La riforma del 2026 ha riportato in primo piano una questione che per anni è rimasta sullo sfondo del dibattito previdenziale italiano: la previdenza complementare è costruita soprattutto per accumulare capitale oppure per coprire davvero il rischio di vivere più a lungo? La domanda è importante perché, in un sistema in cui la longevità cresce e il primo pilastro si irrigidisce, il secondo pilastro non può essere valutato solo in base alle masse gestite o al numero degli iscritti. Deve essere giudicato per la sua capacità di trasformare il risparmio accumulato in reddito pensionistico adeguato e durevole.
Il punto è ancora più rilevante se letto alla luce delle riforme recenti. Da un lato, il legislatore ha rafforzato la previdenza complementare come strumento di diffusione del risparmio pensionistico; dall’altro, ha iniziato ad intervenire anche sulla fase delle prestazioni, cioè sul momento in cui il montante deve diventare rendita o comunque reddito nella vecchiaia.
È proprio qui che emerge la questione di fondo: un sistema può crescere molto come raccolta e accumulazione, ma restare ancora parzialmente irrisolto sul piano della copertura del rischio di longevità.
Un sistema che cresce
I dati ufficiali mostrano con chiarezza che la previdenza complementare italiana è in espansione. Secondo COVIP, le posizioni in essere sono passate da 10,70 milioni a fine 2023 a 11,13 milioni nel 2024, fino a 11,69 milioni nel 2025. Nello stesso periodo, le risorse destinate alle prestazioni sono salite da 224,4 miliardi a 243,0 miliardi e poi a 261,2 miliardi di euro.
Anche i contributi raccolti sono aumentati: 14,7 miliardi nel 2023 e 17,4 miliardi nel 2025; per il 2024 il valore può essere stimato in circa 15,8 miliardi, sulla base della crescita annua del 10,1% indicata da COVIP per il 2025 rispetto al 2024.
Proprio l’andamento dei contributi consente di cogliere con immediatezza la traiettoria recente del settore: la raccolta cresce in modo costante, segnalando un rafforzamento del secondo pilastro soprattutto nella sua funzione di accumulazione.
Contributi raccolti dalla previdenza complementare (2023-2025)

Questi numeri raccontano un secondo pilastro più ampio, più solido e più visibile rispetto al passato. Tuttavia, mostrano soprattutto una cosa: il sistema accumula sempre più risorse. Dicono meno, invece, sulla sua capacità di coprire in modo effettivo il rischio di longevità. Ed è qui che la riforma 2026 diventa interessante.
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La svolta del 2026: più adesione, ma non solo
La legge di bilancio 2026 interviene in modo importante sulla previdenza complementare. La misura più nota è l’adesione automatica per i neoassunti del settore privato dal 1° luglio 2026, in caso di mancata scelta entro 60 giorni.
La logica è evidente: contrastare l’inerzia decisionale e allargare la platea degli aderenti. In altre parole, rendere il secondo pilastro meno residuale e più strutturale.
Ma la riforma non si limita all’ingresso nel sistema. Il limite di deducibilità dei contributi viene innalzato a 5.300 euro, rafforzando l’incentivo fiscale ai versamenti. Soprattutto, cambia anche la disciplina delle prestazioni: il testo normativo sostituisce il riferimento al 50% del montante finale accumulato con quello al 60% del montante finale accumulato, e in rendita vitalizia. Accanto a questo, introduce soluzioni più flessibili come la rendita a durata definita, parametrata alla vita attesa residua, e meccanismi di erogazione frazionata del montante.
Questo doppio movimento è significativo. Da una parte, si rafforza l’accumulazione. Dall’altra, si riconosce che la fase del pensionamento non può essere lasciata a un modello unico e rigido.
La riforma prova quindi a intervenire sul punto più delicato del secondo pilastro: il passaggio dal montante alla prestazione.
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Perché la vera questione è la longevità
Il nodo non è solo finanziario. È previdenziale in senso pieno. Un sistema di previdenza complementare ha senso non semplicemente perché consente di accumulare capitale, ma perché dovrebbe aiutare a gestire un rischio molto preciso: quello di sopravvivere più a lungo delle proprie risorse disponibili.
Dal punto di vista economico e attuariale, la differenza tra accumulazione e copertura è decisiva. L’accumulazione costruisce un patrimonio. La copertura del rischio di longevità, invece, richiede strumenti che trasformino quel patrimonio in un flusso di reddito capace di durare quanto dura la vita, anche quando la vita supera le attese iniziali.
È questa la logica della rendita vitalizia: mutualizzare il rischio individuale di sopravvivenza all’interno di una collettività. Al contrario, soluzioni come il capitale, il prelievo programmato o la rendita a durata definita garantiscono maggiore libertà, ma lasciano una parte più ampia del rischio sul singolo individuo.
Per questo la domanda di fondo non è se la previdenza complementare italiana stia crescendo (i dati mostrano che sta crescendo), ma come sta crescendo. Si sta consolidando come infrastruttura di reddito pensionistico oppure resta soprattutto una forma di risparmio pensionistico vincolato?
Il contesto: un primo pilastro sempre più sensibile alla speranza di vita
La questione diventa ancora più urgente se guardata insieme al sistema pubblico. Nel marzo 2026 l’INPS ha confermato l’adeguamento dei requisiti pensionistici agli incrementi della speranza di vita per il biennio 2027-2028. I requisiti aumentano di un mese nel 2027 e di tre mesi nel 2028, salvo esclusioni specifiche. Questo significa che il rischio di longevità è sempre più incorporato nel primo pilastro: se si vive di più, il sistema pubblico reagisce allungando il tempo di lavoro o ritardando l’uscita.
Se il primo pilastro si adatta alla longevità in questo modo, allora il secondo pilastro non può limitarsi a raccogliere contributi. Deve diventare capace di accompagnare la fase della vecchiaia in modo coerente con una durata della vita più lunga e più incerta. In altre parole: più il sistema pubblico viene stressato dalla longevità, più la previdenza complementare dovrebbe essere valutata come strumento di protezione previdenziale, non solo di accumulazione finanziaria.
Anche il livello europeo conferma questa lettura. Nel novembre 2025 la Commissione europea ha presentato un pacchetto per rafforzare le pensioni complementari, con l’obiettivo di renderle più efficaci nel garantire redditi adeguati in età anziana. Le proposte riguardano la revisione del quadro IORP II, il rafforzamento del PEPP, strumenti di tracciamento pensionistico più chiari e misure per favorire l’adesione, compreso l’uso di meccanismi automatici. La direzione è netta: non basta che le pensioni complementari esistano; devono anche funzionare meglio come supporto concreto alla sicurezza economica nella vecchiaia.
Questa cornice è importante perché mostra che la riforma italiana del 2026 non è un episodio isolato. Si inserisce in un più ampio ripensamento del secondo pilastro, non più visto come semplice accessorio del sistema pensionistico, ma come componente sempre più necessaria.
Il punto critico: più flessibilità non equivale a più assicurazione
La riforma del 2026 è, da questo punto di vista, ambivalente. Da un lato, valorizza formalmente la rendita vitalizia e riconosce il bisogno di rafforzare la fase previdenziale vera e propria. Dall’altro, introduce soluzioni più flessibili che rendono il sistema più aderente alle preferenze degli iscritti, ma non necessariamente più forte nella copertura del rischio di longevità.
Qui sta il punto più delicato. Un sistema può essere molto efficace nell’attirare adesioni, raccogliere contributi e accumulare patrimonio, ma restare incompleto se non riesce a rendere convincente e accessibile la trasformazione del montante in rendita.
In Italia, la fase di accumulo è stata a lungo più osservabile e discussa della fase di decumulo. La riforma prova a correggere questo squilibrio, ma lo fa senza imporre una piena centralità assicurativa: preferisce una via intermedia, nella quale la rendita viene rafforzata ma convivono anche forme più flessibili di utilizzo del montante.
Per questo la tesi resta aperta: il sistema italiano si sta muovendo verso una vera copertura del rischio di longevità oppure continua a privilegiare una logica patrimoniale? Alla luce dei dati e delle riforme, la risposta più equilibrata è che la previdenza complementare italiana resta ancora strutturata prevalentemente come strumento di accumulazione, ma la riforma 2026 rappresenta un tentativo rilevante di riequilibrio.
La crescita di iscritti, contributi e risorse mostra con chiarezza il rafforzamento della funzione di risparmio previdenziale; la revisione delle regole sulle prestazioni segnala invece che il legislatore ha compreso come il nodo non sia soltanto entrare nel sistema, ma anche garantire che il passaggio dal montante alla prestazione diventi più coerente con il rischio della longevità. In questo senso, la riforma non chiude il problema, ma lo rende finalmente più visibile e più centrale nel dibattito sulla maturità futura del secondo pilastro.
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