Uno, guardando le statistiche che stanno uscendo in questi giorni, potrebbe pensare che il modello anglosassone - l’economia centrata sui mercati finanziari con poca industria e molti servizi - sia più vulnerabile di quello europeo e giapponese - l’economia centrata sul sistema bancario con molta industria e pochi servizi. 

Pensare che gli anglosassoni vadano peggio durante le crisi, rientra nel filone di pensiero critico nei confronti delle cosiddette “econome di carta”. La debolezza relativa di un modello rispetto all’altro la potremo osservare meglio fra qualche tempo.

Nell’attesa possiamo chiederci come è andata la produzione industriale. Come mostra il grafico, i paesi anglosassoni sono cresciuti meno nel 2006 e 2007, e nel 2008 sono caduti meno dell’Europa e del Giappone. Una spiegazione è che l’Europa ed il Giappone sono i maggiori esportatori al mondo di beni capitali, perciò sono quelli che vanno relativamente peggio, quando, durante una crisi, cade la domanda d’investimento. Basti pensare alle esportazioni tedesche verso la Russia e giapponesi verso la Cina.

La parte industriale delle “economie di carta” finora è andata meglio. Viene voglia di dire che la tesi è sbagliata, ossia che sono le “economie di carta” a reggere meglio le crisi. Non bisogna precorrere i tempi, perché manca un’altra importante verifica. I paesi anglosassoni sono degli importatori netti di capitali, in quanto le loro economie sono in forte disavanzo commerciale. Nel corso della crisi vedremo se continueranno a ricevere capitali dal resto del mondo pagando, come in passato, dei rendimenti molto bassi. Se non ricevessero più i capitali pagando poco l’interesse, le loro manovre fiscali diventerebbero molto difficili da attuare e perciò il loro miglior andamento relativo, che si registrava all’inizio della crisi, diventerebbe un ricordo.

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