Qualche mese fa il Centro Einaudi ha presentato su queste pagine il primo indicatore di nowcasting del Pil dell’eurozona, quando il rischio di stagflazione bussava alla porta dell’Europa. Allora il modello lavorava in prova, ricostruendo il passato per dimostrare di saperlo leggere. Oggi è arrivata la prova dei fatti: la prima stima di estrapolazione pura, prodotta giorno per giorno senza conoscere il risultato. Il verdetto per il secondo trimestre 2026, chiuso il 30 giugno, è una crescita dello 0,24 per cento sul trimestre precedente e dello 0,91 per cento sull’anno. Meno peggio delle attese, e molto meglio di quanto l’indicatore stesso segnalava a metà primavera, quando il rischio di recessione era concreto.
Un termometro quotidiano per il Pil
Il Pil ufficiale è un dato lento: Eurostat pubblica la stima preliminare circa un mese e mezzo dopo la chiusura del trimestre, e le revisioni proseguono per mesi. Il nowcasting rovescia la prospettiva. Il modello del Centro Einaudi legge ogni giorno un ampio insieme di variabili finanziarie e di mercato — indici azionari, tassi, cambi, materie prime — che incorporano in tempo reale le aspettative degli operatori; ne estrae, con tecniche di analisi delle componenti principali, i fattori comuni che muovono la congiuntura; e li traduce, attraverso equazioni ponte stimate sulle serie Eurostat, in una lettura quotidiana della crescita trimestrale, congiunturale e tendenziale. Il metodo e la sua logica sono descritti nell’articolo che ha presentato il modello. La novità non sta nella precisione decimale, che nessun modello può promettere, ma nella frequenza: il Pil smette di essere una fotografia in ritardo e diventa un termometro che si legge ogni mattina, con la sua banda di incertezza dichiarata.
Il primo esame il modello lo aveva già superato in inverno. La discesa progressiva dell’indicatore tra dicembre e marzo anticipava il rallentamento poi certificato da Eurostat per il primo trimestre: appena 0,1 per cento congiunturale e 0,8 per cento tendenziale. Il nowcast aveva visto giusto sulla direzione e quasi sul livello. Ma è nel secondo trimestre che l’indicatore ha raccontato la storia più interessante.
Tre mesi sul crinale
Il grafico che pubblichiamo è una specie di diario di bordo. A fine febbraio la chiusura dello Stretto di Hormuz ha aperto una crisi dell’offerta di energia e di materie prime che i mercati hanno prezzato immediatamente: le borse mondiali hanno perso circa il 9 per cento tra fine febbraio e fine marzo, i prezzi dell’energia si sono impennati, l’inflazione ha rialzato la testa. Il nowcast, che di quei prezzi si nutre, è precipitato: tra aprile e maggio la lettura quotidiana della crescita congiunturale è scesa fino a valori compresi tra meno 1,5 e meno 2 per cento. Se la crisi fosse durata, la recessione non era un rischio: era quasi una certezza già incorporata nei prezzi. Poi, con il rientro della tensione e la normalizzazione dei flussi energetici, l’indicatore ha risalito la china giorno dopo giorno, fino a chiudere il 30 giugno in territorio positivo. L’eurozona ha camminato su una cresta sottile, con il vuoto da un lato, e ne è uscita salva all’ultimo.

La banda di incertezza che avvolge la linea non è un ornamento: è la sostanza del messaggio. Per buona parte della primavera la banda ha incluso stabilmente scenari recessivi, e questo è il modo tecnico di dire che il destino del trimestre non era scritto. La stima finale — più 0,24 per cento congiunturale, più 0,91 tendenziale — è leggermente superiore all’inerzia del primo trimestre e coerente con un’economia che cresce sotto l’uno per cento l’anno: espansione anemica, ma espansione. Il 13 agosto, con la stima preliminare di Eurostat, sapremo quanto il termometro ha misurato bene la febbre.
Perché l’economia ha tenuto e chi ha pagato i dazi
Il numero del nowcast trova conferma nelle variabili reali. I dati del primo trimestre, gli ultimi ufficiali disponibili, disegnano un’economia sorretta dalla domanda interna e frenata dal canale estero. I consumi privati sono cresciuti dello 0,2 per cento congiunturale, sostenuti più dal reddito da lavoro che dalla fiducia: l’occupazione è salita ancora dello 0,1 per cento e la disoccupazione è rimasta al 6,3 per cento in aprile, il livello più basso della storia dell’euro. Gli investimenti fissi sono invece calati dello 0,3 per cento, zavorrati dal capitale produttivo industriale, mentre l’edilizia residenziale ha tenuto. Le esportazioni di beni e servizi sono scese dello 0,2 per cento, e tra gennaio e aprile le vendite di merci verso il resto del mondo hanno perso il 3,6 per cento sull’anno. La composizione è chiara: servizi meglio dell’industria, domanda interna meglio della domanda estera.
La geografia della crescita conferma la lettura. Il nucleo dell’eurozona ha stabilizzato più che trainato: la Germania è rimasta debole, la Francia piatta. Il traino marginale è venuto dai paesi non-core: l’Italia è cresciuta dello 0,3 per cento congiunturale con consumi e investimenti entrambi positivi, la Spagna ha proseguito su un ritmo più robusto delle grandi economie. Una crescita a macchia di leopardo, dove il centro fa da ancora e la periferia da motore: la stessa asimmetria che il nowcast, aggregando i segnali di mercato, ha tradotto in un trimestre positivo ma modesto.
Resta la domanda più interessante: come ha fatto questa economia a reggere tre urti in sequenza — la crisi di Hormuz, la fiammata dei prezzi, la coda dei dazi americani? Sui dazi la risposta più documentata viene dall’ultimo Rapporto economico annuale della Banca dei regolamenti internazionali, ed è sorprendente. Il costo delle tariffe non è stato assorbito, come molti temevano, dai margini delle imprese esportatrici europee, che secondo le stime della Bce ne hanno pagato solo una frazione minima; e non è stato scaricato per intero sui consumatori americani. È rimasto in gran parte sul groppone delle imprese importatrici degli Stati Uniti: la Bri stima che le aziende americane più esposte abbiano assorbito circa due terzi dei maggiori costi comprimendo i propri profitti, trasferendone ai consumatori solo un terzo. Il protezionismo, almeno finora, ha presentato il conto soprattutto al business americano. Per l’Europa questo ha significato perdere volumi di export, ma non margini: una differenza decisiva per la tenuta degli investimenti e dell’occupazione.
L’eurozona nella prima metà del 2026

Il bilancio, alla fine, è quello di un’economia più resiliente della sua reputazione: né vigorosa né fragile, capace di attraversare una crisi energetica potenzialmente recessiva senza cadere, grazie a un mercato del lavoro pieno, a consumi pazienti e a un’incidenza dei dazi caduta altrove. Il nowcast ha documentato questo passaggio in diretta, giorno per giorno, incertezza compresa: è esattamente il servizio che un indicatore in tempo reale deve rendere.
Da tre giorni, intanto, il contatore è ripartito: il modello ha cominciato a seguire il terzo trimestre, e lo farà quotidianamente per tutta l’estate. L’appuntamento con la stima è per il 3 di ottobre.
Il crinale è alle spalle; resta da capire se il sentiero, adesso, torna a salire.
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