L’attuale crisi in corso nel Golfo Persico non rappresenta tanto una preoccupazione, quanto più un’opportunità per due grandi paesi come Turchia e Pakistan. Pur con motivazioni, ambizioni e capacità diverse, possono entrambi trarre beneficio dall’instabilità regionale. Questo in virtù di politiche estere che hanno fatto della flessibilità (o spregiudicatezza) un proprio tratto distintivo. In un sistema internazionale che sta cambiando rapidamente, poter giocare su più tavoli può rivelarsi un elemento vincente – e non necessariamente un fianco aperto ad accuse di ambiguità o doppiogiochismo. La loro collocazione geografica è un buon punto di partenza per capire come possono insistere su vari quadranti e dunque su spazi politici diversi.
La Turchia è per antonomasia un paese-ponte. Siede al centro di un’area che connette il bacino del Mar Nero (dunque Ucraina e Russia), i Balcani (Europa sud-orientale), il Caucaso e poi il Medioriente, dove ha confini con Iran, Iraq e Siria. Le sue affiliazioni istituzionali la dipingono come un membro della comunità occidentale: paese NATO dal 1952, con il più grande esercito dell’alleanza dopo quello americano, è pure membro dell’OCSE e del Consiglio d’Europa. Sappiamo poi della lunga (forse eterna) anticamera per diventare membro dell’UE, con la quale comunque rimane altamente integrata a livello commerciale ed economico. Proprio la mancata entrata nell’Unione fa risaltare, in controluce, gli elementi invece marcatamente non occidentali della postura geopolitica del paese: si pone come leader del mondo turcofono centroasiatico, e alcune delle direttrici di politica estera (verso Balcani, Libia, Levante e Iraq) ricalcano, nemmeno velatamente, l’eredità territoriale ottomana, a lungo in controllo di quei territori. In modo quasi simmetrico rispetto alla mancata entrata nell’UE, la Turchia non è però riuscita a diventare membro né dello Shanghai Cooperation Organization (SCO) né dei BRICS, entrambi gestiti fondamentalmente da Pechino. Se la Turchia quale paese centrasiatico e mediorientale frena gli entusiasmi europei nell’ammettere Ankara nella UE, così la Turchia come possibile membro della stessa frena gli entusiasmi di Pechino.
È questa una situazione che avrebbe potuto confinare la Turchia ad un limbo geopolitico, oppure ad un inefficacie velleitarismo interventista. È vero infatti che non tutte le mosse del Partito di Giustizia e Sviluppo di Erdogan, al governo dal 2002, sono state coronate da successo. Il supporto a forze islamiste ad esso affini durante la Primavera Araba ha alienato per anni sia i potentati del Golfo che l’Egitto di Al-Sisi. L’acquisto di batterie antimissilistiche russe (S-400) in violazione di accordi NATO provocò un dissidio profondo con Washington, che si rifiutò di vendere F-35 ad Ankara. Divergenze con la Russia durante la guerra civile in Siria hanno quasi portato allo scontro i due paesi.
Ma la traiettoria di medio-lungo periodo è stata comunque di ascesa. La Turchia non ha mai rotto con gli USA, e in particolare Erdogan sembra godere di un certo ascendente (come tutti gli ‘uomini forti’) nei confronti di Trump. Allo stesso tempo, ha mantenuto canali aperti con Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina in un esercizio di equilibrismo – o, ancora, di spregiudicatezza – con pochi paragoni. Non ha aderito alle sanzioni contro la Russia, ha mantenuto aperti i collegamenti aerei, ha ospitato i primi colloqui all’indomani dell’invasione. Ma ha anche condannato le azioni di Mosca e sostenuto l’integrità territoriale ucraina.
Tuttavia, è nel contesto mediorientale che la Turchia ha goduto dei risultati più importanti. In primo luogo, ha ricucito sia con Egitto che con Arabia Saudita, le due principali potenze arabe. Ha mantenuto rapporti stretti con il Qatar, dove ha installato una base militare. Soprattutto ha sostenuto gli islamisti del Comitato per la Liberazione del Levante che hanno marciato su Damasco nel dicembre del 2024. Non si può sottovalutare questo evento, al netto degli enormi problemi che affliggono ancora la Siria (qui su Mondo Economico un’analisi). La Turchia ha esteso verso sud la propria sfera di influenza in maniera decisiva: le sue forze armate stanno già addestrando il ricostituito esercito siriano, e i Turchi non sono soliti lasciare un paese in cui si insediano. Si sono giocoforza posti in diretto confronto con Israele, anch’esso presente in Siria. Velleità turche di mettere in sicurezza la Striscia di Gaza a capo di una forza multinazionale sono state respinte con forza da Tel Aviv; ma sono indicazioni rispetto alle ambizioni turche, ancora una volta secondo direttrici di espansione neo-ottomane. Netanyahu ha pubblicamente e duramente avvertito chiunque nutra ambizioni di espandere influenza, figuriamoci controllo, sul territorio israeliano: un messaggio per Erdogan, che vede invece la Palestina come un antico dominio ottomano e Gerusalemme quale città santa islamica. Nei calcoli israeliani la Turchia già si profila quale nuovo grande nemico una volta risolto il problema Iran.
Proprio per l’Iran la rimozione del regime Ba’thista dalla Siria ha rappresentato un colpo tremendo. Non solo Al-Assad faceva parte di quell’Asse della Resistanza con perno a Tehran. La Siria era pure il ponte logistico per rifornire gli Hezbollah libanesi. Nei confronti dell’Iran, sebbene i rapporti non siano stati particolarmente ostili negli ultimi anni, la Turchia può contare anche su di una solidissima intesa con l’Azerbaijan turcofono, e da lì rivolgersi ai circa 20 milioni di azeri che vivono in Iran.
Andamento del PIl in Turchia
È anche vero che il paese anatolico ha debolezze e vulnerabilità. L’economia, sebbene abbia conosciuto una forte crescita nei primi anni 2000, è da alcuni hanno in deficit commerciale. L’inflazione ha raggiunto anche punte dell’80%, con conseguente caduta del valore della lira. Una politica economica eterodossa (per non dire scriteriata) promossa da Erdogan considerava alti tassi di interesse come causa, e non rimedio, per l’inflazione, dunque aggravata dalle decisioni del governo. La conflittualità con la Grecia, la questione di Cipro, e, in fondo, una sovraestensione strategica potrebbero inibire ulteriori fughe in avanti turche. Ma il paese rimane grande (85 milioni di abitanti), con una base industriale (anche bellica) tutt’altro che trascurabile. Soprattutto la Turchia si percepisce come potenza – per lo meno – regionale. È plausibile pensare che la traiettoria turca sia ancora in ascesa.
Non era difficile notare questi tratti rispetto al potere turco. Più sorprendente è il ruolo che il Pakistan è riuscito a ritagliarsi allo scoppio della guerra in Iran. Come per la Turchia, parliamo di un paese che gioca su più tavoli; ma a differenza della Turchia, era percepito come attore inaffidabile e problematico. Nel 2008, per esempio, un celebre numero dell’Economist lo descriveva in copertina come il ‘Paese più pericoloso del mondo,’ evidenziando permanente instabilità politica, presenza di gruppi terroristi, possesso di armi nucleari. Come Islamabad sia ora diventata la sede dei colloqui diretti tra Washington e Tehran è veramente inaspettato.
Anche per il Pakistan la posizione geografica offre la possibilità di porsi come attore fondamentale su più quadranti.
È zona di transizione tra Medioriente, Asia Centrale e Subcontinente Indiano. Il progetto delle Vie della Seta di Pechino riserva al paese un ruolo centrale: dallo Xinjiang nell’estremo occidente cinese il Pakistan è la via più breve per accedere all’Oceano Indiano, ed è quindi da anni che la Cina lo considera decisivo per la sua ascesa globale. Un fatto che Islamabad ha giocato con abilità nell’ambito del suo conflitto chiave con il vicino indiano, oppositore di tale ascesa. Tuttavia, se un tempo il focus ossessivo su Nuova Delhi aveva impedito a Islamabad di formulare una politica estera meno indiano-centrica, ora sembra che sia l’India ad essere (colpevolmente, date le dimensioni) incappata nello stesso errore.
La ragione di questo contrappasso è da far risalire al conflitto dello scorso maggio. Per quattro giorni India e Pakistan bombardarono le rispettive postazioni militari lungo l’area contesa del Kashmir, con accuse reciproche di provocare vittime civili. Il Pakistan dimostrò in quell’occasione efficacia ed efficienza nelle proprie capacità militari. Nel settembre del 2025 andò quindi a firmare un patto di mutua assistenza militare con l’Arabia Saudita (qui su Mondo Economico). Nel frattempo, il paese aveva mantenuto buoni rapporti con gli USA: in una visita ufficiale alla Casa Bianca nello stesso mese, Trump aveva descritto il leader de facto del paese, il capo delle forze armate Asif Munir, come il suo ‘feldmaresciallo preferito.’ Solito linguaggio trumpiano per apprezzare un militare che ha posto le istituzioni civili del paese sotto il suo controllo, sacrificando quel che restava della traballante democrazia pakistana in cambio della stabilità autoritaria di un regime gestito dai militari.
Allo scoppio della guerra in Iran, il Pakistan si trova quindi in ottimi rapporti con Cina, Stati Uniti ed Arabia Saudita. Inoltre, con circa 40 milioni, ospita la più grande comunità musulmana sciita al di fuori dell’Iran, il che lo rende mediatore accettabile anche per Tehran.
Il Pakistan non ha ancora sviluppato lo status di Qatar e Oman quale mediatore diplomatico. Ma certo, a prescindere dagli esiti dei colloqui di Islamabad, inizialmente assai deludenti, il Pakistan ha già ottenuto un importante riconoscimento diplomatico a livello mondiale. E infatti, proprio con Turchia, Arabia Saudita ed Egitto sta coordinando tentativi per porre fine al conflitto: un quartetto cui si oppone un’asse emergente che comprende Israele (contro la Turchia per quanto detto sopra), Emirati Arabi (in aperto disputa con i Sauditi, con annessa uscita dall’OPEC), e India: proprio Nuova Delhi arranca dietro a Islamabad, come poche volte era successo, accusata da alcuni analisti di essersi eccessivamente appiattita su posizioni filo-israeliane (Modi ha visitato Gerusalemme due giorni prima dell’attacco all’Iran, lo scorso 26 febbraio).
Crescita del PIL reale in Pakistan (%)
Rimane comunque il fatto che al Pakistan, a differenza della Turchia, fa difetto un’economia ancora debole. Il patto con i Sauditi voleva proprio ottenere un solido sostegno finanziario. Il paese ha budget permanentemente in deficit; vanta ripetute richieste al Fondo Monetario per prestiti che hanno finora evitato il default finanziario. È quindi possibile che, a differenza di Ankara, le cui scelte in politica estera sono motivate in primis da considerazioni di potenza, per Islamabad si tratti di un mezzo per un raggiungere un fine. Rifarsi l’immagine come paese stabile, mediatore, con la fiducia di importanti attori regionali e internazionali rappresenterebbe in quest’ottica un passaggio cruciale per avere accesso al credito e garantirsi quindi stabilità macroeconomica nel medio periodo. Proprio in questi giorni il Pakistan ha ripagato in toto un prestiti-ponte a breve scadenza di 3.45 miliardi di dollari dovuti agli Emiratini.
Il Pakistan rimane un paese afflitto da enormi problemi (sviluppo diffuso, stabilità politica, rapporto con l’India). Ma l’aver imbandito il tavolo negoziale tra Iran e USA può dire molto non tanto rispetto alla soluzione di quel conflitto, quanto a come il Pakistan potrebbe porsi quale attore diverso sulla scena mondiale negli anni a venire.
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