L’emergere politico ed economico della Turchia (1) merita un approfondimento. Ecco la seconda puntata (2). La terza sarà un’intervista a un economista turco. Quella dell’Italia in Turchia è una storia di successo, che è cresciuta e si è consolidata negli ultimi anni anche grazie ai rapporti politici ottimi fra le due nazioni e al fatto che l’Italia, indipendentemente dal governo al potere, rimane un convinto sostenitore dell’ingresso della Mezzaluna nell’Unione Europea.


Secondo dati statistici del Tuik, l’Istat turco, rielaborati dall’Ice di Istanbul, l’Italia ha chiuso il 2010 al quarto posto nella graduatoria dei paesi partner commerciali con un interscambio di 16,7 miliardi di dollari, ben il 23,2% in più del 2009, anno della grande crisi. In particolare, le esportazioni sono state di 10,2 miliardi di dollari, con un incremento del 32,6% rispetto al 2009, mentre le importazioni di 6,5 miliardi di dollari, con un incremento del 10,5%. La quota di mercato italiana sul totale importato dalla Turchia è del 5,5%. Una parte consistente dei prodotti esportati dall’Italia ha riguardato il settore dei beni strumentali e intermedi, oltre naturalmente a quelli più noti del «made in Italy» come l’abbigliamento. In lieve aumento anche le esportazioni italiane di fibre sintetiche e artificiali, gioielli e articoli di oreficeria, altri prodotti chimici. Dalla Turchia l’Italia ha importato soprattutto cuoio, prodotti in metallo e prodotti legati alla carta.


In questo momento sono cinque le realtà impegnate con maggiori sforzi e risultati sul suolo turco. Nei mesi scorsi Pirelli ha festeggiato i 50 anni di presenza nella Mezzaluna, con un fatturato di 500 milioni di euro nel 2010, +25% rispetto al 2009, e una previsione di produzione per il 2011 di 50 mila pezzi solo per la Formula 1. Fiat ha potenziato lo stabilimento di Bursa, che per produttività è arrivato a essere il secondo della casa di Torino. Il nostro paese costituisce un partner fondamentale in settori di importanza cruciale, quali quello bancario e l’energia. Non a caso è presente in due settori strategici come l’energia e la difesa grazie al Gruppo Eni, con il gasdotto Blue Stream e l’oleodotto Samsun-Ceyhan, e a Finmeccanica, che nel 2007 si è aggiudicata una commessa da 1,2 miliardi di dollari, ai quali si sono recentemente aggiunte ulteriori 9 unità, e ha vinto inoltre altri contratti, dalle telecomunicazioni ai satelliti ai trasporti. AgustaWestland in questi mesi sta competendo con l’americana Silorsky per aggiudicarsi una commessa del valore di 4 miliardi di dollari per la costruzione di 109 elicotteri di ultima generazione. La decisione della Turchia dovrebbe arrivare entro la fine del mese. Non potevano mancare le banche: in testa Unicredit, presente nel paese della Mezzaluna già dal 2002 e che oggi concrolla, insieme al Gruppo Koç, Yapi Kredi, una delle prime 5 banche private turche.

Numeri importanti, ai quali si devono aggiungere le oltre 800 imprese italiane presenti sul territorio della Mezzaluna, quando nel 2006 erano 580. Parte del successo italiano in Turchia è frutto della sinergia fra le istituzioni italiane sul posto, soprattutto l’Istituto Commercio Estero e le sedi diplomatiche. «Nel 2010 – spiega Ferdinando Pastore, capo dell’Ufficio Ice di Istanbul – abbiamo recuperato le posizioni prima del 2009, a confermare una tendenza in crescita che si sta consolidando. Fra i nostri obiettivi per il 2011 c’è la promozione dei settori tradizionali, certamente, ma anche quella di settori innovativi come la cinematografia, l’illuminazione, il restauro e l’occhialeria».

Una situazione confortante, ma da migliorare ulteriormente per la necessità, in taluni casi, di risalire la china. A gennaio 2011 l’Italia è scivolata al quinto posto come partner commerciale, superata dagli Stati Uniti e con alle spalle l’Iran, che sta diventando un partner preferenziale della Mezzaluna sotto molti aspetti, non solo quello economico. Non si tratta di un segnale allarmante, ma di uno sprone a fare di più.

Secondo l’Ice, infatti, l’Italia potrebbe perdere progressivamente quote di mercato per l’impatto delle relazioni sempre più strette fra Ankara e Teheran. La ricetta è adeguare la strategia di penetrazione commerciale al contesto competitivo internazionale, favorendo una più massiccia e lungimirante azione di partenariato bilaterale, abbandonando da un lato formule apparentemente profittevoli da classico «mordi e fuggi» e, dall’altro, accrescendo la propensione all’export tendenzialmente foriero di processi di radicamento. La combinazione dei due elementi di ingresso rappresentati dalle vendite internazionali e dalle collaborazioni industriali potrebbe aumentare il nostro vantaggio comparato. In altre parole, occorre non solo esportare, ma anche iniziare a produrre insieme.


(1) http://www.centroeinaudi.it/ricerche/dall-egitto-alla-turchia.html

(2) http://www.centroeinaudi.it/ricerche/la-turchia-neo-ottomana-/-i.html