Il report finale delle osservazioni istituzionali e prossemiche condotte nell’ambito del progetto torinese “Cultura di Base”, curato da IL NODO Group per la Fondazione per l’architettura/Torino, in partnership con l’OMCeO Torino, analizza che cosa accade quando uno studio medico di base viene collocato dentro luoghi culturali come musei, biblioteche e spazi espositivi: premessa originale, e intento della ricerca, era non tanto misurare la portata di un miglioramento clinico immediato, quanto verificare e comprendere se arte, architettura e accoglienza possano migliorare il benessere percepito e la relazione tra medico e paziente. I risultati sono stati piuttosto sorprendenti.
Il cuore del report è una constatazione semplice ma potente: spostare la medicina di base fuori dagli ambienti sanitari tradizionali modifica il clima, e anche l’assetto, della relazione di cura. L’ambulatorio non è più soltanto una stanza funzionale, spesso anonima o connotata dalla cosiddetta ansia sanitaria, ma diventa parte di un contesto culturale più ampio: un museo, una biblioteca, un parco d’arte, un polo storico. Secondo gli osservatori, questa trasformazione sembra produrre effetti positivi soprattutto sul piano relazionale. I pazienti appaiono in generale disponibili, collaborativi, incuriositi; i medici, in diversi casi, sembrano lavorare in un clima meno oppressivo; l’incontro medico-paziente risulta più disteso, meno frettoloso, più attento. Non si parla (ancora) di una “terapia dell’arte” in senso stretto, né di un nesso diretto tra visita al museo e guarigione. Il report è, in tal senso, prudente: l’impatto clinico dipende da troppi fattori per essere attribuito al solo contesto. Ma la relazione di cura, quella sì, appare molto sensibile all’ambiente nel quale si manifesta e avviene. La parola chiave è alleanza: fiducia, comunicazione, collaborazione, minore conflittualità, migliore aderenza alle indicazioni. È su questo terreno che Cultura di Base viene osservato e valutato.
Il lavoro è stato condotto tra giugno e ottobre 2022 in cinque sedi torinesi: Museo Egizio, MAUTO - Museo Nazionale dell’Automobile, Biblioteca Civica Primo Levi, PAV - Parco Arte Vivente e Polo del ’900. Il gruppo di lavoro era composto da figure con competenze diverse: psicologia, assistenza sociale, architettura, psichiatria e psicoanalisi. Questa composizione ha permesso di guardare al progetto da due punti di vista complementari. Da un lato, l’osservazione istituzionale, centrata sulle emozioni, sui comportamenti, sulle interazioni tra pazienti, volontari, medici e spazi. Dall’altro, l’osservazione prossemica, concentrata sulle relazioni spaziali e sul rapporto tra persone e ambiente: accessi, percorsi, sale d’attesa, soglie, arredi, luce, segnaletica, comfort, privacy. Gli osservatori e le osservatrici hanno scelto una postura “partecipe e non interferente”: presenti, attenti, coinvolti emotivamente, ma senza trasformarsi in intervistatori o protagonisti della scena. Hanno osservato soprattutto l’accesso, l’attesa e la soglia dello studio medico. Il momento della visita, per ragioni evidenti di riservatezza, non è stato osservato direttamente.
La bellezza può curare la relazione
Il report insiste su un punto delicato: un ambiente bello (sì, proprio così), curato, culturalmente ricco può produrre nel paziente una sorta di equivalenza simbolica tra cura dell’ambiente e cura di sé. In altre parole, essere accolti in uno spazio non trascurato, non freddo, non burocratico, può comunicare implicitamente che anche la persona merita attenzione. Ma questa ipotesi ha anche un risvolto meno evidente e, forse, più problematico. La bellezza può anche risultare estranea, quasi offensiva, se appare come un lusso distante dalla fragilità del paziente. Un museo può incuriosire, ma anche intimidire. Uno spazio artistico può alleggerire l’ansia, ma anche far sentire fuori posto. Per questo il report sottolinea più volte l’importanza dell’accoglienza, della preparazione e del ruolo dei volontari. L’ingresso in un luogo culturale per andare dal medico è definito più volte come un’esperienza “spiazzante”. Lo spaesamento, se accompagnato bene, può aprire curiosità e disponibilità. Se invece è lasciato a se stesso, può generare rifiuto, fastidio o indifferenza.
Al Museo Egizio – il cui fascino monumentale appare fuori discussione - l’impatto è forte. Il paziente entra in una delle istituzioni culturali più riconoscibili della città, in un contesto maestoso, turistico, carico di identità. Il percorso verso l’ambulatorio permette di cogliere la qualità architettonica dell’edificio e il cortile con il giardino ispirato all’Egitto. Tuttavia, proprio la forza del museo sembra non tradursi pienamente nello spazio di attesa. La sala d’attesa è ridotta a due poltroncine davanti alla porta dello studio medico, in uno spazio ristretto, con un poster del progetto ma senza veri elementi capaci di richiamare l’esperienza museale. Gli osservatori notano che, una volta seduti, i pazienti sembrano quasi indifferenti al contesto culturale che li ospita. C’è poi un problema di interferenza: il passaggio attraverso o vicino alla sala conferenze può generare disagio quando sono in corso attività. La compresenza tra funzione culturale e funzione sanitaria, in questo caso, produce qualche attrito (peraltro risolvibile, come si vedrà in una seconda indagine di Mondo Economico). Il Museo Egizio appare dunque come un luogo potentissimo dal punto di vista simbolico, ma non sempre facile da integrare con l’intimità della cura.
Con la Biblioteca Primo Levi la cura entra nel quartiere: la Biblioteca Primo Levi offre un’esperienza molto diversa, in quanto non offre la spettacolarità del museo, né la forza immersiva di un percorso espositivo. L’edificio, una ex fabbrica degli anni Trenta, presenta uno stato di manutenzione modesto e un’atmosfera più convenzionale. Eppure, proprio qui il progetto sembra assumere un valore sociale particolare. La sede si trova in Barriera di Milano, in un contesto popolare. Gli spazi circostanti mostrano qualche segno di degrado, ma la presenza di altri servizi nello stesso stabile contribuisce a dare a chi la frequenta un senso di sicurezza. La sala d’attesa è ampia, luminosa, più confortevole rispetto ad altre sedi. Al suo interno sono presenti libri e materiali della biblioteca, anche se il rapporto con il servizio bibliotecario appare non privo di tensioni: il passaggio diretto alle sale è stato limitato, e l’integrazione con la biblioteca non è risultata sempre pienamente fluida.
Qui, tuttavia, emerge una figura decisiva: la segretaria/infermiera (o segretario/infermiere) dello studio medico, persona descritta come una vera “soglia” tra il paziente e la dottoressa. Accoglie, ascolta, misura la pressione, raccoglie domande, orienta le richieste. Questa funzione di filtro e mediazione sembra rafforzare la qualità dell’incontro. Il clima osservato è colloquiale, partecipe. I pazienti comunicano piacere nel frequentare quel luogo e dispiacere per la fine del progetto. In questa sede, più che altrove, Cultura di Base sembra essere percepito non solo come sperimentazione culturale, ma come opportunità di comunità.
Presso il Polo del ’900 troviamo tranquillità, ma poca sollecitazione culturale. In questo contesto il clima è descritto come molto tranquillo, silenzioso, quasi ‘soporifero’. Gli appuntamenti sono ben scaglionati, raramente si osservano più pazienti contemporaneamente. La relazione con il medico, pur non osservata direttamente, appare positiva: saluti cordiali, tempi congrui, uscite serene. Dal punto di vista spaziale, però, il progetto fatica a esprimere il proprio potenziale. L’ambulatorio si trova ai piani superiori, raggiungibile tramite scale o ascensore. La zona d’attesa non è una vera sala, ma la parte terminale di un corridoio, con tre sedute, un tavolino e materiali del progetto. Non ci sono visuali significative, richiami culturali forti o aperture verso l’esterno. L’illuminazione è scarsa e i pazienti, durante l’attesa, tendono a guardare il cellulare. Il Polo del ’900 appare quindi come un caso in cui il contenitore culturale resta sullo sfondo. Il paziente entra in un luogo importante, ma l’esperienza dell’attesa non lo mette davvero in contatto con la sua identità e soggettività culturale
Il MAUTO è una delle sedi più dinamiche e, insieme, più problematiche. Per raggiungere l’ambulatorio, il paziente entra dal museo, supera i tornelli e viene accompagnato da un volontario lungo il percorso espositivo. L’attesa è collocata dentro una sala del museo, tra visitatori, suoni, video e allestimenti. Questa immersione è potente, ma ambivalente. Da un lato, il paziente è davvero dentro il museo. Dall’altro, la compresenza con i visitatori può disturbare. La zona d’attesa è poco illuminata, per esigenze espositive, e non dispone di arredi pienamente dedicati alla funzione sanitaria. Anche la privacy risulta fragile. Il ruolo dei volontari qui diventa perciò indispensabile: senza accompagnamento, il percorso sarebbe difficilmente gestibile. L’osservazione istituzionale descrive una scena vivace, sonora, movimentata, con più pazienti e accompagnatori. Il medico appare spesso presente anche nella sala d’attesa, impegnato in saluti e interazioni. Questo stile potrebbe sembrare dispersivo, ma viene poi interpretato come parte della sua modalità professionale. Un dato interessante riguarda la composizione dell’utenza: molti pazienti osservati sono stranieri, con possibili aspettative culturali diverse rispetto alla relazione di cura. Il MAUTO diventa così anche un laboratorio di incontro tra medicina, cultura museale e pluralità sociale e globale.
Il PAV è forse il modello più armonico, ma non senza criticità: il PAV - Parco Arte Vivente è la sede che più chiaramente sembra incarnare l’idea di Cultura di Base. La sala d’attesa è inserita nel percorso espositivo, ma mantiene una propria riconoscibilità. Gli spazi offrono visuali verso il verde, la luce naturale è buona, l’atmosfera è rilassante, l’ambiente sonoro contribuisce a coprire i rumori degli uffici. Qui l’esperienza culturale e quella sanitaria risultano maggiormente integrate. I pazienti appaiono meno imbarazzati dal contesto non tradizionale e, soprattutto alla prima visita, mostrano curiosità verso il luogo e l’esterno. Alcuni usano l’area verde come spazio di decompressione. La criticità principale riguarda però lo studio medico: un cubo vetrato costruito ex novo, suggestivo ma problematico dal punto di vista climatico. Nei mesi caldi si surriscalda, rendendo difficile il lavoro del medico e l’esperienza dei pazienti. Per mitigare il caldo, la porta viene spesso lasciata aperta, con una conseguente riduzione della privacy. Il PAV mostra dunque il potenziale più compiuto del progetto, ma anche il rischio di una bellezza architettonica che, se non sostenuta da adeguate condizioni tecniche, può diventare scomoda.

Dal report emerge con chiarezza che il successo di Cultura di Base non dipende solo dalla presenza di uno studio medico dentro un luogo culturale, ma soprattutto da come vengono progettati e vissuti gli spazi di passaggio tra cura e cultura.
Il nodo più critico riguarda le sale d’attesa, che in quasi tutte le sedi risultano spazi improvvisati: corridoi, angoli di passaggio, aree espositive adattate temporaneamente alla funzione sanitaria. Eppure proprio lì si concentrano le emozioni più delicate del paziente — ansia, paura, irritazione, bisogno di raccoglimento — rendendo evidente che l’attesa non può essere considerata una semplice anticamera tecnica della visita. Quando questi spazi sono poco protetti, rumorosi o privi di privacy, rischiano di indebolire la qualità dell’esperienza di cura; quando invece risultano accoglienti, leggibili e integrati con il contesto culturale, diventano parte stessa del processo terapeutico, contribuendo a creare un clima più disteso e umano.
Accanto alla sala d’attesa, il report attribuisce grande importanza alla “soglia”, cioè al momento di transizione tra spazio pubblico e relazione privata con il medico. La soglia può essere una porta, un corridoio, una bussola di accesso, ma anche una presenza umana: la segretaria, il volontario, il medico che viene incontro al paziente. È un passaggio simbolico oltre che fisico, perché accompagna il paziente dall’incertezza dell’attesa all’intimità della cura. Dove questa mediazione è ben organizzata, l’esperienza appare più rassicurante e contenitiva; dove invece il passaggio è dispersivo o troppo esposto, aumenta il senso di spaesamento. In alcuni casi, come alla Biblioteca Primo Levi, la presenza di una segreteria-infermiera viene descritta come una vera “soglia relazionale”, capace di accogliere, ascoltare, orientare e preparare il paziente all’incontro con il medico.
Un altro elemento decisivo emerso dall’osservazione riguarda, come detto, il ruolo dei volontari, che si rivelano molto più che semplici accompagnatori. Sono figure di mediazione essenziali: accolgono i pazienti all’ingresso, spiegano il progetto, aiutano nell’orientamento all’interno di musei e spazi complessi, distribuiscono i questionari e, soprattutto, rendono comprensibile e meno estraniante l’esperienza di cura in un luogo inconsueto. In sedi come il MAUTO o il Polo del ’900 la loro presenza è risultata indispensabile per guidare i pazienti attraverso percorsi articolati e spazi non immediatamente leggibili. Ma il loro contributo non è solo logistico: svolgono una funzione emotiva di rassicurazione e accompagnamento, contribuendo a trasformare lo spaesamento iniziale in curiosità e partecipazione.
Proprio questa centralità dei volontari apre però una questione strutturale: il progetto, così come è stato sperimentato, sembra reggersi su una forte componente di facilitazione umana. Il report si interroga quindi su come rendere stabile e replicabile l’esperienza senza dipendere costantemente dalla presenza di volontari motivati e preparati. La conclusione implicita è che la “facilitazione dell’esperienza di cura” dovrebbe diventare una funzione riconosciuta e strutturata, integrata nel progetto stesso e non affidata soltanto alla buona volontà dei singoli. Il documento è molto chiaro: mettere un ambulatorio in un museo non basta. Perché la cultura produca effetti sulla relazione di cura, servono integrazione, percorsi chiari, segnaletica efficace, spazi d’attesa pensati, materiali informativi, volontari o figure di mediazione, attenzione alla privacy e al comfort. I musei sembrano coinvolgere più delle biblioteche, soprattutto quando il paziente attraversa o vede direttamente gli spazi espositivi. Ma l’integrazione più efficace si ha quando lo studio medico è vicino, accessibile, collocato al piano dell’esperienza culturale, non relegato in zone d’ufficio o piani secondari.
Il PAV e, in parte, il Museo Egizio mostrano il vantaggio della collocazione al piano d’ingresso o in prossimità del percorso culturale. MAUTO offre un’immersione intensa ma logisticamente complessa. Polo del ’900 e Biblioteca Primo Levi mostrano invece quanto sia importante non dare per scontato che il luogo culturale “arrivi” al paziente solo perché si trova nello stesso edificio.
L’effetto sulla relazione medico-paziente
Pur non potendo osservare direttamente le visite, gli osservatori colgono molti segnali indiretti: il tono dei saluti, la durata degli incontri, le uscite dallo studio, le conversazioni in sala d’attesa, il comportamento dei pazienti, le testimonianze di medici e figure di supporto. Il quadro complessivo è positivo. La relazione sembra più distesa. I pazienti appaiono meno aggressivi, più disponibili, più fiduciosi. Alla Biblioteca Primo Levi viene esplicitamente riportato che, in quel contesto, i pazienti si comportano in modo meno conflittuale. In generale, gli spazi curati sembrano favorire relazioni più curate. Il report non sostiene che il luogo culturale trasformi magicamente la medicina di base. Ricorda anzi che molto dipende dai medici coinvolti: dalla loro motivazione, personalità, disponibilità, storia pregressa con i pazienti. Però suggerisce che l’ambiente possa agire come amplificatore: se la relazione è buona, la rende più respirabile; se l’accoglienza è attenta, la rafforza; se il paziente è ansioso, può contribuire a contenerlo. Una parte interessante del documento riguarda l’esperienza soggettiva delle osservatrici. Anche loro si sentono coinvolte, incuriosite, a volte alleggerite dall’atmosfera culturale. Parlano di luoghi che evocano set cinematografici, esposizioni d’arte contemporanea, oasi verdi, spazi di respiro. Questo elemento è importante perché mostra che il contesto non agisce solo sui pazienti. Agisce anche su chi osserva, su chi cura, su chi accompagna. Il progetto modifica l’intero campo relazionale. Non mancano però fatiche e ambivalenze: il caldo al PAV, la difficoltà di trovare una posizione fisica nelle sale d’attesa, l’invadenza occasionale di alcuni volontari, la tentazione di oltrepassare il proprio ruolo, la frustrazione di non poter osservare il cuore della relazione medico-paziente dentro lo studio.
La consulenza finale di Mario Perini tira le fila del lavoro con equilibrio. Le osservazioni prossemiche e istituzionali hanno funzionato come strumenti utili per leggere gli effetti degli spazi culturali sul benessere percepito e sull’alleanza di lavoro. Ma restano metodi qualitativi, soggettivi, parziali. Devono quindi essere integrati con questionari, interviste e narrazioni antropologiche. Il report individua alcune priorità per il futuro: progettare meglio le sale d’attesa, proteggere la privacy, rendere più chiari i percorsi, integrare davvero funzione sanitaria e funzione culturale, strutturare la mediazione oggi affidata ai volontari, curare il comfort climatico e acustico, evitare che l’ambulatorio sia confinato in spazi marginali.
Cultura di Base, in conclusione, mostra che la medicina di prossimità può guadagnare qualità quando esce dagli spazi anonimi e incontra la cultura. Ma perché l’esperimento diventi modello, non basta aprire uno studio medico dentro un museo: bisogna progettare l’attesa, accompagnare lo spaesamento, proteggere l’intimità della cura e trasformare la bellezza in relazione. In fondo, il documento non racconta solo un progetto urbanistico, sanitario o culturale. Racconta una domanda civile: che cosa succede se la città smette di separare nettamente i luoghi in cui ci si cura da quelli in cui si pensa, si guarda, si legge, si immagina? La risposta del report è prudente ma incoraggiante: succede che la cura può diventare meno fredda, meno sola, più umana. Per usare le parole di un filosofo contemporaneo[1], “… noi rispettiamo l’uguale status morale di un’altra persona non quando ci inchiniamo di fronte alla sua capacità di scegliere in conformità alla ragione, ma quando riconosciamo la vulnerabilità a cui è soggetta in quanto essere che deve, come osserva Rousseau, «vivere negli occhi degli altri”.
È questo, nulla di più ma nulla di meno, ciò che si chiede alla medicina.
[1] A. Sangiovanni, Humanity Without Dignity: Moral Equality, Respect and Human Rights, Harvard, Harvard University Press, 2017.
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