A fine aprile scorso, milizie jihadiste del Fronte per il Supporto all’Islam e ai Musulmani (JNIM nell’acronimo arabo) sembravano in procinto di prendere la capitale maliana Bamako. La dittatura militare di Assimi Goita, al potere dopo un golpe nel 2021, non era in grado di estendere il proprio controllo oltre il perimetro della capitale. L’appoggio diplomatico e militare di Mosca, tramite i suoi Africa Corps (in precedenza mercenari della Wagner), poco o nulla ha potuto per contrastare l’ascesa del JNIM. Una situazione questa che in molti hanno paragonato alla presa di potere in Siria nel dicembre 2024 pure da parte di altre milizie di estrazione jihadista, il Comitato per la Liberazione del Levante (HTS nell’acronimo arabo).

Mondo Economico ha seguito gli sviluppi di questi due contesti che solo a prima vista sono poco rilevanti per il nostro paese. Il Mali è un paese chiave per le rotte migratorie dall’Africa sub-sahariana: fa parte di tutta quella vastissima area, il Sahel, che si estende dal Golfo di Aden fino alle coste atlantiche del Senegal. La Siria è perno degli equilibri del Medioriente, al centro di un triangolo che ha per vertici Israele, Turchia e Iran. Non a caso nei piani geostrategici della nostra Difesa questi paesi fanno entrambi parte di quel ‘Mediterraneo Allargato’ cui la nostra politica estera deve prestare particolare attenzione.
Gli sviluppi in atto non possono perciò essere ignorati. Le milizie che hanno conquistato Damasco, o quelle che hanno la possibilità di prendere Bamako (mentre controllano già la maggior parte del territorio maliano), offrono indicazioni importanti rispetto a quello che ci possiamo aspettare nel caso in cui forze jihadiste salgano al potere.

Il Jihadismo è stato uno dei più importanti fenomeni di radicalismo e militanza armata negli ultimi trent’anni. Fondato sull’idea che la violenza sia uno strumento di lotta politica legittimo e spesso necessario, ha prodotto una lettura dei dettami dell’Islam in senso manicheo, anti-pluralista e decisamente illiberale. I militanti jihadisti rappresentano un gruppo di ‘rivoluzionari’ di professione che si arroga il diritto-dovere di dire all’intera comunità Islamica in cosa consista il vero Islam. Ne delinea quindi obiettivi e ortoprassi, e fa ricorso alla violenza per attuare i propri piani. Nel corso del tempo, il movimento jihadista ha sviluppato alcuni tratti che lo hanno caratterizzato come tale pur nella diversità di gruppi che hanno operato dal Maghreb al Vicino Oriente, dall’Asia Meridionale alle Filippine, dalla Nigeria alla Somalia, dal Caucaso all’Asia Centrale – per non parlare di cellule più o meno connesse a questi vari teatri che hanno colpito direttamente paesi occidentali. L’evento simbolo del Jihadismo moderno, gli attentati dell’11 Settembre, sono il prodotto di una precisa strategia volta a colpire non i vari governi autoritari sotto i quali vivono la maggior parte dei musulmani; ma invece chi opprimeva (secondo questa visione) l’intero mondo Islamico sostenendo appunto satrapi locali, ovvero gli Stati Uniti e, in seconda battuta, i paesi europei. Questa strategia ‘globalista’ invece che ‘nazionale’ è stata elaborata da Al Qaeda e in parte ripresa dallo Stato Islamico.

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Il Jihadismo è stato dunque soprattutto un movimento di lotta armata, che ha spesso usato il terrorismo nelle sue forme più violente per condurre tale lotta. Inizialmente, raramente ha conseguito vittorie sul campo tali da potersi porre come forza governativa di ampi territori. Ma negli ultimi 10-15 anni le cose sono cambiate anche da questo punto di vista. Il caso più famigerato è stato lo Stato Islamico, che per circa tre anni ha controllato un territorio grande grossomodo come l’Inghilterra tra Siria e Iraq. Al Qaeda era riuscita, nel 2012, a stabilire un governo proprio in varie zone dello Yemen. E, infine, HTS aveva controllato e governato per circa 8 anni la provincia di Idlib nel nord ovest della Siria, con oltre 3 milioni di abitanti.
Non si poteva solo più parlare di militanza jihadista, ma anche di governo jihadista. Esso sembrava fondato su quattro principi chiave. Primo: alleanza formale con Al Qaeda o con lo Stato Islamico (tramite un giuramento di fedeltà detto ba’ya). Secondo: una marcata aderenza ai principi ideologici del Jihadismo, specie nei contorni della teologia e giurisprudenza salafita. Terzo e decisivo: l’obiettivo ultimo della creazione di un califfato e l’applicazione della legge islamica (secondo, appunto, la versione jihadista-salafita). Tutto questo comportava un rifiuto assoluto dell’ordine internazionale attuale basato sul principio dello stato-nazione, così come del riconoscimento di qualsivoglia autorità politica diversa dal califfato.
Ma ecco che prima la parabola di HTS, poi anche del JNIM, suggeriscono sviluppi diversi. Proprio HTS rappresenta il caso più clamoroso. Nato da una costola dello Stato Islamico nel 2013, HTS si è poi invece unito ad Al Qaeda nel 2016. Nel 2017 però ritira il ba’ya verso l’organizzazione allora guidata da Ayman Al Zawahiri. Una volta instauratosi a Idlib, HTS conosce una progressiva trasformazione. Si allontana sempre più sia dai precetti militanti del Jihadismo, sia dai principi del salafismo più intransigente.
Consideriamo i seguenti punti. In primo luogo, l’abbandono della casa-madre di Al Qaeda non era un semplice esercizio cosmetico. Intendeva segnalare l’abbandono di quella jihad globale e permanente che è il tratto distintivo di Al Qaeda. In particolare, l’abbandono della dimensione trans- e internazionale quale campo primario dell’azione jihadista ha permesso ad HTS di porsi come movimento nazionale siriano, ed acquistare così legittimazione popolare locale come forza contro il regime di Assad. Questo ha poi comportato, indirettamente in un primo momento, l’accettazione della forma istituzionale dello stato-nazione e dei confini internazionali, cosa che né lo Stato Islamico né appunto Al Qaeda avevano mai contemplato – anzi, volevano proprio sovvertire tale ordine.

In secondo luogo, l’allontanamento dell’ideologia jihadista-salafita di Al Qaeda ha fatto sì che HTS costituisse come suo braccio politico non un sedicente califfato in controllo di Idlib. Invece, ha dato vita ad un ‘Governo di Salvezza Nazionale’ i cui quadri provenivano anche dai leader delle comunità locali della provincia. Non essendo stato instaurato un califfato, pure la legge islamica veniva posta non come fine ultimo dello stesso, ma come un principio dell’azione legislativo-giuridica: principio affiancato ad altri, come per esempio costumi e usanze locali, leggi statali ancora osservate, e comunque temperato da un’altra scuola giuridica (quella sha’afita) che il Jihadismo-salafita più radicale non avrebbe mai ammesso come valida.
Quest’ultimo punto evidenzia la vera svolta: HTS non si è arrogato il diritto-dovere di imporre alla popolazione la propria lettura dell’Islam come sempre accaduto per gruppi jihadisti-salafiti. Basti pensare alla terribile esperienza di governo dello Stato Islamico nelle aree da esso controllate. Era un atteggiamento profondamente radicato nell’ideologica millenarista, rivoluzionaria e radicale del Jihadismo. Tutto questo aveva però comportato un rifiuto sostanziale delle sue politiche e pratiche da parte di popolazioni musulmane. Queste infatti non si riconoscevano in progetto religioso e politico fondamentalmente alieno in quanto scevro da ogni connessione con la cultura e le sensibilità locali.
In quarto luogo, la modifica di questi elementi chiave del Jihadismo per venire incontro alle preferenze e le aspirazioni locali ha reso possibile il riconoscimento di comunità etnico-religiose diverse dai musulmani sunniti: per quanto riguarda la Siria, soprattutto cristiani, drusi, curdi, e musulmani sciiti. Un approccio che, lungi dall’essere capace di fermare episodi di violenza comunitaria, è comunque marcatamente diverso dalle politiche di stampo genocidiario dello Stato Islamico verso minoranze o verso chiunque non sia considerato un ‘vero musulmano’.

Fonte: Wikipedia

Il JNIM in Mali, nel considerare un attacco decisivo a Bamako, e in virtu’ di un’esperienza più che decennale quale gruppo jihadista nel paese, ha contemplato di riprodurre il modello di HTS in loco. Tanto più che tale modello è stato poi appunto esteso all’intera territorio siriano sotto il controllo degli ex-miliziani, permettendo loro di riciclarsi come uomini di governo con un grado di legittimità sia domestica che internazionale da non trascurare. Legittimità appunto ottenuta una volta accantonata la postura jihadista e la contestuale apertura verso le istanze delle popolazioni locali.
Rimangono problemi fondamentali. La progressiva istituzionalizzazione dell’azione di governo in Siria, con un ufficiale scioglimento di HTS e la formazione di un Governo di Transizione, ha prodotto una carta costituzionale provvisoria. Un documento che indica di per sé un allontanamento sostanziale dalla posizione jihadista. Ma rimane un documento che per i prossimi cinque anni non prevede elezioni democratiche; descrive un chiaro accentramento di poteri nell’esecutivo (pur sostenendo la separazione dei poteri); e pone l’Islam come fonte principale di legislazione. La parità di genere, il rispetto per le minoranze, la libertà di opinione, la libertà di associazione: sono tutti elementi che, sebbene menzionati, non hanno trovato ancora vera attuazione.

È plausibile che il JNIM possa proporre qualcosa di simile se e quando prenderà il potere: non più governo e ideologica jihadista, ma comunque l’instaurazione di un potere fondamentalmente autoritario, dove l’intransigenza e il radicalismo jihadista-salafita si stemperano e mutano. Un sistema di governo certo non più rivoluzionario ed estremista, ma sempre profondamente illiberale.