Quasi 80.000 licenziamenti nel settore tecnologico nel solo primo trimestre del 2026, dopo oltre 120.000 nel 2024 e si stima più di 400.000 nel biennio precedente. Nello stesso periodo, le grandi imprese del digitale continuano ad attrarre ingentissimi capitali su scala globale e a beneficiare di valutazioni tra le più alte mai viste: crescita finanziaria e riduzione dell’occupazione procedono insieme.

L’ultimo annuncio, mentre scrivo, è del 23 aprile, dal New York Times: «Meta[1] taglierà il 10% della forza lavoro per puntare sull'intelligenza artificiale: i licenziamenti interessano circa 8.000 dipendenti, mentre Meta prevede anche di chiudere 6.000 posizioni aperte, dato che l'azienda intende concentrarsi sull'intelligenza artificiale».[2] Si licenzia per trattenere liquidità allo scopo di finanziare investimenti in intelligenza artificiale e il mercato festeggia. Due domande: che tipo di organizzazione aziendale è quella in cui, da un giorno all’altro, si scopre che un dipendente ogni dieci non serve? Un gruppo di avventurieri pressapochisti? E anche: quel mercato che festeggia è un gruppo di operatori della borsa truccata di questi anni. Non è più un meccanismo d’asta dove si vendono e comperano titoli al e dal miglior offerente, ma un sistema in cui pochi detengono sia titoli sia liquidità e fanno il bello e il cattivo tempo. Certo non è quella macchina calcolatrice che, pur complicata e inefficiente, fa sì che sui banchi della frutta anche stamane si potessero comperare mele e arance ad un prezzo che accordava compratori e venditori. Purtroppo, quando arrivano Amazon, Alibaba, Walmart e compagnia la macchina calcolatrice diventa molto pericolosa per chi non ha le loro dimensioni.

Non si tratta di una fase ciclica. I tagli colpiscono imprese in piena salute, annunciati contestualmente a risultati positivi o a nuove strategie di espansione con l’intelligenza artificiale. Negli anni più recenti, Meta – già citata – ha proseguito la riduzione degli organici dopo utili in crescita; Amazon[3] ha ridotto personale in diverse divisioni pur mantenendo ricavi record; sistemi come Snap Inc.[4] hanno annunciato tagli rilevanti in piena fase di successo. L’occupazione diventa quindi variabile di aggiustamento per sostenere margini e valutazioni, il valore delle persone è nullo.
C’entra l’intelligenza artificiale?
Certo una quota significativa dei tagli più recenti è associata all’automazione, ma resta anche il dubbio se sia marketing della notizia, per rivestirla di connotati positivi. Le big tech operano sempre più come macchine globali di raccolta dei capitali, capaci di disimpegnarsi rapidamente dal lavoro e dai territori, e vivono in gran parte di immagine.

Di fronte a cambiamenti così radicali occorre riflettere sulle azioni possibili o, nel nostro piccolo mondo individuale, sulle azioni che possiamo sostenere. Per farlo, seguiamo gli spunti e le riflessioni che troviamo in alcuni testi molto recenti.
Mordecai Kurz, economista a Stanford, è un giovanotto di 92 anni che ha dedicato gran parte della sua ricerca allo studio del potere di mercato generato dall’innovazione tecnologica e alle conseguenze macroeconomiche e istituzionali che ne derivano. Sta per uscire il suo nuovo libro Private Power and Democracy’s Decline: How to Make Capitalism Support Democracy[5] sul rapporto tra capitalismo contemporaneo e istituzioni democratiche. La tesi, che conosciamo dalle anticipazioni editoriali, è netta: il capitalismo attuale, segnato dalla rivoluzione tecnologica e da azioni di mercato mal regolate o non regolate, tende a generare concentrazione monopolistica, disuguaglianza estrema e polarizzazione politica, fino a mettere a rischio la stessa democrazia.


Si va oltre la visione di Thomas Piketty che, in Capital in the Twenty-First Century,[6] ha mostrato che, in assenza di correttivi, il rendimento del capitale tende a superare la crescita economica, producendo concentrazione patrimoniale. Kurz non nega questo meccanismo, ma lo considera come una conseguenza. L’elemento fondamentale è invece il potere di mercato: la capacità delle imprese dominanti di controllare prezzi, quantità e accesso ai mercati.

L’analisi di Kurz ha implicazioni profonde. Se la disuguaglianza nasce dal potere di mercato, non è sufficiente intervenire ex post tramite tassazione, ma occorre agire ex ante limitando la formazione delle rendite. La catena causale è precisa: l’economia statunitense ha visto una crescente concentrazione industriale, soprattutto nei settori tecnologici; le imprese leader hanno costruito barriere all’entrata sempre più elevate, appropriandosi dei benefici dell’innovazione; il risultato è l’aumento dei profitti e la compressione della quota di reddito del lavoro. I salari, in particolare per i lavoratori meno qualificati, non hanno seguito la dinamica della produttività. Il 62% della forza lavoro statunitense che non possiede un titolo universitario ha subito la perdita non solo del reddito, ma di stabilità occupazionale e prospettive di vita. Per chi votano queste persone, se votano?
Il passaggio più rilevante dell’analisi riguarda il legame tra economia e politica. Il potere di mercato non si limita a generare rendite: si traduce in potere politico. Attraverso il finanziamento delle campagne elettorali e nelle scelte regolamentare, le grandi imprese “plasmano” le istituzioni.
Commento: con la presidenza Trump tutto ciò è evidentissimo: la democrazia rischia di trasformarsi in una struttura formale, progressivamente svuotata nella sua capacità rappresentativa. La perdita del lavoro e della sicurezza economica alimenta una percezione diffusa di ingiustizia; annulla la mobilità sociale; una parte rilevante dell’elettorato si orienta verso opzioni anti-establishment. Il movimento MAGA (Make America Great Again) è l’esempio emblematico di questa dinamica.

Kurz propone un programma di riforma basato su due principi. Il primo è contenere il potere privato: rafforzamento dell’antitrust, regolazione delle cosiddette piattaforme (Meta, Google, Amazon e così via), riduzione dell’influenza politica del capitale. L’obiettivo è limitare la formazione di rendite e ristabilire condizioni di concorrenza effettiva. Nessun gruppo sociale può essere lasciato indietro: la legittimità della democrazia dipende dalla percezione di equità.
Il punto decisivo non è solo quali riforme adottare, ma come renderle politicamente e socialmente sostenibili nel tempo. Un recentissimo rapporto dell’OECD[7] sottolinea con chiarezza che le riforme strutturali – quelle che incidono su capitale umano, regolazione dei mercati, innovazione e infrastrutture – producono i loro effetti principali nel medio-lungo periodo e sono spesso accompagnate da effetti iniziali incerti e distribuiti in modo diseguale.

Fonte: OECD

Se i costi sono immediati e i benefici lontani, le riforme rischiano di essere bloccate e annacquate. L’OECD insiste su un punto operativo: è necessario progettare riforme che combinino effetti di lungo periodo con risultati tangibili nel breve, così da costruire consenso politico e continuità. Ogni intervento strutturale deve essere accompagnato da meccanismi visibili di compensazione o incentivo immediato. Esempi concreti: le riforme del mercato del lavoro devono essere affiancate da strumenti immediati – sussidi di transizione, formazione, politiche attive – che rendano percepibile l’effetto già nel breve; le politiche per l’innovazione e l’intelligenza artificiale devono essere accompagnate da incentivi fiscali immediati per imprese e lavoratori e da programmi di riqualificazione visibili nel giro di pochi mesi; le riforme fiscali devono essere accompagnate da riduzioni mirate dell’imposizione su lavoro e consumi, percepibili subito dai cittadini.
Senza risultati visibili a breve, le riforme non sopravvivono abbastanza a lungo da produrre i loro benefici strutturali. L’OECD osserva inoltre che la valutazione concreta degli effetti di breve periodo consente ai decisori di anticipare resistenze, costruire coalizioni e progettare misure compensative, aumentando la probabilità di successo delle politiche.

E se fosse questa la chiave di un programma di governo per il futuro dell’Italia?
Per aiutarci a rispondere apriamo la nostra preziosa boîte à musique, ringraziando il nostro musicologo che – con musica e verità nella mente – ne prepara il carillon. Un quesito: la democrazia, oppressa da un mercato che crea concentrazioni di denaro e di potere, soffre più della sindrome di Biancaneve - Someday My Prince will come - o di quella di Amleto - To be or not to be? Da una parte abbiamo un atteggiamento passivo, l’attesa di un salvatore, che sia un leader, un profeta o magari la capacità del mercato di autoregolarsi - la famigerata mano invisibile. Dall’altra la consapevolezza dei problemi che non permette di superare il muro del dubbio.

Bill Evans - Fonte: Wikipedia

Le democrazie moderne soffrono di entrambi i problemi. Le due sindromi si alimentano a vicenda: l’attesa passiva riduce l’urgenza di agire, mentre l’eccesso di dubbio giustifica l’inazione. Quel che ne viene fuori è una delega non delegata, spesso espressa in bianco, attraverso il non voto.
Servirebbe un nuovo rapporto con la politica, che è elemento imprescindibile dell’economia. Condizione affinché le buone intenzioni degli economisti siano tradotte in azioni concrete.
Lasciamo allora Amleto al suo marcio in Danimarca - e non solo lì. Torniamo a Biancaneve, perché almeno per lei l’attesa non fu vana. Dicevamo di Someday My Prince will come. Il brano che canta l’appassionata e sognante ragazza piena di fiducia è un valzer, apparentemente semplice ma ricco di sottigliezze. Sottigliezze che fra i primi seppe mettere in risalto il grande Bill Evans con il suo trio primigenio.[8]
La povera Biancaneve dovette passare attraverso prove molto dure, compresi la mela avvelenata e la catalessi. Speriamo non tocchino anche a noi sofferenze analoghe.

 

[1] Meta, cioè Facebook, WhatsApp e tanto altro. Suggerisco di osservare il sito https://about.meta.com, decisamente “sopra le righe”.

[2] Meta to Cut 10% of Work Force in A.I. Push: The layoffs affect about 8,000 employees, with Meta also planning to close 6,000 open roles, as the company focuses on artificial intelligence, https://www.nytimes.com/2026/04/23/technology/meta-layoffs.html?unlocked_article_code=1.dFA.WI-e.s7GF9RbDWla-&smid=url-share

[3] Anche in questo caso, osservare https://www.aboutamazon.com

[4] https://investor.snap.com/about-snap/default.aspx

[5] Il potere privato e il declino della democrazia: come far sì che il capitalismo sostenga la democrazia, MIT Press, https://mitpress.mit.edu/9780262053525/private-power-and-democracys-decline/

[6] Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014.

[7] OECD, Foundations for Growth and Competitiveness 2026, 9 aprile 2026, https://www.oecd.org/en/publications/foundations-for-growth-and-competitiveness-2026_40a7532f-en.html

[8] https://youtu.be/-xOiKNFcbfU?si=blNkMQ13SH-VO__X