Esistono delle differenze significative nelle modalità e nelle finalità con cui le famiglie italiane risparmiano e investono a seconda del territorio in cui vivono? E cioè a seconda delle differenze infrastrutturali presenti nel territorio, misurate in termini di distanza fisica dai principali servizi pubblici, quali scuole, ospedali, trasporti pubblici, ecc.?
Questa è la domanda di ricerca a cui tenta di rispondere uno studio del Centro Einaudi condotto su 2711 famiglie risparmiatrici negli anni 2022-2023.
La metodologia
Il confronto territoriale utilizza la metodologia dell’approccio SNAI (Strategia Nazionale per le Aree Interne) che classifica i comuni sulla base della loro perifericità - ossia la difficoltà ad usufruire dei servizi essenziali quali salute, istruzione, mobilità - per riaggregare il campione del Centro Einaudi in tre grandi classi territoriali: i poli urbani, le città intermedie e le aree interne (o periferiche).
La letteratura economica sullo sviluppo diseguale
La moderna letteratura sullo sviluppo territoriale non segue più le tradizionali teorie neoclassiche, basate su una forma di sviluppo economico di tipo lineare, per contiguità territoriale, per contatto epidemiologico, ma giustifica invece l'esistenza dello sviluppo policentrico, che presenta zone sviluppate accanto a zone non sviluppate, causato quindi dalle specifiche caratteristiche di ogni area e dalla loro dinamica nel tempo.
Questa moderna visione dello sviluppo è pienamente compatibile con l'approccio SNAI, che lega la distanza fisica tra i vari centri alle variabili socio-economiche e quindi allo sviluppo dei poli urbani, delle città intermedie e delle aree interne.
L'eterogeneità territoriale ha favorito i territori più adatti all’attrazione di tecnologie, capitali, risorse umane, penalizzando quindi le aree più isolate, che hanno visto ridurre la produttività dei loro fattori specifici (basati su agricoltura, pastorizia, rendita terriera, ecc.) rispetto a quella dei fattori industriali (capitale fisso e finanziario, lavoro qualificato, tecnologia), localizzati, questi ultimi, vicino ai poli urbani.
Alcuni risultati: il reddito e il risparmio
Per risparmiare occorre avere un reddito, che sia almeno sufficiente per il proprio tenore di vita, in modo da poterne accantonare per le esigenze future.
La sufficienza del reddito corrente nella gestione quotidiana della propria vita è il frutto di componenti oggettive facilmente misurabili – quali il livello di reddito e la stabilità del posto di lavoro – e di componenti soggettive, generalmente relazionali e aspirazionali, e quindi difficilmente misurabili dalle metriche monetarie, come il confronto reddituale con colleghi, amici e vicini di casa, nonché gli obiettivi di medio-lungo periodo e l’importanza attribuita ai vari status symbol sociali (che in molti casi sono anche l’obiettivo per cui si risparmia).
Tutto ciò è utile per interpretare le risposte alla domanda posta agli intervistati: se il reddito corrente fosse sufficiente o no a sostenere la vita quotidiana (tabella 1). Mentre a livello generale il 91% si ritiene soddisfatto dal reddito corrente, chi vive nelle aree periferiche fornisce un giudizio di tranquillità economica che raggiunge il 93% e gli abitanti delle grandi città forniscono un giudizio positivo solo per l’89%. Il contesto ambientale e le opportunità di consumo potrebbero aver favorito un minor grado di cultura consumistica tra città e periferia, e quindi un diverso giudizio sulle "necessità di reddito".

Il giudizio sulla sufficienza del reddito può essere estrapolato nel futuro prossimo, a dieci anni (tabella 2), per evidenziare le aspettative di crescita economica, e quindi anche sociale, da parte degli intervistati più giovani (quelli con meno di 35 anni).
La media nazionale giudica positivamente il reddito dei prossimi 10 anni nel 95% dei casi, con solo il 5% dei giovani intervistati che esprime un giudizio negativo (“insufficiente” o “del tutto insufficiente”). Le differenze territoriali mostrano come i giovani delle aree periferiche siano leggermente meno ottimisti sul reddito futuro (92%), soprattutto in confronto alla visione positiva dei giovani delle grandi città (96%).

Una domanda simile, sulle entrate attese al momento di andare in pensione (tabella 3), è stata posta agli intervistati con più di 35 anni, in quanto sarebbe risultata difficile per i rispondenti più giovani, che hanno scarse informazioni a disposizione sulle aspettative di adeguatezza della pensione al tenore di vita futuro (e che per tale motivo ne sono stati esonerati).
In generale, ben l’87% degli intervistati reputa il futuro reddito pensionistico come sufficiente o più che sufficiente, mentre solo il 13% esprime un giudizio negativo, di insufficiente o “del tutto insufficiente”. La media nazionale riflette però valutazioni molto diverse a livello territoriale con le risposte delle aree periferiche che esprimono un’aspettativa positiva nel 97% dei casi, peso che si riduce all’83% nelle grandi città.

Il numero di intervistati che riescono a risparmiare (tabella 4) supera leggermente la metà del campione (51%), con un valore che per le città intermedie (54%) è maggiore di quello delle aree periferiche (52%) e, soprattutto, dei grandi centri urbani (47%).

Oltre al dato aggregato che distingue tra risparmiatori e non, la ricerca consente di approfondire le modalità del risparmio: individua i risparmiatori intenzionali (cioè con un obiettivo preciso, quali l’acquisto di un’automobile, le vacanze, l’arredamento della casa, ecc.) e i non intenzionali (generalmente risparmiatori a scopo precauzionale).
La tabella 5 mostra che il 37% delle famiglie che hanno risparmiato avevano un preciso progetto preciso di risparmio, mentre il 63% lo ha fatto con scopo precauzionale. Nella distribuzione territoriale emerge nettamente l’elevato peso del risparmio non intenzionale nelle aree interne, che raggiunge 81% dei risparmiatori, livello molto superiore a quello delle città intermedie (61%) e dei grandi centri urbani (62%).

Nelle aree periferiche il risparmio viene definito «indispensabile» dal 31% degli intervistati, mentre nei poli urbani tale peso raggiunge solo il 21% delle risposte (tabella 6).

Conclusioni
Il quadro complessivo che emerge dall’elaborazione dei dati è particolarmente complesso, ma è comunque possibile intravedere alcuni elementi di resilienza del processo di risparmio della famiglia italiana, soprattutto quando è localizzata nelle aree interne del nostro Paese.
Queste ultime sembrano meno esposte al pessimismo e più propense ad aspettative di stabilità, probabilmente anche grazie al differente riferimento ai valori culturali locali, ancora influenzati dalla cultura contadina che ricorda la necessità di preparare il terreno e seminare, per poter ottenere un buon raccolto, da cui emerge una maggiore attenzione verso il risparmio. E continuando nella metafora, merita ricordare anche che il raccolto può essere ridotto dagli eventi atmosferici, e da qui la maggiore attenzione al risparmio precauzionale, anche se è ancora poco presente la riduzione del rischio tramite l’assicurazione.
L’attenzione al legame causale esistente tra impegno e risultato atteso, tra investimento attuale e profitto futuro, tra risparmio odierno e consumi futuri, favorisce i giudizi più positivi con riferimento alla sufficienza del reddito corrente e di quello che si riceverà in pensione, ma anche l’alta numerosità di famiglie che non consumano più del 20% del reddito annuo, come del resto al maggiore peso dato alla qualificazione del risparmio come “indispensabile” e al peso della casa come obiettivo e motivo di risparmio.
In generale, merita precisare che alcuni risultati sono in linea con le aspettative indicate dalla letteratura economica, con l'aneddotica presente sulla stampa quotidiana, con le difficoltà che si ipotizzano per chi vive nelle aree interne, che subiscono lo stereotipo di zone abbandonate e sempre più in crisi sociale; altri risultati, invece, sembrano contrastare con questa visione comune, che qualifica le aree interne come territori destinati al sicuro declino economico, sociale e, anche, ambientale, in quanto mostrano dati relativi ai redditi, ai comportamenti di risparmio virtuoso e alle scelte di investimento che non sono poi così lontani da quelli degli altri territori, evidenziando come lo scarto maggiore a danno delle aree interne sia soprattutto di tipo infrastrutturale, piuttosto che di tipo meramente socio-economico.
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