Ci sono due Germanie. Non sono ad Est e ad Ovest, ma sono in Borsa e fuori.
La Borsa racconta una Germania in crescita. Il Dax ha guadagnato il 23 per cento nel 2025, terzo anno consecutivo di rialzi a doppia cifra dopo il 20,3 del 2023 e il 18,9 del 2024, e a gennaio 2026 ha toccato il record storico di 25.420 punti, restando sopra quota 25.000 fino a giugno. L’economia reale, viceversa, è reduce da anni di recessione — meno 0,3 per cento nel 2023, meno 0,2 nel 2024 — ed è approdata a una crescita del Pil da prefisso telefonico, lo 0,2 per cento del 2025, secondo i dati Destatis (l'ufficio federale di statistica della Germania) di gennaio 2026.

Nel primo trimestre del 2026 l’accelerazione l’ha portata a +0,4% (vedi figura 1). La radiografia della crescita tendenziale illustra bene la malattia tedesca e fa emergere come essa sia strutturale. Delle due componenti estere della domanda, è normale che quella delle importazioni (in rosso scuro nel grafico) sia negativa. Più si compra dall’estero e più, a parità di altre condizioni, si riducono gli spazi di crescita della produzione interna. Non è normale che sia negativo anche l’impatto delle esportazioni (in verde), che dovrebbero aggiungere domanda estera a quella nazionale. Se però – come accade - il contributo delle esportazioni è negativo dal 2023, ciò significa che è in declino strutturale la propensione ad esportare, ossia che trimestre dopo trimestre, la percentuale di Pil tedesco richiesta dal resto del mondo, si riduce.

Figura 1 - Crescita tendenziale del Pil della Germania

Dati trimestrali rispetto a stesso trimestre anno precedente e contributi delle componenti della domanda che la spiegano. Elaborazioni su dati Ocse

Cosa resta per fare crescere il Pil? Le componenti interne della domanda. Ma, come si vede, i consumi che comprendono sia la spesa pubblica (in aumento) che quella privata delle famiglie non portano che mezzo punto al bilancio della crescita e, nel primo trimestre del 2026, perfino gli investimenti, sostenuti da una politica di incentivi vigorosa (la componente di colore arancio) hanno potuto fare poco, quasi nulla.
Tra il termometro dei mercati e quello della vita quotidiana corre una notevole distanza, come negli Stati Uniti. La Borsa sta premiando quaranta multinazionali che vendono nel mondo e cavalcano, per esempio, la corsa al riarmo (Rheinmetall, Renk, Hensoldt, MTU). Nel frattempo la fiducia dei consumatori è scivolata a maggio 2026 al minimo da oltre tre anni, come mostrano i dati dell’indice GfK. Inoltre, dal 2023 il Dax si è staccato dal resto del listino tedesco, perché a correre sono i campioni globali. Esistono due Germanie: una globale che va bene e una nazionale che trattiene il respiro.

Alcune forze politiche tendono a chiamare in causa le responsabilità del resto del mondo: Mosca per l’energia, Washington per i dazi, Pechino per la concorrenza. L’Ifo, l'indice tedesco che misura la fiducia delle imprese, ha certificato che i dazi possano sottrarre fino a 0,6 punti alla crescita del 2026, ma questa è una malattia comune ad altri paesi dell’Unione europea, come l’Italia, che, nonostante tutto, hanno visto crescere le esportazioni. Il male tedesco è endogeno: viene dal motore, non è un rumore della strada. La Germania soffre perché il suo modello ha avuto troppo successo, troppo a lungo, in un mondo che ha smesso di esistere come lo conoscevamo.
Il capitalismo tedesco ha vinto nell’epoca della globalizzazione padroneggiando un’arte principale: scalare orizzontalmente vantaggi industriali consolidati. Automobili, chimica, macchine utensili, componentistica: moltiplicare lungo le catene del valore planetarie ciò che la Germania sapeva fare in modo eccellente, raccogliendo economie di scala. Era la macchina perfetta per un mondo aperto, prevedibile, desideroso di beni di qualità. L’epoca post-globale premia un’altra grandezza: la crescita verticale, il controllo dei piani alti tramite software, cloud, semiconduttori avanzati, intelligenza artificiale, piattaforme che generano rendite quasi monopolistiche. E questo è il terreno americano e, in certa misura, della Cina, ed è un terreno che lascia alla Germania un ruolo subalterno, quello di una raffinata utilizzatrice: l’industria tedesca incorpora l’intelligenza artificiale nella manifattura, senza possedere i nodi strategici da cui dipende. L’automotive, che vale circa il 6 per cento del Pil, rappresenta l’emblema della crisi tedesca: è un gioiello di sofisticazione tecnologica, che vede il mondo cambiare il modo di muoversi.

Un avanzo commerciale strutturale è, tuttavia, un eccesso cronico di risparmio nazionale sugli investimenti interni. Per decenni la Germania lo ha alimentato attraverso una ricetta pensata a tavolino e composta di moderazione salariale e disciplina di bilancio. I salari compressi tenevano bassi i costi unitari del lavoro e rendevano l’export conveniente; al tempo stesso frenavano i consumi interni, gonfiando ancora di più il surplus. Quel risparmio in eccedenza, poi, anziché divenire investimento produttivo in patria, defluiva all’estero sotto forma di capitali. Ma una nazione che esporta risparmio invece di investirlo a casa lascia invecchiare le proprie infrastrutture, le reti, il proprio stock di capitale: la competitività si logora lentamente (figura 2) mentre i conti con l’estero sembrano dare ragione a tutti e i margini da investire (lo spazio tra le due linee) si assottigliano, anno dopo anno.

Figura 2 - Il declino della competitività manifatturiera in Germania

Confronto tra il valore aggiunto per ora lavorata con il compenso orario del lavoro. Nostra elaborazione su dati Ocse

E alla fine è la demografia a presentare il conto. Una forza lavoro che invecchia e si restringe riacquista potere contrattuale, i salari risalgono (linea rossa), i costi unitari aumentano, il vantaggio di prezzo si dissolve. Le esportazioni rallentano e il surplus si sgonfia, mentre la tendenza a continuare a investire sempre di può all’estero resta intatta (figura 3), quasi obbligata dalla strategia dei processi industriali che cercano altrove i margini impossibili in casa. Del resto, la stessa crisi dei margini, unendosi alla debole domanda interna, tiene lontani dalla Germania gli investimenti degli stranieri. Si avvita così un processo involutivo strutturale, quasi completamente endogeno, nonostante le narrazioni insistenti sulle responsabilità americane, russe e cinesi. Per le teorie del commercio internazionale, il processo in questione non è una sorpresa. Un avanzo molto persistente è una tensione accumulata che prima o poi si scarica, non è mai un equilibrio destinato a durare. Serve del tempo perché i meccanismi di aggiustamento si mettano in moto, ed è esattamente ciò che sta accadendo ora. L’avanzo di parte corrente è sceso a circa 200 miliardi di euro nel 2025, intorno al 4,5 per cento del Pil — il valore più basso da quasi vent’anni — e la Bundesbank lo vede scivolare verso il 3,2 entro il 2028, cifre «notevolmente basse» rispetto ai decenni passati (Bundesbank, gennaio 2026). Le esportazioni reali sono rimaste quasi ferme, con cali netti verso Stati Uniti e Cina, mentre le importazioni cominciano a salire, sospinte da una domanda interna in lento risveglio, grazie ai pacchetti fiscali espansivi in particolare dell’ultimo esecutivo, che ha eliminato il “freno del debito”.

Figura 3 -  Gli investimenti diretti tedeschi all’estero superano, come stock sul Pil, gli investimenti stranieri in Germania.

Nostra Elaborazione su dati Ocse

Se il processo di rientro dal surplus strutturale è inevitabile, l’assillo dei policy maker di Berlino dovrebbe riguardare il modo in cui il surplus si riduce, perché le strade sono due. Nella prima, l’export rallenta mentre investimenti interni e salari reali accelerano, e la domanda domestica raccoglie il testimone: il paese diventa meno dipendente dall’estero perché cresce dentro. Nella seconda, l’export cala e basta, il vecchio motore si spegne e in casa non se ne accende un altro. La Germania fino ad ora ha imboccato la seconda. Il riequilibrio arriva per consunzione, non per conversione, e questo anche perché il risparmio delle imprese continua a venire investito all’estero. Per muovere la domanda interna si attinge al deficit pubblico, che induce spesa in equipaggiamenti militari. Spendere il tesoro pubblico e rimuovere il vincolo costituzionale al debito non è, a nostro avviso, solo una questione contabile.

Qui la contabilità incontra l’anima. La Germania ha costruito qualcosa di più di un’economia: ha costruito una morale economica e su quella ha fondato l’orgoglio postbellico. Il risparmio come virtù, la prudenza come saggezza, l’Ordnung come forma civile della libertà, la parsimonia eretta a filosofia di Stato, l’Exportweltmeister come prova vivente che il lavoro paziente e ben fatto viene sempre premiato dal mondo. Per tre generazioni quella morale ha funzionato, e il funzionare l’ha resa quasi sacra. Oggi la nazione scopre che nell’economia post-globale le stesse qualità che l’avevano resa grande si sono mutate in zavorra. La virtù è diventata debolezza senza neppure cambiare di segno, soltanto cambiando di epoca. È una delusione morale e materiale, e proprio per questo brucia di più.
Le ferite si sommano. La fede nel Wandel durch Handel, il cambiamento attraverso il commercio che doveva ammorbidire Mosca, è finita sotto i colpi della vicina guerra in Ucraina: una nazione che si credeva maestra di realismo si è scoperta ingenua. L’automobile, totem dell’identità collettiva e religione laica del “saper fare” tedesco, viene inseguita e talvolta superata da costruttori che vent’anni fa neppure esistevano. La promessa implicita del dopoguerra — ogni generazione vivrà un po’ meglio della precedente — vacilla per la prima volta, e i figli sospettano di ereditare un paese più povero di prospettive, se non di denaro.

Da qui nasce la celebre Zukunftsangst, l’angoscia del futuro, che è il lutto di un’autobiografia collettiva che non torna più. Una nazione abituata a sentirsi affidabile comincia a sentirsi inaffidabile per i propri stessi cittadini, e questa crisi identitaria può vestirsi di rancore, di nostalgia, di diffidenza verso le élite. Avanzano così i partiti populisti che si richiamano al passato. I numeri danno corpo all’umore e raggiungono la maggioranza delle piccole e medie imprese non comprese nel Dax40. I saldi di ottimismo-pessimismo degli imprenditori sono scesi “sottozero” con il Covid e non sono mai più tornati su (figura 4).

Figura 4 - Saldi di opinione ottimisti-pessimisti degli imprenditori in Germania.

Nostra Elaborazione su dati Ocse

L’umore della Germania finisce per influire sulla politica e la paralizza. Cittadini spaventati domandano sicurezza immediata e diffidano delle riforme, che appaiono minacce anziché soluzioni: Alternative für Deutschland (AfD), il partito di estrema destra, sarebbe addirittura primo nelle intenzioni di voto con il 26% circa delle preferenze, secondo i più recenti sondaggi.
I governi, per custodire il consenso, diluiscono e rinviano. In materia di pensioni, il governo si è limitato ad approvare il “Rentenpaket 2025”, che stabilizza il sistema nel breve periodo, senza affrontare le riforme di lungo periodo, che gli analisti considerano necessarie.  Un passo in avanti è stata la riforma del pilastro privato, avvenuta senza toccare quello pubblico. Il 27 marzo 2026 è nato l’”Altersvorsorgedepot”: il nuovo sistema complementare basato sugli ETF. E’qualcosa, ma non basta. La burocrazia delle autorizzazioni professionali rallenta la formazione di nuove imprese. A riforme rallentate, gli investimenti continuano ad emigrare e la crescita resta fiacca: più il paese avrebbe bisogno di coraggio, meno se ne concede.

La politica economica ha schierato un arsenale rispettabile. La riforma costituzionale del marzo 2025 ha allentato il freno al debito; è stato creato un fondo speciale per infrastrutture e clima; c’è il “growth booster fiscale” degli ammortamenti accelerati, inoltre si attinge al deficit per sgravare i costi rincarati dell’energia elettrica. La Bundesbank stima che difesa e infrastrutture aggiungeranno 1,3 punti al Pil entro il 2028, ma ad un prezzo assai salato: la spesa pubblica ha toccato il 50,2 per cento del Pil nel 2025 (sfiorando il 51,5% dell’Italia, e superandola se si considerasse al netto degli interessi); il debito è atteso al 68 per cento e il deficit al 4,8 entro il 2028.).
Non tutti sono d’accordo sulla politica di marca keynesiana. Gli ordoliberisti la considerano più chirurgia conservativa che terapia. Per Walter Eucken (economista tedesco tra i padri fondatori dell’ordoliberalismo e dell’economia sociale di mercato) lo Stato dovrebbe costruire l’ordine entro cui il mercato innova, e guardarsi dal sostituirsi all’innovazione. Le strade si asfaltano in fretta e per queste serve la spesa pubblica; ma un ecosistema imprenditoriale sfugge a ogni decreto e nessuna spesa pubblica lo fa fiorire a colpo sicuro. La spesa pubblica tedesca colma le buche del presente, e tuttavia genera da sé ben poche nuove imprese, ben poche nuove competenze e non sostituisce la distruzione creatrice, che è il vero meccanismo che alza il Pil potenziale.

Le previsioni per il 2026 convergono su una crescita compresa tra lo 0,6 della Bundesbank e l’1 per cento rivisto al ribasso dal governo, trainata soprattutto da spesa pubblica e difesa. Sull’altro piatto pesa il nuovo shock energetico: lo scoppio del conflitto in Iran nel marzo 2026 ha fatto impennare i prezzi del carburante, e Berlino ha risposto con un taglio temporaneo delle accise, anche esso palliativo più che curativo. L’inflazione è salita intorno al 2,6 per cento, sacrificando i salari reali. La Germania non è ancora in guarigione, perché l’economia in Europa ha bisogno di più mercato che osi, prima che di più Stato che spenda: meno burocrazia, capitali di rischio più abbondanti in mercati più liquidi, regole che premino chi entra innovando e non solo chi occupa una posizione. Il logoramento del modello tedesco è basato su un ancoraggio a una realtà in dissolvenza. La Germania conta ancora moltissimo — vale quasi un quarto del Pil dell’Unione e resta il baricentro di Bruxelles e della Commissione. Riparare la propria economia a suon di spesa pubblica è il compito del giorno: rischia di essere lungo e più costoso dell’osare ridisegnarla.

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