Ci risiamo. Ogni volta che un evento di portata geopolitica investe le direttrici del gas e del petrolio, si ripresenta puntuale lo spettro della crisi energetica. Uno spettro che colpisce soprattutto i Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di fonti primarie: la Cina, l’India e, in misura ancora più critica, l’Unione Europea. Secondo i dati Eurostat, nel 2023 il tasso di dipendenza energetica dell’UE si attestava al 58,4% del fabbisogno complessivo, con picchi che nel 2022 avevano toccato il 62,5%. Per il gas naturale, la dipendenza dalle importazioni ha raggiunto il 90% dopo la drastica riduzione delle forniture russe. L’Italia, terzo mercato europeo del gas e secondo importatore dopo la Germania, importa circa il 95% del gas naturale che consuma – nel 2024, quasi 59 miliardi di metri cubi provenienti principalmente da Algeria, Azerbaijan, Qatar, Stati Uniti, Norvegia e Libia – e copre con le importazioni circa il 75% del proprio fabbisogno energetico totale.
La buona notizia è che le fonti rinnovabili avanzano: nel 2024, il 47,5% dell’elettricità consumata nell’UE proveniva da fonti rinnovabili, con eolico e solare che insieme hanno raggiunto il 29% del mix elettrico europeo. In Italia, le rinnovabili hanno coperto il 42,5% della domanda elettrica nello stesso anno, con una capacità installata cresciuta di 7,5 GW. La cattiva notizia è che queste percentuali, per quanto incoraggianti, non bastano a proteggerci dalla volatilità dei mercati fossili. E non basteranno fino a quando la fusione nucleare non diventerà una tecnologia commerciale, un traguardo che resta lontano almeno due decenni. Nel frattempo, tra il 2021 e il 2024, l’UE ha speso complessivamente circa 1.800 miliardi di euro per importare combustibili fossili, oltre il doppio di quanto avrebbe speso ai prezzi pre-crisi: quasi mille miliardi di euro in più, bruciati dalla volatilità e dalla speculazione.
Indicatori chiave della dipendenza energetica europea e italiana
Che fare, allora? Si possono adottare tre misure concrete, nessuna delle quali richiede anni di negoziati o rivoluzioni tecnologiche. La prima: disaccoppiare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas naturale. Oggi, in Europa, il prezzo dell’elettricità all’ingrosso è ancora determinato dal meccanismo del prezzo marginale, per cui l’impianto più costoso chiamato a produrre – quasi sempre a gas – fissa il prezzo per tutti, comprese le rinnovabili che producono a costo variabile prossimo allo zero. Quando quasi la metà dell’elettricità europea viene da fonti rinnovabili, è semplicemente assurdo che il prezzo finale resti ancorato a quello del gas. La Commissione Europea ha avviato una riforma del mercato elettrico, ma con una lentezza esasperante. Occorre accelerare e introdurre un sistema di remunerazione differenziata, ad esempio attraverso contratti per differenza (CfD) che paghino le rinnovabili a un prezzo stabile e indipendente dal TTF (Title Transfer Facility).
La seconda misura riguarda la speculazione sul mercato TTF di Amsterdam, il benchmark europeo per lo scambio del gas. I numeri parlano da soli: il primo giorno dell’escalation militare contro l’Iran nel marzo 2026, il TTF ha registrato un rialzo di oltre il 40%, mentre il mercato americano del gas naturale (Henry Hub) si è mosso appena dello 0,4%. Una reazione cento volte superiore di qua dall’Atlantico. Certo, il gas è una commodity meno fungibile del petrolio: va liquefatto, trasportato su navi metaniere, rigassificato. Ma questo spiega una parte della differenza, non tutta. L’altra parte la spiegano gli speculatori finanziari che dominano il mercato di Amsterdam: fondi e trader che aprono posizioni con margini irrisori, amplificando ogni shock geopolitico in un’ondata di panico. La soluzione è semplice e già sperimentata in altri mercati: nei periodi di crisi geopolitica o energetica: imporre che il margine necessario per aprire posizioni long o short sia pari al 100-120% del valore del sottostante. Questo eliminerebbe di colpo ogni operazione puramente speculativa, lasciando operare solo chi compra e vende gas fisico. Se una misura del genere fosse stata in vigore, il TTF non sarebbe schizzato del 40% in un solo giorno.
Prezzo del gas naturale in Europa (EUR/MWh) aggiornato al 4 marzo

La terza misura è di natura fiscale e riguarda le imposte indirette sull’energia. In Italia, le accise e l’IVA rappresentano una quota rilevante della bolletta finale. Quando il prezzo della materia prima sale, l’aliquota – essendo percentuale – produce meccanicamente un aumento del gettito fiscale, scaricando sul consumatore un’inflazione da accisa che si somma all’aumento del sottostante. La proposta è introdurre un meccanismo automatico di stabilizzazione: nel momento in cui il prezzo dell’energia supera una soglia predefinita, l’aliquota delle imposte indirette si riduce pariteticamente, in modo da mantenere il gettito fiscale costante e neutralizzare l’effetto moltiplicatore delle imposte sull’inflazione energetica. Non si tratta di rinunciare a entrate fiscali, ma di evitare che lo Stato guadagni sulle crisi a spese dei cittadini e delle imprese.
Se queste tre misure vi sembrano difficili da attuare, allora il problema non è tecnico ma politico. Siamo alla seconda crisi energetica in quattro anni. La prima, innescata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ha visto il TTF toccare i 350 euro per megawattora, le bollette italiane triplicare, le fabbriche ridurre la produzione, l’inflazione galoppare. Eppure, nessuna di queste tre misure strutturali è stata implementata. Si è preferito intervenire con bonus temporanei, crediti d’imposta a pioggia, scostamenti di bilancio. Pezze, non riforme. La Commissione Europea e il governo italiano avrebbero dovuto mettere in piedi questi meccanismi quattro anni fa, quando la crisi del 2022 aveva reso evidente a tutti la fragilità del sistema.
Siamo ancora qui, esposti agli stessi rischi, con gli stessi strumenti inadeguati. Che cosa aspettiamo?
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