Il mercato azionario è come una divinità azteca, di cui non si capiscono le intenzioni. Esso sale e scende, crolla e rimbalza, senza che si capisca il perché. Certo, si possono fare dei sacrifici per placare la divinità, come offrire il proprio risparmio.

A questo pensano i piccoli sacerdoti che lo raccolgono, come i promotori o gli sportelli bancari. Poi però tutti dovrebbero correre per assistere al rito maggiore alla presenza dei grandi sacerdoti sotto la piramide. Luogo magico dove i Paulson, i Bernanke, e via elencando, tolgono il cuore alle vittime e lo fanno rotolare giù per le scale. Non tutti però possono partecipare al rito maggiore, e quindi è concesso partecipare da casa, dove sono celebrate le funzioni virtuali, attraverso i programmi televisivi, alla presenza di teologi più o meno accreditati, che discettano compiaciuti sulle follie della divinità. In effetti, solo gli specialisti hanno gli strumenti per interpretare le bizze del dio, anche se non sanno prevedere le sue terribili intenzioni. Gli specialisti non sono però capaci di trasmettere il proprio sapere alle folle di fedeli, e quindi sono visti, quando va bene, come dei complici della follia divina, oppure, quando va male, come dei sacerdoti al soldo dell’istituzione che ruota, ingrassando a spese del popolo, intorno alla bizzosa divinità.

La borsa sale e scende seguendo delle regole? O è un movimento capriccioso del dio? Sono stati fatti degli studi. Per farla corta, la borsa ruota intorno alla combinazione dei dividendi che le imprese distribuiscono scontati per il rendimento delle obbligazioni. (I dividendi ed i rendimenti sono, nel gergo finanziario, i “fondamentali”). Si direbbe un comportamento razionale, non fosse che la rotazione della borsa è maggiore rotazione dei fondamentali. Ossia, per dirla diversamente, c’è un quid di volatilità non spiegata dai fondamentali. Allora tutti a cercare la spiegazione, e la ricerca ha dato vita alla disciplina che studia la psicologia dei mercati finanziari. Questi studi spiegano le retro ragioni di molti comportamenti non razionali, ma non sono uno strumento con cui fare le previsioni. La conclusione? Possiamo in maniera secca definire il capriccio del dio come la differenza fra i prezzi effettivi e quelli imputabili ai fondamentali. Dunque non tutto è casuale, o, per riprendere il filo del discorso, non tutto è frutto del capriccio del dio.

Che cosa ci dicono oggi i succitati fondamentali? I prezzi delle azioni dovrebbero salire con gran fatica, perché la recessione in corso ridurrà gli utili e quindi non permetterà di aumentare i dividendi, mentre i rendimenti delle obbligazioni, che sono troppo bassi, non potranno che salire. Banalmente, essi dicono che la borsa oggi come oggi non ha dei motori rombanti. Abbiamo di conseguenza una trazione modesta, “trazione” è un altro termine gergale della finanza, intanto che i prezzi salgono e scendono, secondo il punto di vista che al momento prevale: tutto tornerà come ai bei tempi, è la fine delle civiltà occidentale sub specie statunitense.

Ma che effetti ha sull’economia reale la nostra bizzosa divinità, che poi è come domandarsi attraverso quali canali la borsa influenzi l’economia reale. Attraverso il finanziamento degli investimenti. La società quotata in borsa X vara un aumento del capitale per costruire nuovi impianti, e quindi offre le proprie azioni. Gli aumenti di capitale si vedono poco nei momenti di massima sfiducia, e molto in quelli di massima fiducia. Prima della Grande Guerra (sic) gli investimenti fatti attraverso l’offerta d’azioni in borsa erano cospicui. Poi sono diventati modesti, poi ancora quasi nulla, fino agli anni ottanta. Gli investimenti reali, se non sono finanziati dalla borsa, sono finanziati dal reddito delle imprese, utili e ammortamenti, e dalle banche. Una crisi di borsa quindi non impedisce il finanziamento degli investimenti. Se questi non sono fatti è perché non vi sono nuove tecnologie da sfruttare, oppure perché la domanda di beni e servizi non sale fino a richiedere nuovi impianti.
 
Attraverso l’effetto ricchezza. Se possiedo un portafoglio X d’azioni che ho pagato cento mila euro che poi sale fino a duecento mila euro, per poi tornare a 100 mila euro, mi sento prima ricco e poi meno ricco. Uno potrebbe arguire che quando si trova a duecento mila euro io possa spendere di più, andando in vacanza in Papuasia, con la maggior spesa finanziata dai minori risparmi oppure dalla vendita d’azioni. Ed arguire che, quando la mia ricchezza torna a 100 mila euro, io rinunci al viaggio in Papuasia. Questi effetti, dal livello di prezzi di borsa al consumo, esistono, ma sono modesti. Diverso è il caso del peso della borsa sulle pensioni. Negli Stati Uniti, dove una parte non minore del sistema delle pensioni ruota intorno alla borsa, essa è importante. Infatti, se ho accumulato la mia pensione sotto forma d’azioni e queste passano da 200 mila a 100 mila euro, allora o accetto una pensione dimezzata, o continuo a lavorare. In Europa, dove il sistema delle pensioni è a ripartizione e non accumulazione, l’effetto negativo di una borsa in caduta sulle pensioni è molto modesto.

La borsa quindi ha, nell’Europa Continentale, un’influenza modesta sull’economia reale. Notevolmente maggiore è l’influenza delle condizioni di credito alle imprese, delle condizioni d’erogazione del mutuo ipotecari alle famiglie. Il fatto che la borsa colpisca la fantasia con le sue escursioni non è una ragione per pensare che, se cade, cade il mondo, mentre il buon funzionamento del sistema bancario è cruciale.

Uno potrebbe rinunciare a pensare che la borsa abbia, almeno in Europa, influenza sull’economia reale, e continuare a pensare che essa sia un’ottima guida alle previsioni. Il movimento al ribasso, di cui si parla oggi, parte nel 2006, quando iniziano a flettere i prezzi degli immobili. La borsa non ha anticipato la fine della ciclo in ascesa dell’economia reale, partito verso alla fine del 2002, dal 2006, ma molto dopo. La borsa ha, infatti, raggiunto il proprio massimo verso la fine del 2007. Conclusione: la borsa non ha molta importanza in Europa e prevede male ovunque. Il che ci porta alla domanda: perché esiste? Bisogna intanto distinguere la borsa “primaria” quella che finanzia le imprese in crescita, da quella “secondaria”, quella dove sono quotate le imprese consolidate. Facendo questa distinzione si capisce la ragione dell’esistenza della borsa valori.

Se si fanno i conti sulle imprese statunitensi dal 1970 al 2000, si vede che quelle che non hanno incorporato l’informatica non sono cresciute. La capitalizzazione di borsa delle grandi imprese non innovative è stata circa pari alla crescita del reddito nazionale. Sono cresciute abbastanza più del reddito nazionale le grandi imprese che hanno incorporato le innovazioni. Sono cresciute moltissimo quelle che hanno portato avanti le innovazioni, dalla metà degli anni settanta fino al picco del 2000. Abbiamo avuto venti anni di crescita di borsa e di crescita dell’economia reale trainati dalle imprese innovative, che agli inizi erano dei microbi, ma che poi hanno infettato tutto. Quindi la crescita è dovuta alle nuove imprese, quelle che promuovono la “distruzione creatrice”. Purtroppo non possiamo sapere in partenza chi vince e chi perde, né fra le grandi imprese, né fra le piccole imprese. Chi ha fatto bene i conti non ha trovato una relazione fra il “prima” ed il “dopo”, che dipenda da variabili obiettive, come la crescita del fatturato, il profitto ecc.

Dunque abbiamo a che fare con un processo casuale che scompagina il mondo, cui si aggiungono i capricci del dio di cui si parlava all’inizio. Meraviglia del capitalismo, già, facciamo notare, cantata da Marx, che sosteneva che tutto ciò che era solido si trasformava in altro, con l’altro che poi cambiava ancora. Gli imprenditori ed i “capitalisti di ventura” sono l’anima del capitalismo. Il “socialismo” delle grandi imprese non è il cuore del “capitalismo”. Senza i virus delle piccole imprese e dei mercati che le finanziano, prendendosi un gran rischio, avremmo un’economia poco dinamica. Un’economia meno dinamica consolida le posizioni di potere delle oligarchie e quindi, alla fine, ingessa la libertà.
 
Pubblicato su Gazeta.ru il 7 novembre 2008