In un mondo che cambia rapidamente – tra l’inflazione tornata protagonista, l’invecchiamento della popolazione, le trasformazioni del lavoro e il contesto di grave incertezza internazionale – le famiglie italiane continuano ad affidare la propria sicurezza economica a pochi pilastri fondamentali: la casa, la previdenza pubblica e gli investimenti finanziari, tra cui si annoverano anche le scelte in ambito assicurativo.
È questo il quadro che emerge dall’Indagine 2025 sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani, uno studio che il Centro Einaudi pubblica ogni anno, che in questa edizione dedica un’ampia sezione al modo in cui le famiglie percepiscono e gestiscono i rischi legati alla vecchiaia, alla salute e agli imprevisti della vita. Il risultato è una fotografia in chiaroscuro, caratterizzata da una forte eterogeneità di situazioni, in un contesto in cui la copertura dei rischi resta diseguale e non sempre adeguata a garantire continuità di protezione lungo l’arco della vita.
La casa resta il cuore della sicurezza familiare
Partendo dal mattone, la casa continua a occupare un posto centrale nell’immaginario e nelle scelte delle famiglie italiane. In un contesto di produzione sostanzialmente stabile, l’espansione di lungo periodo del credito — concentrata quasi esclusivamente sull’acquisto della casa — ha sostenuto la domanda abitativa, contribuendo a stabilizzare i prezzi e ad avviarne una graduale ripresa differenziata tra nuove costruzioni e abitazioni esistenti. Nonostante l’aumento dei tassi di interesse e il rallentamento delle compravendite, l’immobile non viene percepito come un semplice investimento finanziario, ma come qualcosa di più: un bene che garantisce stabilità e protezione. Solo una piccola minoranza tra intervistate e intervistati – il 6,6% – considera la casa “un investimento come un altro”. Per la restante parte, è una sorta di ancora di sicurezza, soprattutto in un contesto percepito come incerto. Anche tra le fasce d’età più giovani, presso cui l’immobile viene valutato più per il servizio abitativo o reddituale che come riserva di valore, la casa resta un pilastro difficilmente sostituibile.
I dati confermano un fenomeno consolidato: per la maggior parte delle famiglie italiane la casa rappresenta anzitutto uno strumento di sicurezza e pianificazione lungo il ciclo di vita, più che un’opportunità di investimento. Nel 2024, infatti, solo lo 0,9% del campione ha acquistato immobili a scopo di investimento. La marginalità di questa componente non riflette necessariamente una scelta culturale, ma può essere ricondotta anche a vincoli economici che limitano, per molte famiglie, la possibilità di destinare risorse all’acquisto di immobili diversi dall’abitazione principale. In questo contesto animato dalle fluttuazioni del mercato e da condizioni macroeconomiche complesse, l’abitazione continua dunque a svolgere prevalentemente una funzione di protezione piuttosto che di accumulazione finanziaria.
Tra consapevolezza e vulnerabilità: il futuro delle pensioni
Sul fronte previdenziale, le aspettative delle famiglie italiane appaiono oggi più strutturate rispetto al passato, ma non per questo più robuste. La maggiore familiarità con il funzionamento della previdenza pubblica sembra aver reso le valutazioni più realistiche, senza però tradursi in una percezione diffusa di sicurezza economica in età anziana.
Figura 1: aspettative sul reddito all’età pensionabile
Una persona su dieci infatti ritiene che la propria pensione sarà insufficiente per vivere, mentre un ulteriore 25% la giudica appena sufficiente (Figura 1). Nel complesso, oltre un terzo del campione prefigura quindi una vecchiaia caratterizzata da margini economici ridotti, un dato che difficilmente può essere considerato rassicurante, soprattutto in un contesto di crescente incertezza demografica e macroeconomica.
Quello che a prima vista sembrava un miglioramento delle aspettative si rivela piuttosto una crescente consapevolezza del funzionamento del sistema – in particolare del metodo contributivo – più che un effettivo rafforzamento delle prospettive previdenziali. Si tratta di un elemento che segnala un processo di adattamento delle aspettative individuali ai vincoli esistenti, piuttosto che una reale messa in sicurezza del futuro pensionistico. Basti pensare che l’importo medio annuo delle pensioni di vecchiaia/anzianità e di reversibilità è di circa 14.000 euro e che oltre il 57 per cento dei pensionati percepisce pensioni inferiori ai 1.000 euro mensili.
A ciò si affianca una tensione strutturale già emersa in altre sezioni dell’Indagine: una quota rilevante del reddito è destinata al finanziamento del sistema previdenziale pubblico, che continua a rappresentare il principale strumento di tutela lungo il ciclo di vita. In questo quadro, il limitato sviluppo della previdenza complementare – che oggi coinvolge circa un quarto delle persone intervistate – appare meno come una carenza di consapevolezza individuale e più come il riflesso di una limitata capacità di destinare ulteriori risorse alla previdenza integrativa, dando luogo ad un assetto in cui la protezione è affidata prevalentemente al pilastro pubblico.
È vero che la consapevolezza della necessità di integrare la pensione cresce, soprattutto tra le fasce più giovani e tra chi si avvicina all’età pensionabile, quando le prospettive diventano più concrete, ma proprio questo scarto tra la fiducia dichiarata nel sistema pubblico e le aspettative di redditi pensionistici solo sufficienti o addirittura insufficienti rappresenta una crepa che merita attenzione. Si tratta infatti di una zona grigia in cui la responsabilità individuale tende ad aumentare più rapidamente della capacità del sistema di accompagnare efficacemente le scelte previdenziali delle famiglie.
Assicurazioni: dall’offerta di mercato alla capacità di spesa
Il cosiddetto “diamante del welfare” (Figura 2) offre una sintesi efficace del modo in cui le famiglie italiane cercano di proteggersi dai principali rischi lungo il ciclo di vita, combinando – non sempre in modo coerente – strumenti pubblici e soluzioni private. Le quattro dimensioni considerate – previdenza integrativa, polizze vita, assicurazione sanitaria e coperture per la non autosufficienza (Long-Term Care, LTC) – restituiscono un disegno chiaramente sbilanciato: il diamante si allunga dove l’intervento privato è più consolidato, ma resta corto proprio sui lati che dovrebbero compensare le aree di maggiore fragilità del welfare pubblico.
Figura 2: il diamante del welfare
Questi dati diventano ancora più rilevanti se si considerano due grandi tendenze strutturali come l’invecchiamento della popolazione e la riduzione delle dimensioni dei nuclei familiari. Gli strumenti di copertura di lungo termine infatti non sembrano aver trovato una diffusione soddisfacente né tra le persone anziane (che sempre più spesso affrontano situazioni di fragilità con un supporto familiare ridotto), né tra quelle più giovani, che pure disporrebbero di un orizzonte temporale più lungo. Il fenomeno si spiega senza dubbio soprattutto attraverso la lettura dei vincoli di reddito, ma il fatto che la diffusione resti bassa anche tra i redditi più elevati suggerisce l’esistenza di problemi più profondi e legati alla struttura dell’offerta, che viene probabilmente percepita come poco aderente ai bisogni reali.
Sul fronte della sanità questo nodo emerge con particolare chiarezza. Il Servizio Sanitario Nazionale continua a rappresentare una protezione ampia e universalistica, ma ad esso si affiancano livelli elevati di spesa sanitaria privata, spesso non pianificata, tanto che l’Italia è tra i Paesi OCSE con la maggiore incidenza di spese sanitarie “catastrofiche” per le famiglie. Nel 2019, il 9,4% delle famiglie ha sostenuto spese sanitarie tali da compromettere seriamente il proprio equilibrio finanziario, un fenomeno che colpisce in modo sproporzionato i nuclei più fragili (quasi il 70% dei casi!). In questo contesto, il ruolo delle assicurazioni sanitarie private resta marginale: meno di una famiglia su cinque risulta coperta, prevalentemente attraverso polizze individuali o familiari, mentre le coperture collettive o aziendali – che potrebbero ridurre i problemi di selezione avversa – sono poco diffuse e in lieve calo. In un quadro largamente condizionato dalle risorse economiche disponibili, non sorprende che la diffusione delle soluzioni private resti limitata. Quello che ne emerge è un sistema duale, in cui la protezione cresce solo al crescere del reddito e del livello di istruzione. La sanità privata, così com’è oggi, rischia quindi di non compensare le lacune del sistema pubblico, ma anzi di amplificarne gli effetti distributivi, accentuando le disuguaglianze anziché attenuarle.
Ancora più fragile appare il quadro delle assicurazioni del ramo danni, che tutelano famiglie e attività professionali dagli imprevisti quotidiani. Nel 2025 si osserva un calo diffuso delle coperture: diminuiscono le polizze contro i danni alla casa, i furti, la responsabilità civile familiare e quella d’impresa. In molti casi, l’assicurazione è presente solo quando è obbligatoria, come nel caso dei mutui. Anche in questo caso, è probabile immaginare che, tra le ragioni, si possano sommare ad una certa resistenza culturale quelle legate ai vincoli di reddito.
Nuovi strumenti di protezione in un mondo in trasformazione
Nel complesso, le famiglie italiane continuano dunque a fare affidamento soprattutto su casa e previdenza pubblica nel costruire la loro solidità, mentre le coperture assicurative – per la salute, la non autosufficienza e i rischi quotidiani – restano ancora limitate e spesso vincolate alla capacità economica individuale. La protezione privata può senza dubbio integrare le lacune del sistema, ma da sola non è sufficiente per garantire sicurezza diffusa. In un contesto di crescente incertezza, infatti, il grado di protezione delle famiglie dipenderà tanto dalle risorse possedute quanto dalla capacità del sistema di offrire protezione strutturale e condivisa.
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