Alle prime ore della mattina del 28 febbraio 2026 il Brent, che sonnecchiava intorno ai 70–72 dollari al barile, è balzato del 10% sui mercati tokenizzati, quando Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione militare congiunta contro l’Iran, colpendo obiettivi nucleari, militari e infrastrutturali. La ritorsione iraniana ha raggiunto il nord di Israele e installazioni militari negli Stati del Golfo. Maersk, uno dei maggiori armatori di navi mercantili nel mondo, ha dirottato i propri traffici verso la circumnavigazione dell’Africa, evitando Suez. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale e altrettanto del GNL mondiale.

I tre canali dello shock

Il conflitto influirà sull’economia europea attraverso tre vie distinte, ciascuna con tempi e intensità diverse, che potrebbero tuttavia riunirsi. La prima strada è lo shock energetico. Un’interruzione delle forniture dal Golfo potrebbe cancellare dal mercato da 1,5 a oltre 17 milioni di barili al giorno. Il Brent, in prospettiva, potrebbe stabilizzarsi tra 90 e 130 dollari al barile a seconda dell’intensità e della durata. I modelli della BCE e del Fondo Monetario stimano un pass-through del 10–20% sull’inflazione core, con un ritardo di tre-sei mesi. Se si aggiunge il gas, l’impatto addizionale è di mezzo punto o un punto percentuale di inflazione UE in più, come già accadde nel 2022, quando l’energia rappresentava il 36% dell’inflazione europea.
La seconda via è meno immediata: il rerouting delle catene di fornitura. Il blocco o la restrizione di Hormuz e del Mar Rosso – già compromesso dagli Houthi dal 2023 – costringerà il 12–15% del commercio globale a circumnavigare l’Africa: dieci-quattordici giorni in più di transito, una riduzione della capacità di spedizione del 9–15%, con noli marittimi che a parità di flotta non potranno che rincarare parecchio, vista che la offerta di navi non è elastica. L’impatto sull’inflazione europea è stimabile in 0,3–0,7 punti nei primi sei mesi, con effetti più marcati su Germania e Italia, economie più esposte al commercio internazionale.
La terza via è lo shock di domanda da incertezza. Quando essa aumenta, imprese e famiglie congelano le decisioni. L’incertezza induce riduzione di investimenti e consumi, restringe il credito bancario e abbassa la domanda aggregata. Il PIL europeo ne risentirebbe annualmente per 0,5–0,8%, ma ovviamente dipende dal protrarsi della crisi.

Fonte: U.S. Energy Information Administration (EIA)

Tre scenari, tre Europe diverse

Tutti gli impatti annualizzati che abbiamo visto vanno declinati per una variabile che sfugge ai modelli econometrici: la durata del conflitto. Si prova, in questi casi, a ragionare per scenari e se ne individuano tre possibili.
Scenario A: la guerra lampo (2–4 settimane). A seguito degli attacchi aerei mirati sui siti nucleari e militari iraniani segue un cessate il fuoco e si ha una riapertura rapida dello Stretto (poco probabile). La riduzione delle forniture iraniane resta allora temporanea, nell’ordine di 1,5–3 milioni di barili al giorno. Il Brent tocca 85–95 dollari per poi rientrare a 70–75. L’inflazione UE subisce un’accelerazione temporanea di 0,4–0,9 punti percentuali, tra energia e trasporti. Il PIL dell’Eurozona rallenta di uno-tre decimi. Le riserve strategiche IEA – 1,2 miliardi di barili nei Paesi OCSE – e l’aumento di produzione dei Paesi OPEC allineati agli USA bastano a contenere lo shock. È il copione della Guerra del Golfo del 1990–91: intenso, ma breve. Nessuna recessione ma un rallentamento con poca inflazione.

Scenario B: il conflitto che si prolunga (3–6 mesi). Le operazioni militari non cessano, le ritorsioni iraniane sugli impianti energetici del Golfo hanno successo, si ha una chiusura parziale di Hormuz. Tre-cinque milioni di barili al giorno escono dal mercato. Il Brent salirebbe forse tra 100 e 115 dollari per mesi. L’inflazione UE aggiungerebbe a se stessa 1,5–3 punti, superando potenzialmente il 4–5% come picco. Il PIL dell’Eurozona si contrarrebbe nella seconda metà del 2026, con una perdita annua di 0,5–1,0%. È lo scenario della stagflazione, nel quale la BCE si troverebbe di fronte al dilemma: alzare i tassi per contenere l’inflazione o allentare per sostenere la crescita? A ragionamento, sceglierebbe la seconda via, perché questa è inflazione da shock esogeno, non da surriscaldamento della domanda.

Scenario C: l’escalation regionale (6–18 mesi). Il conflitto potrebbe allargarsi a Hezbollah e alle milizie irachene. Hormuz resterebbe chiuso a lungo. Tra 5 e 17 milioni di barili al giorno verrebbero meno sul mercato. Il Brent proseguirebbe verso 115–130 dollari, verso i precedenti massimi storici. L’inflazione UE accumulerebbe 2–4 punti in più, con picchi al 5–7%. Gli effetti secondari su salari e aspettative danneggerebbero la politica monetaria, de-ancorandola dal suo sentiero incorporato nelle aspettative. Il PIL dell’Eurozona si ridurrebbe dell’1,5–2% in dodici-diciotto mesi: recessione tecnica probabile con disoccupazione in aumento di 0,5–1 punti. Lo spread BTP-Bund tornerebbe a salire perché lo stress delle economie periferiche si riaccenderebbe. La crescita italiana, già inferiore all’1%, sarebbe sotto-zero. Secondo Oxford Economics, il solo blocco di Hormuz porterebbe l’inflazione eurozona al 3,5% e causerebbe una contrazione del PIL nel secondo semestre.

La mappa degli impatti

Elaborazione Mondo Economico

Le cifre della tabella sono stime in punti percentuali di variazione rispetto allo scenario base. Gli impatti sull’inflazione sono cumulativi sul primo anno; quelli sul PIL sono invece su base annua.

Non tutto è perduto

Esistono ammortizzatori. Il rilascio delle riserve strategiche IEA, l’aumento dell’estrazione OPEC+ (con circa 5 milioni di barili al giorno di capacità inutilizzata), le pipeline alternative come la East-West Pipeline saudita, gli interventi fiscali UE sul modello dei sussidi energetici del 2022 e le risposte monetarie calibrate della BCE potrebbero ridurre l’impatto del 20–30% rispetto alle attese tabulate. Ma non azzerarlo.

La partita oltre il petrolio

Sarebbe un errore leggere questo conflitto solo attraverso la lente del prezzo del greggio. L’operazione israelo-americana colpisce tre bersagli strategici che vanno oltre il programma nucleare iraniano. Il primo è russo: l’Iran è una fonte critica di produzione di droni per Mosca, e la sua neutralizzazione indebolisce la macchina bellica russa in un momento in cui la guerra in Ucraina è da risolvere. Il secondo è cinese: Pechino perde un alleato strategico sotto il profilo del rifornimento energetico (la Cina è deficitaria e importatrice netta di petrolio), oltre che un nodo logistico essenziale della Via della Seta terrestre, che attraversa il territorio iraniano. Il terzo è architetturale: ridisegnare l’equilibrio del Medio Oriente in un momento in cui gli Accordi di Abramo sembravano essersi arenati.

Per l’Europa, la lezione è duplice. Nel breve termine, si tratta di gestire uno shock che, nello scenario peggiore, può riportarci alla stagflazione del 2022. Nel medio termine, è l’ennesima conferma che la dipendenza energetica resta il tallone d’Achille del continente – e che la diversificazione delle fonti non è un lusso green, ma una necessità strategica. Nel medio termine, la crisi italiana potrebbe risolversi in un vantaggio, se stabilizzasse il medio oriente e se inducesse negli europei una urgenza di investimenti straordinari per l’indipendenza energetica. Tuttavia, nel breve termine, ci sarà un costo da pagare.

 

[1] Fonti: stime basate su modelli IMF, BCE, Oxford Economics, IEA, Control Risks, S&P Global. Analogie storiche: Guerra del Golfo 1990–91, crisi Mar Rosso 2023–25, crisi energetica post-Ucraina 2022. I dati sono indicativi e soggetti a rapida evoluzione.

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