Nel contesto della trasformazione digitale contemporanea, categorie classiche della filosofia politica tornano a rivelare una sorprendente capacità interpretativa. Tra queste, la nozione hobbesiana di sovranità — e la figura del Leviatano — offre una chiave analitica particolarmente feconda per comprendere la natura del potere esercitato dalle grandi piattaforme digitali. L’ipotesi che guida questa analisi è duplice. Da un lato, le piattaforme digitali esercitano già forme di potere che possono essere descritte, in senso strutturale, come quasi-sovrane. Dall’altro lato, proprio questa constatazione impone di riconsiderare criticamente l’idea — spesso implicita nel discorso pubblico — che lo spazio digitale possa o debba rimanere privo di una forma di sovranità istituzionalizzata. Piuttosto, si tratta di interrogarsi sulle condizioni di possibilità di un Leviatano digitale democratico.

Dallo stato di natura allo spazio digitale contemporaneo

Nel Leviatano, Thomas Hobbes descrive lo stato di natura come una condizione priva di autorità comune, in cui l’assenza di norme condivise genera insicurezza e conflitto generalizzato. La celebre formula del bellum omnium contra omnes non indica soltanto la violenza diffusa, ma una più radicale impossibilità di stabilizzare aspettative reciproche e cooperazione sociale. Se trasposta in chiave analogica, tale descrizione illumina alcuni tratti distintivi dell’ecosistema digitale contemporaneo. L’originaria promessa di internet — apertura, decentralizzazione, accesso universale — si confronta oggi con un ambiente segnato da disinformazione, sovraccarico informativo e asimmetrie profonde nella capacità di orientare la visibilità dei contenuti.
In questo contesto, ciò che emerge non è semplicemente un deficit regolativo, ma una condizione che può essere interpretata come una forma di “stato di natura digitale”, caratterizzata dall’assenza di un’autorità pubblica capace di garantire le condizioni epistemiche e comunicative di un discorso democratico.

Percentuale di utenti internet sul totale della popolazione dal 1990 a oggi

Fonte: wearesocial.com

Piattaforme digitali e forme di sovranità privata

All’interno di questo spazio, le grandi piattaforme si configurano progressivamente come attori dotati di poteri para-sovrani. Il loro ruolo eccede la dimensione di meri intermediari tecnici: esse strutturano attivamente l’ambiente informativo, mediano le interazioni sociali e definiscono, in misura crescente, le condizioni di accesso alla sfera pubblica. Il governo esercitato dalle piattaforme è eminentemente algoritmico. Attraverso sistemi di raccomandazione, ranking e moderazione dei contenuti, esse determinano quali informazioni acquisiscono visibilità e quali rimangono marginali. Tale capacità non si limita a riflettere preferenze preesistenti, ma contribuisce a plasmarle, intervenendo sulle dinamiche di attenzione e riconoscimento.
A differenza del modello hobbesiano, tuttavia, questa forma di potere non è il risultato di un contratto sociale esplicito. Il consenso degli utenti, formalizzato nei termini di servizio, appare spesso come un consenso vincolato, inscritto in condizioni di dipendenza strutturale. In molti ambiti, la partecipazione sociale, economica e politica risulta difficilmente praticabile al di fuori degli ecosistemi delle piattaforme.

L’erosione della distinzione tra pubblico e privato

Uno degli effetti sistemici di tale configurazione riguarda la progressiva destabilizzazione della distinzione tra sfera pubblica e privata, tradizionalmente centrale nella teoria politica moderna. Da un lato, si assiste a una privatizzazione della sfera pubblica: il discorso politico e sociale si svolge in larga misura all’interno di infrastrutture di proprietà privata, le cui regole operative sono determinate da logiche commerciali e implementate attraverso algoritmi opachi. Le condizioni di visibilità e intelligibilità del dibattito pubblico risultano così sottratte a processi deliberativi collettivi. Dall’altro lato, la sfera privata è sottoposta a una dinamica di esposizione sistematica. Le pratiche quotidiane — comunicative, relazionali, economiche — diventano oggetto di raccolta, analisi e valorizzazione economica dei dati. Il privato cessa di costituire uno spazio di sottrazione al potere, configurandosi piuttosto come uno dei suoi principali ambiti di esercizio. Il risultato è una condizione di vulnerabilità strutturale: gli individui sono resi pienamente visibili e tracciabili, ma non dispongono di un controllo effettivo sui processi che li classificano e li governano.

Trasformazioni della paura e governance affettiva

Il confronto con Hobbes richiede tuttavia di essere precisato sul piano della motivazione politica fondamentale: la paura. Se nello stato di natura hobbesiano essa è legata alla minaccia della morte violenta, nel contesto digitale assume una configurazione diversa. La paura che sostiene l’adesione alle piattaforme può essere descritta come paura dell’irrilevanza. In un ambiente in cui la visibilità è una risorsa scarsa e mediata algoritmicamente, l’esclusione dai circuiti di attenzione equivale a una forma di marginalizzazione sociale.
Questa trasformazione non implica una banalizzazione del paradigma hobbesiano, ma ne suggerisce una rilettura funzionale: ciò che rileva è la capacità della paura di orientare i comportamenti e di rendere accettabile la sottomissione a un ordine. In tal senso, il potere delle piattaforme si articola anche come una forma di governance affettiva. Esse non si limitano a organizzare flussi informativi, ma strutturano le condizioni emotive entro cui gli individui ricercano riconoscimento ed evitano l’esclusione, favorendo processi di auto-adattamento alle logiche algoritmiche.

 

Consigliati per te:
Perché le rivoluzioni hanno bisogno dei diritti digitali

Perché le rivoluzioni hanno bisogno dei diritti digitali

Etica e AI. Fattibilità fa rima con desiderabilità?

Etica e AI. Fattibilità fa rima con desiderabilità?

Per una teoria del Leviatano digitale democratico

Se le piattaforme operano già come Leviatani privati, il problema normativo non può essere formulato nei termini di una semplice alternativa tra sovranità e assenza di sovranità. Piuttosto, occorre interrogarsi sulle forme legittime di istituzionalizzazione del potere nel dominio digitale. L’attuale configurazione può essere descritta come una sovranità frammentata, in cui attori privati competono nella definizione di regole relative a contenuti, dati e architetture algoritmiche. Tale assetto presenta evidenti limiti in termini di trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti fondamentali.
Da qui l’ipotesi di un Leviatano digitale democratico: un’autorità regolativa dotata di effettivi poteri, ma costituita attraverso procedure democratiche e vincolata da principi giuridici. Non un sovrano assoluto, bensì un ordine costituzionale capace di governare lo spazio digitale. Tra le condizioni minime di tale assetto si possono individuare:

  • meccanismi robusti di trasparenza e accountability algoritmica;
  • forme di separazione dei poteri nel governo delle infrastrutture digitali;
  • garanzie effettive dei diritti fondamentali, inclusi privacy, libertà di espressione e non discriminazione

In ambito europeo, strumenti come il Digital Services Act, il GDPR e l’AI Act possono essere interpretati come tentativi iniziali — ancora incompleti — di articolare tale modello.

Verso un nuovo contratto sociale digitale?

La lezione hobbesiana, reinterpretata alla luce delle trasformazioni tecnologiche, suggerisce che la questione centrale non sia l’esistenza del Leviatano, ma la sua forma e la sua legittimazione. Lo spazio digitale contemporaneo è già strutturato da poteri che operano come sovrani de facto, senza tuttavia essere pienamente sottoposti a vincoli pubblici. In questo senso, la sfida non consiste nell’eliminare la sovranità, ma nel ricondurla entro un quadro democratico. Un nuovo contratto sociale digitale dovrebbe definire in modo esplicito le condizioni di raccolta e uso dei dati, i criteri di progettazione e controllo degli algoritmi e le modalità di governo della sfera pubblica online. Soprattutto, dovrebbe essere il risultato di processi deliberativi collettivi, e non di decisioni unilaterali.
L’idea di un Leviatano digitale democratico può apparire controintuitiva. Tuttavia, in un contesto segnato dall’espansione del potere algoritmico, essa rappresenta forse la condizione necessaria per preservare — e ridefinire — i principi di libertà, uguaglianza e autodeterminazione nell’era digitale. Principi liberali.

Immagine tratta da Leviathan di Shiro Kuroi, un manga thriller psicologico/sci-fi di 3 volumi, edito in Italia da Star Comics