Le classifiche internazionali hanno un pregio raro: costringono un paese a guardarsi con gli occhi degli altri. Il Best Countries Index 2026 è curato dalla Wharton School e misura la percezione di 85 economie sondando 15.131 intervistati in 33 paesi, su 73 attributi di ogni paese poi raggruppati in dieci fattori. L’Italia occupa il diciottesimo posto, una posizione discreta. La sua scomposizione è interessante perché ci permette di capire come ci vedono e per cosa ci apprezzano gli altri. E’ certamente un sondaggio basato su percezioni soggettive, quindi da prendere con le molle, ma Giovanni Battista Vico l’avrebbe preso in considerazione.
I punteggi dei singoli fattori sono riscalati in modo che il paese leader di ciascuna categoria valga 100. La distanza dal vertice diventa così una misura immediata del divario percepito.
Per l’Italia il quadro è il seguente.


La lettura indica che, dove si misura il passato, l’Italia eccelle: Heritage e Cultural Influence valgono 100, primo posto assoluto in entrambe le categorie, e Adventure sfiora il vertice con 96,4 punti. Un buon luogo per svagarsi e in cui avventurarsi. Dove si misura il futuro, l’Italia scende: Power (influenza internazionale) perde 68,4 punti dal leader, Movers, l’indicatore che stima il dinamismo e la crescita attesa del prodotto a parità di potere d’acquisto al 2030, ne perde 67,7. In mezzo sono impaludati i fattori intermedi: Agility a 44,5, Quality of Life a 49,9, con Open for Business a 52,0, un quarantaduesimo posto che colloca l’Italia, agli occhi degli investitori globali, dietro a buona parte dei paesi emergenti. Il mondo ci considera un museo splendido con gli uffici amministrativi chiusi.
Francesco Guicciardini nel Cinquecento invitava ciascuno ad attendere al proprio «particulare»: l’Italia ci riesce benissimo. Cinque secoli dopo, l’indice di Wharton misura l’Entrepreneurship a 73,1 punti, il che vuol dire che siamo intraprendenti ma non necessariamente imprenditori. Comunque, il talento privato resiste; il Power a 31,6 conferma che la capacità di trasformarlo in peso geopolitico, tecnologico e militare manca. Giacomo Leopardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, osservava che gli italiani possiedono più vita esteriore che società: più o meno l’impronta culturale è ancora la stessa nel 2026.
Il secondo insegnamento dell’indice riguarda la geografia. Svizzera, Giappone e Svezia salgono sul podio nel risultato complessivo. I paesi del campione si distribuiscono poi per gruppi riconoscibili, con una regolarità che esclude che sia casuale. Il primo blocco è quello nordico e anglosassone ad alte prestazioni, Svizzera, Svezia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito (?), Norvegia, che va bene in qualità della vita e imprenditorialità. Il Regno Unito però nella mappa ha un azzurro sbiadito che vuol dire che quel carattere sta scomparendo. Il secondo gruppo è quello dei colossi e degli hub ad alta crescita, Stati Uniti, Cina, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Corea del Sud, che monopolizza Power, Movers e Agility. Il terzo è il blocco euro-mediterraneo, ed è il nostro. Attorno all’Italia orbitano la Francia, diciannovesima con 78,0 punti e con il medesimo profilo sbilanciato sul soft power, la Spagna, ventesima con 75,3, il Belgio, ventunesimo con 69,5 e con una complessità di governo che ci somiglia, il Portogallo, ventiseiesimo con 61,2, e la Grecia, ventisettesima con 54,9. Cinque paesi che condividono con noi il patrimonio, il turismo, la manifattura di qualità e una crescita strutturalmente mediocre. La mappa che segue rende visibile questa geografia, con l’intensità del colore proporzionale al punteggio complessivo di ciascun paese.
I tre gruppi del Best Countries Index 2026

Fernand Braudel descriveva il Mediterraneo come un accumulatore di civiltà, un mare che conserva tutto ciò che le epoche vi hanno depositato. L’indice del 2026 fa emergere che l’accumulo è diventato rendita, e la rendita, da Ricardo in poi, è il reddito di chi possiede senza produrre. Il blocco euro-mediterraneo vive della propria storia con la disinvoltura di un erede che ha smesso di chiedersi quanto durerà il patrimonio. È questa la sostanza del secolo mediocre: un gruppo di nazioni con il massimo dei voti in memoria e il minimo in prospettiva, ferme in una via di mezzo confortevole, tutto sommato.
Che cosa tirar fuori, allora, dal diciottesimo posto? Un capitale reputazionale ampio e forse sottoutilizzato, il primo posto mondiale in due categorie su dieci, che nessuna politica industriale al mondo saprebbe costruire da zero. Mentre dove perdiamo di più, influenza, dinamismo, agilità, dipendono da scelte, da investimenti, da riforme, cioè da variabili di policy e da nulla di irrimediabile. Una osservazione interessante: non siamo i soli ad avere questi caratteri. E una domanda seria, a questo punto: il risultato è da iscrivere a una generica inefficienza della politica o corrisponde alle preferenze degli elettori? E non mi brucerei la mano per scommettere che la risposta sia la prima.

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