«Quando i governanti tentano di togliere e distruggere la proprietà del popolo,
o di ridurlo in schiavitù sotto un potere arbitrario, essi si pongono in stato
di guerra col popolo, che è perciò sciolto da ogni ulteriore obbedienza.»

Questa celebre frase di John Locke esprimeva, nel Secondo trattato sul governo, il principio secondo cui un popolo può legittimamente ribellarsi contro un’autorità che viola i suoi diritti fondamentali. Nelle odierne società avanzate, questo diritto si confronta con nuove dimensioni e nuovi strumenti che estendono lo spazio della lotta alla sfera digitale. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) non sono più semplici mezzi di diffusione dell’informazione: in un conflitto interno a una società si trasformano in infrastrutture strategiche, capaci di accelerare mobilitazioni, creare reti di solidarietà globale e allo stesso tempo di veicolare disinformazione, sorveglianza e coercizione. Questa ambivalenza rende i diritti digitali una condizione strutturale dell’esercizio del diritto alla ribellione nell’era contemporanea. Senza, infatti, tali tutele le TIC possono rafforzare asimmetrie di potere già esistenti, esponendo i movimenti di protesta a violente azioni repressive.

È quanto è emerso con particolare evidenza nelle più recenti proteste contro il regime iraniano. Le piattaforme digitali e i social network rappresentano per i cittadini uno strumento essenziale per organizzare le manifestazioni, diffondere immagini e testimonianze delle repressioni e rompere l’isolamento informativo imposto dallo Stato. Al tempo stesso, la censura della rete, le restrizioni all’accesso a Internet e l’uso delle tecnologie di sorveglianza da parte delle autorità mostrano come l’assenza di diritti, digitali e non solo, renda la ribellione estremamente difficile e costosa in termini di vite umane. Queste misure non solo nascondono le violazioni dei diritti umani, ma lo sono esse stesse. Riprendendo quanto sostenuto in apertura, il caso iraniano rende particolarmente evidente che il diritto alla ribellione non può più essere separato dalla difesa delle libertà digitali, ormai parte integrante dei diritti fondamentali.

Iran, la rivolta e la guerra delle reti

Le mobilitazioni in Iran sono, come noto, esplose alla fine di dicembre 2025, scatenate principalmente da una grave crisi economica interna. Già da mesi il rial iraniano si era svalutato drasticamente, raggiungendo tassi di cambio di oltre 1,4 milioni di rial per un dollaro statunitense, con una perdita di valore di oltre il 56% in sei mesi rispetto al mercato ufficiale. Questa svalutazione ha spinto l’inflazione generale sopra il 42% su base annua, mentre il costo di generi alimentari essenziali è salito di oltre il 72% rispetto all’anno precedente, rendendo beni di prima necessità praticamente inaccessibili per molte famiglie. Tutto ciò in aggiunta alla cappa repressiva imposta del governo. Le proteste sono iniziate nel Gran Bazar di Teheran, un mercato storico dove commercianti e bazaarì, figura economica e sociale radicata nella storia del paese, hanno chiuso negozi e manifestato contro l’incapacità del sistema di garantire condizioni di vita sostenibili. In pochi giorni, le mobilitazioni si sono propagate in oltre 110 città e tutte le 31 province, coinvolgendo studenti, lavoratori, professionisti e gruppi civici, fino a raggiungere dimensioni nazionali e a trasformasi in un movimento politico più ampio, con slogan contro la leadership religiosa e richieste di riforme profonde o, in alcuni casi, di cambio di regime.
Anche se il movimento non possiede una leadership formalmente unificata, alcune figure in esilio, tra cui Reza Pahlavi, l’ex principe ereditario iraniano, hanno lanciato appelli alla mobilitazione e alla resistenza civile. Di contro, lo Stato iraniano, guidato dal Supremo Leader e sostenuto dai Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione) e dalle forze di sicurezza, ha adottato una combinazione di misure repressive e tattiche di contenimento: uso di forza contro i manifestanti, arresti di massa e tentativi di controllare la narrativa.

Mappa dele proteste in Iran

Fonte: The Guardian

Lo spazio della lotta dalle piazze si è esteso al digitale: l’uso delle TIC è diventato centrale sia per i rivoltosi che per lo Stato. Per i manifestanti, strumenti digitali come social network, applicazioni di messaggistica criptata, VPN e, laddove possibile, connessioni satellitari, offrono canali per comunicare, coordinarsi e documentare gli abusi delle forze di sicurezza. La digitalizzazione ha permesso un flusso informativo rapido e capillare capace di mobilitare la popolazione iraniana e organizzarne le proteste, e al contempo di superare le barriere geografiche e di raggiungere un pubblico globale, suscitando solidarietà internazionale e attirando l’attenzione di media esteri e organizzazioni per i diritti umani.
Tuttavia, questo stesso potere infrastrutturale può essere utilizzato dallo Stato per monitorare, tracciare e reprimere dissenso quando i diritti digitali non sono garantiti. Le autorità iraniane, infatti, hanno imposto un blackout quasi totale di internet mobile e fisso (secondo monitoraggi indipendenti fino al 98,5% di riduzione del traffico IPv6), e utilizzato sistemi di sorveglianza digitale, riconoscimento facciale, intercettazioni e controllo dei dispositivi per identificare, rintracciare e arrestare dissidenti e attivisti. Parallelamente, la macchina statale ha intensificato l’uso di propaganda digitale attraverso canali controllati o affiliati, con l’obiettivo di delegittimare i manifestanti, presentare il movimento come “organo di potenze straniere” e promuovere narrazioni che rafforzino il sostegno interno al regime. Se la comunicazione è uno dei canali privilegiati per l’esercizio del potere, inteso come capacità di influenzare le menti, l’uso delle TIC ne aumenta considerevolmente il suo potenziale manipolatorio e propagandistico.

I diritti digitali come baluardo di libertà

Ad oggi l’esito della ribellione è assai incerto. Proteste sistemiche si susseguono nel paese mediorientale in maniera endemica da ormai quasi due decenni. Inoltre, un eventuale sostegno internazionale alle proteste non si muove mai esclusivamente sul terreno della tutela dei diritti fondamentali, ma è spesso intrecciato a interessi geopolitici più ampi. Le prese di posizione di alcuni governi e attori occidentali, in particolare gli Stati Uniti, si sono finora limitate a una strategia di contenimento regionale del regime iraniano, ma mai come adesso potrebbero sfociare in un vero e proprio conflitto. In un simile contesto, parlare di diritti può apparire terribilmente ingenuo o, nel migliore dei casi, utopico. Eppure, proprio situazioni estreme come quella iraniana mostrano come i diritti non rappresentino un lusso delle fasi di stabilità, bensì un “baluardo ideale”, istituzionale e soprattutto culturale, a cui appellarsi nei momenti più bui. Anche quando risultano sistematicamente violati o sospesi, i diritti continuano a fornire un linguaggio condiviso di legittimazione del dissenso, capace di orientare l’azione collettiva e di porre limiti all’arbitrarietà del potere.
Il ruolo strategico delle TIC in una rivolta come quella iraniana mette in luce come la logica della tutela della dimensione fisica (habeas corpus) vada necessariamente estesa alla dimensione cognitiva (habeas mentem). Urge l’affermarsi di principi etici e politici che rivendichino con forza la protezione della libertà mentale, del pensiero e dell’autonomia cognitiva, contro forme di manipolazione, sorveglianza e coercizione psicologica, con particolare riferimento all’ambiente online. Valori civili che sollecitino la formulazione di un corpus normativo di diritti digitali moderni atti a scongiurare nelle democrazie derive autoritarie, e nei regimi oppressivi violente azioni repressive perseguite tramite le TIC.  Si tratta quindi di un ulteriore tassello all’interno del progetto storico di difesa della libertà e dei diritti politici, civili e sociali che di volta in volta deve fare i conti con la trasformazione delle strutture e delle dinamiche di potere.

Tra i diritti digitali fondamentali figurano:

Questi diritti trovano un riferimento in strumenti giuridici internazionali consolidati, come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e, in ambito regionale, nel Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati. Sebbene tali dispositivi, ovviamente, non siano vincolanti per l’Iran, essi costituiscono standard di tutela ampiamente riconosciuti, ai quali si richiamano governi, organizzazioni per i diritti umani e osservatori internazionali nel valutare la legittimità delle pratiche statali. In questo senso, i diritti digitali non operano come garanzie immediatamente esigibili, ma come parametri critici di giudizio e come orizzonte normativo indispensabile per interpretare, denunciare e contrastare l’uso autoritario delle tecnologie del potere.

Compagnie digitali, un potere privato nel conflitto pubblico

In questo scenario, un terzo attore emerge con forza: le compagnie digitali globali. Aziende come Meta, Google, Telegram o Cloudflare non sono meri fornitori di tecnologia, bensì gatekeeper dell’informazione e delle connessioni. Le loro decisioni, dal mantenere o bloccare servizi, alla protezione dei dati, fino alla gestione di algoritmi di visibilità, possono avere un impatto diretto sul flusso d’informazione all’interno di un paese. Il loro peso politico è tale da poter essere considerate come istituzioni di governance. Il loro ruolo nei momenti di crisi è cruciale: in quanto il loro posizionamento e le conseguenti azioni possono recare notevoli vantaggi all’una o all’altra parte.  Questo stesso potere infrastrutturale, già osservato nel rapporto tra Stato e cittadini, si riproduce qui in forma privata. Le compagnie digitali possono infatti supportare i movimenti di protesta, mantenendo servizi attivi e proteggendo la privacy degli utenti, oltre che opporsi alle richieste di censura statale e fornire strumenti di sicurezza digitale e formazione agli attivisti. Dall’altro canto, però, possono anche condividere dati con autorità, inserendo utenti in mappe di sorveglianza, applicare norme locali di censura limitando contenuti, implementare algoritmi che favoriscono narrazioni statali.
Questo nodo rimanda direttamente al più ampio dibattito sulla corporate responsibility delle grandi piattaforme tecnologiche. Negli ultimi anni, organismi internazionali e società civile hanno sottolineato come le imprese globali non possano più limitarsi a una neutralità formale, soprattutto quando operano in contesti autoritari. Documenti come i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani affermano che le aziende hanno la responsabilità di prevenire, mitigare e rendere conto degli impatti negativi delle proprie attività sui diritti fondamentali, anche quando tali violazioni derivano da pressioni o richieste degli Stati. Nel contesto iraniano, ciò significa interrogarsi su fino a che punto le compagnie digitali debbano adeguarsi alle normative locali quando queste si traducono in censura, sorveglianza di massa o repressione del dissenso. La logica economica delle compagnie digitali deve, quindi, fare i conti con questioni di natura etica e politica. Il loro ruolo nello scontro è direttamente proporzionale al grado di dipendenza che lo Stato ha verso i loro servizi.

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I diritti digitali come condizione necessaria ma non sufficiente

Sogniamo, per un attimo, di vivere nel migliore dei mondi possibili, dove vige la più robusta protezione dei diritti digitali. Ahinoi, anche questa condizione non garantirebbe da sola la tutela della libertà. La tutela dei diritti digitali è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per il successo delle lotte contro i regimi oppressivi: essa va combinata con organizzazione sociale, leadership, cultura, strategie di mobilitazione offline e capacità di costruire alternative politiche sostenibili. Inoltre, poiché la difesa della libertà è una questione di bilanciamento tra forze, è necessario inscrivere e conciliare i suddetti diritti digitali in un più ampio progetto di ristrutturazione dell’ecosistema di Internet. Per esempio, la libertà di espressione va coordinata con la qualità del discorso pubblico online, e cioè con la creazione di un mondo virtuale privo di dinamiche che spingono verso frammentazione, polarizzazione, disinformazione e manipolazione.
La ribellione in Iran è la somma di cause profonde e immediate: crisi economica, frustrazione politica, arbitrio del governo, esigenze sociali e un’arena digitale dove si combatte tanto quanto nelle piazze. In un’epoca in cui il controllo dei dati e della comunicazione può determinare l’esito di una rivolta, lo sviluppo normativo e l’adozione di standard condivisi sui diritti digitali possono e dovrebbero diventare parte integrante della difesa delle libertà civili. Al tempo stesso, la responsabilità delle compagnie digitali e la vigilanza dei cittadini sono elementi preziosi, di cui dobbiamo essere tutti consapevoli, per evitare che la tecnologia diventi strumento di oppressione anziché di emancipazione.