Lunedì venti luglio Keir Starmer è salito in mattinata a Buckingham Palace a consegnare le dimissioni. Nel pomeriggio Andy Burnham, cinquantasei anni, già sindaco di Manchester, ribattezzato dai suoi «il re del Nord», ha stretto la mano a Carlo III ed è entrato al numero 10 di Downing Street. È il quarto premier che il sovrano nomina in quattro anni, il settimo dal referendum sulla Brexit. Un paese che cambia governo come si cambia una gomma: in fretta, sul ciglio della strada, sperando che quella nuova duri fino a casa.
Il discorso d'insediamento è stato onesto nei toni e generoso nelle promesse: più sterline nelle tasche di chi non arriva a fine mese, più sterline alla difesa, sostegno invariato a Kiev, case popolari, un piano da 360 milioni per i senzatetto, devoluzione ai territori, un welfare riformato senza tagli.
Dieci anni per fare tutto. Sulle coperture, silenzio. Sul colpevole, invece, nessuna esitazione: il neoliberismo.
È la diagnosi che oggi unisce Manchester e Washington, la sinistra postindustriale e la destra protezionista. Comoda, perché il neoliberismo non vota, non protesta e non smentisce.
Ma le diagnosi si verificano sui referti, non sugli applausi. E i referti dell'economia britannica raccontano un'altra malattia.

Fonti: ONS, PwC UK Productivity Tracker, IPPR (2026), Cambridge Industrial Innovation Policy. Per Paesi Peer si intendono Paesi comparabili a UK

Ecco il paziente inglese. Un paese deindustrializzato da trent'anni, dove la manifattura vale meno di un decimo del valore aggiunto e la produttività, dopo il 2008, ha smesso di crescere. Un paese dove le imprese investono meno che in qualunque altro grande paese avanzato salvo il Canada, e dove ogni lavoratore ha a disposizione oltre un terzo di macchine, software e capannoni in meno dei suoi omologhi tedeschi o americani. Non è il quadro clinico di un'economia divorata dal mercato. È il quadro clinico di un'economia in cui il mercato, quello vero, quello che investe, costruisce e compete, si è ritirato, lasciando il campo alla rendita.
La rendita immobiliare, anzitutto: un sistema urbanistico nato nel 1947 che raziona il suolo edificabile, gonfia i prezzi delle case e trasforma Londra in una cassetta di sicurezza per i patrimoni globali. La rendita finanziaria: la concentrazione bancaria ha alzato i costi dei servizi, effetto Baumol (malattia dei costi ) in salsa City, senza generare l'economia nuova che avrebbe dovuto finanziare. Il vero buco della struttura britannica è lì, nell'high tech: la nazione di Turing non ha un solo campione ICT di scala mondiale, e i suoi settori a maggior intensità di conoscenza, finanza compresa, investono meno dei concorrenti. Aggiungete i prezzi dell'energia industriale tra i più alti dell'Occidente, e il quadro è completo: non un eccesso di concorrenza, ma la sua penuria.

E il neoliberismo? Bisognerebbe intendersi. L'era Thatcher si è chiusa trentacinque anni fa. Da allora la spesa pubblica britannica ha viaggiato tra il 40 e il 45 per cento del PIL, la pressione fiscale ha toccato i massimi dal dopoguerra, la regolazione si è stratificata come i sedimenti di un fiume lento. Se il neoliberismo ha governato, lo ha fatto in incognito, senza lasciare impronte né sugli investimenti né sui bilanci. Ciò che ha governato davvero è stato un capitalismo senza capitale: profitti distribuiti invece che reinvestiti, risparmio dirottato sul mattone, banche troppo poche e troppo grandi, un'urbanistica che impedisce di costruire dove il lavoro rende di più.

Crescita del PIl nel Regno Unito

 

Fonte: Office for National Statistics


Qui sta il punto che Burnham non ha detto, forse perché la sua platea non voleva sentirlo. La terapia per una malattia da rendita non è più Stato in generale: è più concorrenza dove manca, più capitale dove serve. Liberalizzare il suolo, aprire il credito, abbattere il costo dell'energia, lasciare che le imprese ICT nascano e crescano senza essere vendute in fasce al primo compratore americano. Sono, a ben vedere, ricette liberali. Einaudi le avrebbe chiamate con il loro nome: difendere il mercato dai suoi nemici interni, che raramente indossano la divisa dello Stato e più spesso il gessato del monopolista.

Nulla vieta che lo Stato faccia la sua parte: infrastrutture, ricerca, formazione, il welfare preventivo che il nuovo premier promette. Ma se la diagnosi è sbagliata, dieci anni di terapia cureranno il paziente sbagliato. Il rischio è già scritto: coperture non dichiarate significa più debito o più tasse, e più tasse su un'economia che non investe significano meno investimenti ancora. Il cerchio si chiude dove si era aperto, con la produttività ferma e un nuovo premier, il quinto, l'ottavo, che sale a Palazzo a giurare.
Burnham ha chiesto tempo e fiducia. Gli inglesi, gente pratica, gliene daranno quanto basta a vedere i primi numeri. Ai numeri, non ai colpevoli, converrebbe guardare anche lui. Perché il neoliberismo, nel Regno Unito del 2026, non è la malattia. Semmai è la medicina rimasta nel cassetto, con il sigillo intatto e la data di scadenza che si avvicina.

 

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