Chiunque abbia osservato le cose della finanza ha fatto una constatazione. Nella «vita reale» vi sono imprese che sono fallite o che sono state ridimensionate, altre che sono cresciute. Lo stesso vale per le famiglie proprietarie, alcune ricordano i bei tempi, altre sono molto ricche.


Bene, gli indici di borsa riflettono quest’andamento della «vita reale»? Si direbbe di no, visto che molte delle imprese che esistevano una volta non ci sono più. Negli indici ci sono solo i sopravvissuti. I risultati dei sopravvissuti si dice poi che si distribuiscano in maniera normale, il grosso dei risultati è intorno alla media. Alcuni vanno meglio, altri peggio. Pochissimi vanno molto meglio e pochissimi vanno molto peggio. Come una popolazione di cui si calcola l’altezza: quasi tutti hanno un’altezza vicina a quella media, e i giganti e i nani (i «diversamente alti») sono pochi. Segue dal ragionamento che, se uno si discosta poco dall’indice di borsa, alla fine ottiene risultati accettabili.

Alla lunga gli indici salgono sempre, proprio come l’economia, e anche con un rischio basso. Infatti, se si scommettesse sugli estremi, contando di trovare un gigante, ci si potrebbe trovare fra le mani un nano. Gli investitori saggi dunque comprano gli indici con dentro solo i sopravvissuti, che si distribuiscono normalmente, ed evitano gli estremi. La gran parte dei portafogli azionari è costruita seguendo quest’approccio. Mentre nella «vita reale» si ha a che fare con un mondo di «passione», con imprese e famiglie decadute e ascese, nella «vita finanziaria» si ha a che fare con un mondo «rilassato», una sorta di «socialismo dal volto umano», dove quasi tutti si muovono all’insù senza tante differenze.

La «vita reale» è stata raccontata dai grandi economisti «indigesti»: l’ascesa e caduta delle famiglie imprenditoriali e la persistenza delle ineguaglianze. Nel primo caso Schumpeter, nel secondo Pareto. Eppure a guardare gli indici si direbbe che questi due signori abbiano torto e che il mondo sia «anemico». Siamo sicuri che sia così?
 
Si rifacciano i conti considerando tutte le imprese, anche quelle che sono uscite dagli indici. Si scopre allora che la «vita reale» torna al centro della ribalta. Le imprese fallite non sono poche, quelle che sopravvivono stentatamente sono la maggioranza, mentre quelle che vanno benissimo sono poche. Si analizzino le ottomila imprese quotate negli Stati Uniti dal 1983 al 2007. Si prendono il prezzo iniziale e quello finale con l’aggiunta dei dividendi cumulati in venticinque anni. Si calcola il risultato. Si distribuisce il risultato totale delle imprese per il numero cumulato d’imprese che lo ottengono. Si scopre così che il 75% delle imprese non ha contribuito al risultato finale. Ossia, il risultato finale è dipeso dal 25% delle imprese.

Tutto possiamo dire, tranne che questa sia una distribuzione normale. Il mondo non è «anemico». Qui si apre un campo affascinante d’indagine. Perché i portafogli sono di solito costruiti assumendo che il mondo sia «anemico»?


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