Si ha - da tempo, ma ultimamente il dibattito stringe - una contrapposizione fra chi vuole che si continui con le politiche di austerità fiscale, e chi pensa che queste vadano interrotte. La discussione mette insieme proposizioni teoriche, critiche sui risultati delle ricerche empiriche, nodi politici. Provo a muovermi nella matassa.

Qual è l'architettura dei due modi di vedere? Gli “austeri” prediligono il “Fiscal Compact” (FC), gli altri il “Fiscal Growth” (FG). Il FC è l'idea che i saldi del bilancio pubblico vadano portati in pareggio (quasi) in qualsiasi contesto economico. A saldi fra uscite e entrate pari a zero (ossia con deficit di bilancio nulli) il debito pubblico non è più emesso. A quel punto, il debito non può che decrescere il rapporto all'andamento dell'economia (come misurata dal PIL), perché questa, per quanto possa crescere poco, alla fine cresce. Per rendere credibile il “vincolo di bilancio” (i deficit nulli), esso va accolto come regola costituzionale. I seguaci del FC sostengono che, una volta che i debiti pubblici non crescono più, torna “la fiducia”. Come fa a tornare la fiducia? Secondo questo schema: 1) i cittadini tendono a spalmare i propri consumi nel tempo, se hanno un reddito maggiore (della media del proprio reddito) spendono meno e risparmiano, mentre, se hanno un reddito inferiore, spendono di più e de cumulano il risparmio. 2) se sospettano che il maggior debito pubblico in futuro – per essere ripagato - “comanderà” più imposte, ecco che spenderanno meno oggi. Se, invece, prevedono che le imposte saranno inferiori, perché i debiti pubblici saranno sotto controllo, ecco che oggi spenderanno di più.

Il FG è l'idea del rilancio dell'economia attraverso una politica fiscale attiva – ossia con il deficit pubblico finanziato con l'emissione di debito. Si parte dall'assunto che la compressione della domanda di origine pubblica e il rialzo delle imposte - in assenza di un livello adeguato di consumi e investimenti del settore privato – possa spingere l'economia nella trappola della mancanza di crescita. L'altro assunto è che non si sa se un debito pubblico cospicuo sia o meno un freno alla crescita, potrebbe, infatti, essere vero il contrario, ossia che è la modesta crescita ad alimentare il debito. Perciò l'emissione di nuovo debito porta la crescita, che consente di mettere sotto controllo il debito. In altre parole, si ha il paradosso che è il debito a scacciare il debito. Come si vede fin dalla premessa, siamo con il FG agli antipodi del FC.

Attenzione, la gran spesa pubblica in deficit per sé non porta automaticamente ad una grande crescita. La spesa pubblica in deficit funziona, infatti, solo sotto certe condizioni. L'espansione dell'economia (purché sia in partenza depressa, ossia con una sotto occupazione degli impianti e della manodopera) attraverso un maggior deficit pubblico senza per questo avere un aumento del debito pubblico (in percentuale del PIL) è possibile. Ciò avviene se il deficit pubblico alimenta la domanda aggregata per una somma maggiore della spesa iniziale in deficit (ossia, se il moltiplicatore della spesa è significativo), a condizione che il costo del debito sia inferiore al tasso di crescita dell'economia. Si assume, infine, che la politica monetaria sia fuori gioco, ossia che i tassi stiano per qualche tempo intorno allo zero.

Provo una prima sintesi. Nel caso del FC sono troppe le assunzioni che debbono incastrarsi per avere un ritorno non troppo distante nel tempo della fiducia. Nel caso del FG i numeri non “girano” molto facilmente (1). Insomma, se la ricostruzione delle due opzioni di politica fiscale fatta fin qui è valida, non ci si riesce a “schierare” facilmente. Perlomeno, io non riesco ad abbracciare una opzione che mi convinca davvero. La politica però preme, ed ha dei tempi stretti rispetto a un dibattito economico che convinca tutti. Si deve perciò cercare una soluzione “pratica”.

E qui arriva la politica (2). Si hanno davvero dei deficit e dei debiti che vengono e vanno a seconda delle necessità? Ammettiamo che nei tempi delle “vacche magre” i deficit e l'emissione del debito aiutino a uscire dalla crisi. Una volta che sia usciti dalla crisi, vale a dire quando tornano le “vacche grasse”, il bilancio pubblico in surplus mangia il debito emesso in precedenza, e si torna al punto di partenza, oppure no? Ossia, il debito arriva e poi va via, e dunque nel lungo termine non cresce mai, oppure no? Chi più chi meno, tutti i paesi sviluppati non riescono a contenere i deficit e ad evitare di accumulare debito. La crescita perpetua del debito è, infatti, il luogo dove si materializza la ricerca del consenso.

Il gran debito pubblico che si è cumulato e che non si riesce a ridurre è un punto molto delicato e va oltre la diatriba sui risultati dubbi di alcune ricerche empiriche (3). Negli ultimi anni esso è cresciuto molto, ma, almeno per alcuni Paesi, esso costa molto meno di quanto sia mai costato in passato. Il debito statunitense, tedesco, giapponese, inglese, ecc, è rinnovato nelle scadenze brevi a dei tassi prossimi allo zero, in quelle lunghe con dei rendimenti inferiori al 2 per cento. Una “curva dei rendimenti” così compressa, a meno di durare per decenni, è molto pericolosa (4).

Che cosa accadrebbe, infatti, se si alzasse? Il costo del debito pubblico emergerebbe, e il bilancio pubblico si troverebbe a dover pagare degli oneri da interesse molto alti, come è accaduto in Italia prima dell'adesione all'euro, quando il debito costava il 10 per cento del PIL. Il che implica per il bilancio pubblico il dover ridurre la spesa negli altri ambiti, a meno di spingere i percettori di cedole verso l'eutanasia (5). Da qui il bivio: con dei rendimenti normali e un gran debito pubblico o si taglia la spesa pubblica per pagare gli oneri finanziari, oppure si comprimono gli oneri finanziari - la cosiddetta “repressione finanziaria”, che è l'imposizione ai fondi pensione, alle assicurazioni, e alle banche di quote di titoli pubblici con rendimenti bassi (6). Questa scelta era stata esercitata in Gran Bretagna subito dopo la Seconda Guerra, quando il debito pubblico era giunto a dei livelli abnormi: fu emesso del debito senza una scadenza definita con una cedola bassa, pari al 2,5 per cento, che era un rendimento inferiore all'inflazione che si poteva prevedere.

Alla fine qualcuno pagherà i costi dell'aggiustamento dei bilanci pubblici. Nel Secondo Dopoguerra la combinazione di una grande crescita (unita, in alcuni casi, alla “repressione finanziaria”) ha consentito di mettere sotto controllo i debiti pubblici. La gran crescita del Secondo Dopoguerra oggi è molto improbabile. Perciò chi pagherà di più o di meno sarà deciso nell'arena politica: i cittadini come fruitori di servizi pubblici ridotti e/o i cittadini con maggiori imposte e/o i cittadini come sottoscrittori di obbligazioni che rendono meno del tasso di inflazione. Insomma, al centro della scena avremo la politica con i mercati come coro.

Quale combinazione è la più probabile? a) I cittadini come fruitori di servizi pubblici ridotti, i cittadini con maggiori imposte, i cittadini come sottoscrittori di obbligazioni che rendono meno del tasso di inflazione è lo scenario quaresimale. b) I cittadini come fruitori di servizi pubblici ridotti, i cittadini con minori imposte, i cittadini come sottoscrittori di obbligazioni che non rendono meno del tasso di inflazione è lo scenario “di destra”. c) I cittadini come fruitori di servizi pubblici di poco ridotti, i cittadini con maggiori imposte, i cittadini come sottoscrittori di obbligazioni che rendono meno del tasso di inflazione è lo scenario “di sinistra”.

 

L'articolo è uscito su: http://www.linkiesta.it/austerity-dibattito-rogoff-reinhart

(1) http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/1536-la-conciliazione-di-austerita-e-crescita.

(2) htmlhttp://www.centroeinaudi.it/agenda-liberale/articoli/1293-giuseppe-e-il-faraone-due-proto-

(3) http://www.ft.com/intl/cms/s/0/cca28c2e-b1a4-11e2-9315-00144feabdc0.html#axzz2S2ZjQOZ9">keynesiani.htmlhttp://www.ft.com/intl/cms/s/0/cca28c2e-b1a4-11e2-9315-00144feabdc0.html#axzz2S2ZjQOZ9

(4) http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/asset-allocation/1701-delladdolcire-lausterita-ii-parte.html

(5) http://www.centroeinaudi.it/lettera-economica/articoli-lettera-economica/commenti/1176-il-porto-sicuro-o-leutanasia-del-rentier.html

(6) http://www.audinoeditore.it/libro.php?collana_id=B&collana_progr=0