Si discute appassionatamente di retribuzioni e bonus dei finanzieri. «Se c’è chi prende 15 milioni in sei mesi, c’è qualcosa che non va» – ha dichiarato Angela Merkel. Le retribuzioni medie nell’industria finanziaria sono circa il doppio di quelle medie del resto dell’economia (1). Anche i dipendenti del governo federale degli Stati Uniti incamerano in media appena meno del doppio delle retribuzioni medie del settore privato (2). Dunque non sono i redditi medi della finanza - che non sono nulla di straordinario - l'oggetto del contendere, ma le sue punte retributive.


Si potrebbe sostenere che alcuni guadagnano tantissimo, perché portatori di un «capitale umano» raro. Il capitale umano di ciascuno lo possiamo definire – in prima battuta – come le spese per l’istruzione e per l’esperienza accumulata. I finanzieri, che hanno frequentato il liceo e l’università, hanno speso per la propria istruzione tanto quanto hanno speso coloro che sono diventati poi degli insegnanti. I quali percepiscono però una frazione della retribuzione di alcuni finanzieri, e perciò non capiscono perché debbano accontentarsi di molto meno, avendo la stessa istruzione. La maggiore retribuzione di alcuni finanzieri potrebbe quindi dipendere, anziché dall’istruzione, dall’esperienza accumulata, che consente all’industria finanziaria di ottenere grandi risultati. Una parte di questi grandi risultati sono «retrocessi» a chi li ha generati in forma di grandi retribuzioni.
 
La prima obiezione che si può fare al ragionamento appena esposto è che, se i grandi finanzieri fossero davvero così bravi, allora potrebbero far faville anche cambiando settore. Prova della loro bravura – e quindi della loro elevatissima retribuzione – sarebbero i risultati che otterrebbero anche da altre parti. La loro bravura potrebbe risollevare le sorti dei molti settori malmessi. È questa una obiezione che circola in Gran Bretagna, dove si discute degli effetti che avrebbe il ridimensionamento dell’industria finanziaria. L’obiezione è perfida: se siete così bravi, allora finirete con il guadagnare ugualmente tanto anche da altre parti, ma nessuno ci crede – e nemmeno voi.
 
Le retribuzioni «di punta» in finanza potrebbero dipendere – più realisticamente – da fattori specifici (3): non da un capitale umano generico, bensì da un capitale umano che vale molto per il peso delle variabili legate al tipo particolare di lavoro svolto. Cambiando settore, questo capitale specifico perde di valore. Un esempio è quello di un chirurgo capace di compiere «miracoli» in un grande ospedale, ma che, trasferito in un capanno in Africa a fare iniezioni, vale quanto un infermiere. Il suo considerevole capitale umano fuori dall’ospedale viene subito deprezzato.

Dunque è l’ospedale, più che il capitale umano, il segreto delle retribuzioni «di punta». Si pensi a un finanziere che potrebbe cambiare banca – o anche mettersi in proprio, come avviene frequentemente negli Stati Uniti – portandosi via i clienti, che lo seguirebbero perché il finanziere ha accumulato una reputazione. Lo farebbe in cambio di una retribuzione maggiore: così la «sua» banca – nel dubbio che possa in ogni momento andarsene – finisce per pagarlo di più.
 
Detto in modo più tecnico, la banca che vuole assumere il finanziere cerca di comprare il «capitale organizzativo» della banca dove intanto è occupato il finanziere oggetto del desiderio. Oppure, il finanziere vuole portar via il capitale organizzativo, quello che ha contribuito ad accumulare nella banca, mettendosi in proprio. La banca presso cui il suddetto finanziere lavora lo paga molto: gli paga un «salario di efficienza», ossia lo retribuisce più di quanto sarebbe giustificato dal suo «prodotto marginale», al fine di trattenere il capitale organizzativo. L’insegnante – che ha la stessa istruzione del finanziere – guadagna molto meno proprio perché non può minacciare di portare la scolaresca (se ricca e libera di sceglierlo sulla base della reputazione) da un’altra parte.
 
Alla fine, abbiamo retribuzioni molto elevate perché il capitale organizzativo è una risorsa scarsa che ha usi alternativi. Che sia poco astuto volersi assegnare dei premi cospicui appena dopo che si è stati faticosamente salvati dal settore pubblico, è assolutamente vero. Questo comportamento ha però a che fare con l’intelligenza politica dei finanzieri, non con l’economia.
 
Il capitale organizzativo come oggetto del desiderio non è un fenomeno che si manifesta solo nell’industria finanziaria. Si manifesta anche nel mondo delle grandi case di consulenza come in quello dei grandi studi di avvocati. Lo stesso vale per il settore pubblico: un ex cancelliere o un ex primo ministro possono diventare consulenti di aziende del gas russe o di assicurazioni svizzere portando «in dote» il proprio capitale organizzativo. Nell’industria finanziaria le retribuzioni fissate tenendo conto del capitale organizzativo sono di gran lunga superiori e dunque se ne parla sulle prime pagine dei giornali, soprattutto dopo una crisi come quella in corso.
 
Si vedano anche:
http://www.centroeinaudi.it/ricerche/la-crisi-e-i-falsi-miti-sulla-corporate-governance.html
http://www.centroeinaudi.it/notizie/dietro-il-bonus-la-geopolitica.html



(1) http://krugman.blogs.nytimes.com/2009/04/07/the-financial-factor/

(2) http://econompicdata.blogspot.com/2009/08/its-good-to-work-for-government.html

(3) http://stumblingandmumbling.typepad.com/stumbling_and_mumbling/2009/09/finance-human-capital.html