Il settore biotecnologico americano ha subito una decisa flessione delle quotazioni, quasi il 20% dai valori massimi di fine febbraio. Sembra che la ragione di questo risultato negativo sia legata alle preoccupazioni sollevate dal membro del Congresso americano Waxman riguardo al prezzo (ottantanovemila dollari) della nuova cura contro l’epatite C di Gilead Science, una delle società di maggior peso del settore. A queste critiche si sono aggiunti i consueti timori sulla tenuta del prezzo dei medicinali oltre che all’ovvio tema delle valutazioni.

Le società quotate all’indice Nasdaq Biotecnologico sono caratterizzate da elevati costi in attività di ricerca e sviluppo finalizzata all’individuazione di nuovi farmaci. Questa particolarità richiede finanziamenti cospicui prolungati nel tempo con risultati legati al talento dei ricercatori e alla perseveranza dei finanziatori. Inoltre, la legislazione americana in tema di nuovi farmaci è ovviamente severa, con almeno quattro complessi gradi di giudizio prima di fornire l’autorizzazione alla commercializzazione. Dal punto di vista finanziario l’incertezza del raggiungimento di risultati comporta criteri di valutazione basati prevalentemente sulla probabilità di successo di un farmaco. Fino alla realizzazione dell’auspicato evento l’attività di ricerca genera solo oneri che richiedono incessanti ricapitalizzazioni.

Quindi sembrerebbe che l’oculato investitore non abbia alcuna possibilità e ragione di avvicinarsi a questo mondo. Mondo che peraltro ha dato i natali ad alcune delle più importanti società farmaceutiche e tecnologiche mondiali e a cui attingono le maggiori aziende alla ricerca di nuovi prodotti. In termini dimensionali le società biotecnologiche americane sono un decimo delle società tecnologiche rappresentate nel Nasdaq Composite e un trentesimo dell’indice maggiore S&P 500. Ovviamente non distribuiscono dividendi e hanno un rapporto Prezzo su Utili e su Patrimonio Netto molto più alto.

L’indice Dow Jones contiene trenta società che nel passato hanno beneficiato del successo dell’attività di ricerca in campi tra loro molto differenti. Per un investitore è il luogo della possibilità di ottenere un ritorno interessante data la forza dei componenti. Non per niente ha un rendimento da dividendo superiore al 3% e indicatori finanziari decisamente meno rischiosi. Il Nasdaq Biotech è il luogo della probabilità che un dato evento, auspicabilmente positivo ma potenzialmente anche negativo, si realizzi.

I due luoghi, la possibilità e la probabilità, sono comunicanti. L’equilibrio del primo luogo è condizione perché il secondo possa svilupparsi e generare i nuovi campioni del futuro. Il mondo della probabilità può oggi sopravvivere solo se il mondo della possibilità lo supporta. Altrettanto vero è che il mondo della possibilità non ha futuro è rischia di sparire se non alimenta la probabilità di eventi nuovi e positivi.

Andando al nocciolo della questione finanziaria odierna, la fragilità ultima mostrata dalle quotazioni del settore delle biotecnologie, rappresentata dal Nasdaq Biotech, nasconde in realtà una certa fragilità dell’indice maggiore, il Dow Jones. Infatti, un investitore che si attende un rendimento positivo dall’indice maggiore può essere disposto, al margine, ad investire anche nel luogo delle probabilità.

Se le aspettative cambiano e il rendimento atteso dall’indice maggiore è inferiore o negativo diventa inevitabile l’uscita preventiva dalle società le cui prospettive sono molto spostate avanti nel futuro. Ovviamente le aspettative sul Dow Jones non sono di dimensione analoga al Nasdaq Biotech ma sono sufficienti a generare un comprensibile flusso degli investitori verso il mondo delle obbligazioni governative, considerato il luogo della certezza e che per il momento sembra avere maggiori ragioni dalla propria parte.

 

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