è accaduto nulla di grave.

Il reddito nazionale ha continuato a crescere, poco, ma sempre a crescere. Secondo Richard Koo, capo della Nomura Research, il segreto del successo è stato capire dov’era il problema. Possiamo, con linguaggio colorito, chiamarlo lo “sciopero del debitore”. In altre parole, nessuno in Giappone voleva del credito, qualunque fosse il tasso d’interesse praticato, perché doveva rendere il troppo debito che aveva cumulato. Nel caso giapponese erano le imprese non finanziarie a non volere il credito, e se nessuno vuole il credito, l’economia non funziona. In questo caso, non sono i tassi, per quanto bassi, che possono ravvivare la richiesta di credito. La politica monetaria dunque è spiazzata. Resta la spesa pubblica per salvare le cose. La s’incrementa fino ad assorbire la riduzione di quella privata. I finanziamenti che andavano al settore privato, ora vanno a quello pubblico. Il fabbisogno finanziario dello Stato non spinge al rialzo i rendimenti delle obbligazioni, perché il settore privato non chiede più, fin tanto che deve ridurre il proprio debito, capitali al mercato.

ll ragionamento di Koo può essere usato per capire la situazione statunitense. Le famiglie e le finanziarie statunitensi debbono rendere il loro enorme debito, non le imprese, come è invece avvenuto nel Giappone degli anni novanta. Le famiglie ridurranno i propri consumi, e non saranno i tassi a breve e a lungo termine bassi a fermare la spinta a ridurre il debito. La leva finanziaria è, infatti, troppo elevata. Negli Stati Uniti la riduzione delle imposte per le famiglie potrebbe persino trasformarsi in un’accelerazione della riduzione del debito, e non nel mantenimento di un livello costante di consumi. In una conferenza negli Stati Uniti, Koo ha invitato l’uditorio a non porsi problemi di natura politica, se si ha “troppo” o “poco” stato, perché una crisi del debito si avvita velocemente senza una grande spesa statale. Segnaliamo questo studio di Koo sulla recessione giapponese per ricordare che la soluzione dei problemi negli Stati Uniti difficilmente si avrà con il solo maggior deficit e con il salvataggio allo stesso tempo pubblico e privato del settore finanziario. Se il deficit pubblico tarda ad espandersi ed il salvataggio è limitato, aumenta il rischio di avvitamento.

Cerchiamo dei numeri per vedere se, quanto discusso da Koo nel caso giapponese, ha senso anche nel caso statunitense. Prendiamo quelli, credibili, del Levy Institution di New York. Abbiamo nel grafico l’andamento, senza manovre fiscali maggiori, degli aggregati, a partire dalla riduzione, nei prossimi anni, del grand’indebitamento delle famiglie. Il settore privato dunque risparmia il 7,5% del reddito nazionale di piena occupazione, il settore pubblico si avvicina ad un deficit del 9%. Segue che il disavanzo di parte corrente è pari (7,5%-9%) al 1,5%. L’occupazione effettiva è pari al 12,5% di quella potenziale. Quando il settore privato riduce il debito (la linea blu), il deficit pubblico deve salire (la linea nera) per tenere in piedi un’economia debolissima. Insomma, l’esperienza giapponese. Il deficit pubblico può salire ancora, poniamo al 11%, perché si varano delle super manovre. Se il settore privato continua a ridurre il debito, aumenta il disavanzo con l’estero fino al 3,5% (7,5%-11%). E questa è la differenza con il Giappone, che non doveva attrarre capitali per finanziare il disavanzo estero, perché è un paese con una domanda interna inferiore alla propria produzione corrente. E questa è una complicazione ulteriore per gli Stati Uniti.

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