A seguito della caduta del regime di Bashar al-Assad, il panorama politico, economico e sociale della Siria sta attraversando una transizione profonda e incerta. Nuovo Mondo Economico ha raggiunto André Bank, Senior Fellow presso il German Institute for Global Area Studies di Amburgo, tra i maggiori esperti della politica del Levante arabo. Bank condivide le sue riflessioni dopo un recente viaggio di dodici giorni a Damasco — il suo primo ritorno nel Paese dopo oltre quindici anni di assenza dovuti alla guerra civile iniziata nel marzo 2011 con la violenta repressione di proteste popolari da parte dell’ora defunta dittatura Ba’thista. L'analisi che segue esplora la difficile ricostituzione della Siria quale stato sovrano, la frammentazione della sicurezza interna, le sfide di ricostruzione economiche, nonché il complesso gioco delle potenze regionali in una Siria che fatica a definirsi "post-bellica". L’intervista è stata condotta in inglese e qui tradotta.

Massimo Ramaioli: André, iniziamo in modo informale. Raccontaci del tuo viaggio in Siria: in quale contesto si è svolto, quanto tempo sei rimasto, con chi eri e quali sono stati i tuoi obiettivi principali?

André Bank: Certamente. Questo viaggio, avvenuto tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre 2025, ha segnato il mio ritorno in Siria dopo oltre quindici anni. Non avevo avuto la possibilità di rientrare prima a causa della guerra e della dittatura; avendo espresso pubblicamente critiche contro il regime di Assad, l’accesso mi era precluso. La caduta del regime ha mi finalmente concesso l’opportunità di tornare nel paese.
Mi sono recato a Damasco, arrivando via terra dal Libano, e vi ho trascorso dodici giorni. Ho condotto una ricerca insieme a un collega di Berlino. Le nostre interviste si sono concentrate sui molteplici aspetti della transizione siriana: dai cambiamenti istituzionali sotto il nuovo governo ad interim, alla riforma del settore della sicurezza, fino alle delicate questioni dell’inclusione delle minoranze, della giustizia di transizione e della ricostruzione economica.

Fine della guerra?

M.R.: Ho seguito i tuoi lavori precedenti e trovo molto interessante la tua esitazione nel definire l'attuale situazione siriana come "post-bellica". Perché ritieni che parlare di fine della guerra sia prematuro? Cosa hai osservato sul campo?

A.B.: Molti osservatori, decisori politici e persino alcuni siriani tendono a far coincidere la fine del regime di Assad con la fine del conflitto. Sebbene questa percezione rifletta la realtà di Damasco o della regione di Idlib [controllata dal 2017 dalle forze che ora siedono a Damasco, ndt] il quadro nazionale è molto più cupo. In diverse parti del Paese, la violenza non è diminuita, ma è anzi mutata in nuove forme.
Con il vuoto di potere lasciato da Assad, abbiamo assistito a forti scontri tra l'Esercito Nazionale Siriano (SNA), sostenuto dalla Turchia, e le forze curde nel nord e nel nord-est. Questo ha causato migliaia di vittime e oltre 100.000 sfollati. Contemporaneamente, nel sud-ovest, l’esercito israeliano ha espanso il proprio controllo oltre le Alture del Golan. Israele ha inoltre condotto massicce campagne di bombardamenti contro le infrastrutture militari siriane, distruggendo, secondo alcune stime, circa l'80% dell’equipaggiamento bellico siriano rimasto nelle prime due settimane post-caduta.
A ciò si aggiunge la recrudescenza dello Stato Islamico (ISIS), che ha intensificato gli attacchi terroristici, specialmente nell'est. Infine, il nuovo governo ad interim ha intrapreso operazioni di sicurezza contro i gruppi alauiti nell'ovest e contro la minoranza drusa nel sud, causando ulteriori migliaia di vittime e ondate di profughi. Dire che la guerra è finita è, purtroppo, un errore di valutazione: la violenza di massa continua a flagellare ampie aree del territorio.

Le tre sfide cruciali per il futuro

M.R.: Sulla base della tua analisi, quali sono i tre problemi principali che la Siria deve affrontare nel breve, medio e lungo termine?

A.B.: La gerarchia delle urgenze è molto chiara. A breve termine, la situazione economica è la priorità assoluta. Le Nazioni Unite stimano che oltre il 90% della popolazione viva sotto la soglia di povertà. Per la maggior parte dei siriani, la questione non è politica, ma di pura sopravvivenza quotidiana. Senza una stabilizzazione economica immediata, ogni progresso politico sarà fragile. Poi, nel medio termine, dobbiamo pensare all’inclusione politica. Nei prossimi mesi e anni, la sfida sarà costruire un sistema politico realmente inclusivo. Non parlo solo di rappresentanza di genere — dato che le attuali istituzioni sono fortemente dominate dagli uomini — ma di una reale integrazione delle minoranze religiose (Drusi, Alauiti) ed etniche (Curdi). Inoltre, è fondamentale includere i giovani, gli anziani e coloro che portano i segni fisici e psicologici del conflitto. Un sistema basato solo su una componente della maggioranza araba sunnita non garantirebbe una stabilità duratura. In ultimo, vi è la questione, nel lungo periodo, della giustizia di transizione e riconciliazione nazionale. Questa è la sfida più ardua. Parliamo di curare le ferite di una società che ha vissuto per cinquant'anni sotto una delle dittature più brutali al mondo e per quattordici anni in una guerra devastante. La "guarigione sociale" e la riconciliazione tra i diversi gruppi non sono obiettivi raggiungibili in tempi brevi; richiederanno un impegno generazionale.

L'attuale controllo del territorio in Siria

Fonte: Al Jazeera - Institute for the study of war - LiveUAmap

L’architettura dello Stato e la questione curda

M.R.: Qual è la tua impressione sull'assetto istituzionale che il governo ad interim sta cercando di dare alla Siria? Vedremo un decentramento o un ritorno al centralismo?

A.B.: Il governo ad interim ha assunto militarmente il controllo di gran parte del nord-est, segnando di fatto la fine del progetto di autonomia del Rojava [regione curda con auto-governo, ndt]. Tuttavia, il neo-presidente Al-Shar’a ha fatto importanti aperture simboliche verso la popolazione curda: il curdo è stato dichiarato lingua nazionale, il Capodanno curdo (Newroz) è diventato festa nazionale e sono stati promessi cambiamenti nei programmi scolastici per includere la cultura curda.
Ma attenzione: questa inclusività è limitata al piano culturale. Sul piano economico e militare, il governo non intende cedere il controllo delle risorse idriche e petrolifere del nord-est, né permettere l'esistenza di forze di polizia locali autonome. L'obiettivo sembra essere quello di mantenere un centro forte che governi l'intero Paese. C'è però una forte resistenza interna contro questa dinamica di "iper-centralizzazione", e prevedo che questo sarà un terreno di scontro costante nei prossimi anni.

Ricostruzione delle forze di sicurezza

M.R.: Per quanto riguarda il "State Building", cosa sta facendo il governo per ricostruire l'esercito e l'apparato di sicurezza (la famigerata Mukhabarat)? Si tratta di un semplice cambio di etichette o di una riforma profonda?

A.B.: È un processo dinamico e complesso. Il governo ha la necessità di integrare diverse fazioni pur mantenendo il controllo. Attualmente, esiste un surplus di gruppi armati che non fanno ancora parte ufficialmente delle forze di sicurezza nazionali. Inoltre, la proliferazione di armi tra la popolazione civile rappresenta un problema sociale e politico enorme.
Il disarmo dei gruppi curdi è una priorità, spinta con forza anche dalla Turchia, ma la reale capacità del governo di esercitare un controllo effettivo su questi combattenti è ancora tutta da dimostrare. Non si tratta solo di cambiare i nomi sulle targhette degli uffici, ma di gestire una transizione militare in un Paese ancora saturo di armi e di milizie.

La scacchiera regionale: Turchia e Israele

M.R.: Passiamo agli attori regionali. Si dice che la Turchia abbia "vinto" la guerra per procura attraverso i suoi legami con le forze di opposizione, mentre Israele ha approfittato del crollo di Assad per consolidare la sua posizione sul Golan. Qual è la tua lettura?

A.B.: Il quadro è paradossale. Sotto l'amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno abbracciato il nuovo governo ad interim, ospitando Al-Shar’a (noto a suo tempo come Abu Muhammed al-Jolani, a capo di una formazione jihadista durante la guerra civile) alla Casa Bianca a novembre e concedendo un massiccio allentamento delle sanzioni, seguendo la linea tracciata da Arabia Saudita e Qatar.
Per Israele la situazione è più ambigua. Sebbene inizialmente guardasse con sospetto al nuovo governo — che emerge da un milieu jihadista a lei storicamente ostile — i recenti negoziati mediati da Stati Uniti e Francia hanno portato a un modus operandi per il sud della Siria. Israele sembra disposto ad accettare il nuovo governo se questo garantirà stabilità e non agirà contro i propri interessi. È incredibile notare come un movimento che nasce con una retorica di "jihad contro gli infedeli" stia ora negoziando pragmaticamente con quello che era il suo nemico giurato, sotto l'egida americana.

Nessuna nostalgia per il passato

M.R.: Un'ultima domanda. C'è qualcosa che ti ha colpito o sorpreso personalmente durante il tuo soggiorno a Damasco, nel bene o nel male?

A.B.: Quello che mi ha più colpito, parlando con moltissimi siriani — inclusi quelli critici verso il nuovo governo — è l'assoluta mancanza di nostalgia per gli anni di Assad. Questo è un dato estremamente positivo. A differenza di quanto accaduto in Iraq con Saddam Hussein, dove una parte della popolazione ha iniziato a rimpiangere "l'ordine" precedente di fronte al caos, in Siria non ho percepito alcun desiderio di tornare al vecchio regime.
Credo che questo sia legato al modo in cui Assad è caduto: è fuggito, a differenza di Saddam che si nascose sottoterra. Questa fuga ha infranto l'immagine del leader. Almeno a Damasco, le immagini di Assad sono sparite non solo dai muri, ma anche dalla memoria affettiva della gente. Sebbene questa percezione possa essere diversa tra la minoranza alauita, più legata al vecchio regime, il fatto che non ci sia una "nostalgia del dittatore" tra la maggioranza della popolazione è un ottimo punto di partenza per il futuro, per quanto incerto esso sia.

M.R.: Concordo, e non è un dato scontato, specialmente considerando quanto spesso i regimi autoritari riescano a lasciare un'impronta di "stabilità mitizzata". Grazie davvero André per il tuo contributo.

A.B.: Piacere mio, e alla prossima.

 

N.d.r.: di questo e altri argomenti si discuterà il 19 marzo  nel seminario di analisi del Centro Einaudi  "Medio Oriente: l'epicentro che infiamma il pianeta" con interventi di Massimo Ramaioli stesso insieme a Mario Deaglio, Giorgio Arfaras, Paolo Migliavacca e Giuseppe Russo.

Consigliati per te: