Lunedì venti luglio Keir Starmer è salito in mattinata a Buckingham Palace a consegnare le dimissioni. Nel pomeriggio Andy Burnham, cinquantasei anni, già sindaco di Manchester, ribattezzato dai suoi «il re del Nord», ha stretto la mano a Carlo III ed è entrato al numero 10 di Downing Street. È il quarto premier che il sovrano nomina in quattro anni, il settimo dal referendum sulla Brexit. Un paese che cambia governo come si cambia una gomma: in fretta, sul ciglio della strada, sperando che quella nuova duri fino a casa.
Il discorso d'insediamento è stato onesto nei toni e generoso nelle promesse: più sterline nelle tasche di chi non arriva a fine mese, più sterline alla difesa, sostegno invariato a Kiev, case popolari, un piano da 360 milioni per i senzatetto, devoluzione ai territori, un welfare riformato senza tagli.
Dieci anni per fare tutto. Sulle coperture, silenzio. Sul colpevole, invece, nessuna esitazione: il neoliberismo.
È la diagnosi che oggi unisce Manchester e Washington, la sinistra postindustriale e la destra protezionista. Comoda, perché il neoliberismo non vota, non protesta e non smentisce.
Ma le diagnosi si verificano sui referti, non sugli applausi. E i referti dell'economia britannica raccontano un'altra malattia.

Ecco il paziente inglese. Un paese deindustrializzato da trent'anni, dove la manifattura vale meno di un decimo del valore aggiunto e la produttività, dopo il 2008, ha smesso di crescere. Un paese dove le imprese investono meno che in qualunque altro grande paese avanzato salvo il Canada, e dove ogni lavoratore ha a disposizione oltre un terzo di macchine, software e capannoni in meno dei suoi omologhi tedeschi o americani. Non è il quadro clinico di un'economia divorata dal mercato. È il quadro clinico di un'economia in cui il mercato, quello vero, quello che investe, costruisce e compete, si è ritirato, lasciando il campo alla rendita.
La rendita immobiliare, anzitutto: un sistema urbanistico nato nel 1947 che raziona il suolo edificabile, gonfia i prezzi delle case e trasforma Londra in una cassetta di sicurezza per i patrimoni globali. La rendita finanziaria: la concentrazione bancaria ha alzato i costi dei servizi, effetto Baumol (malattia dei costi ) in salsa City, senza generare l'economia nuova che avrebbe dovuto finanziare. Il vero buco della struttura britannica è lì, nell'high tech: la nazione di Turing non ha un solo campione ICT di scala mondiale, e i suoi settori a maggior intensità di conoscenza, finanza compresa, investono meno dei concorrenti. Aggiungete i prezzi dell'energia industriale tra i più alti dell'Occidente, e il quadro è completo: non un eccesso di concorrenza, ma la sua penuria.
E il neoliberismo? Bisognerebbe intendersi. L'era Thatcher si è chiusa trentacinque anni fa. Da allora la spesa pubblica britannica ha viaggiato tra il 40 e il 45 per cento del PIL, la pressione fiscale ha toccato i massimi dal dopoguerra, la regolazione si è stratificata come i sedimenti di un fiume lento. Se il neoliberismo ha governato, lo ha fatto in incognito, senza lasciare impronte né sugli investimenti né sui bilanci. Ciò che ha governato davvero è stato un capitalismo senza capitale: profitti distribuiti invece che reinvestiti, risparmio dirottato sul mattone, banche troppo poche e troppo grandi, un'urbanistica che impedisce di costruire dove il lavoro rende di più.
Crescita del PIl nel Regno Unito

Qui sta il punto che Burnham non ha detto, forse perché la sua platea non voleva sentirlo. La terapia per una malattia da rendita non è più Stato in generale: è più concorrenza dove manca, più capitale dove serve. Liberalizzare il suolo, aprire il credito, abbattere il costo dell'energia, lasciare che le imprese ICT nascano e crescano senza essere vendute in fasce al primo compratore americano. Sono, a ben vedere, ricette liberali. Einaudi le avrebbe chiamate con il loro nome: difendere il mercato dai suoi nemici interni, che raramente indossano la divisa dello Stato e più spesso il gessato del monopolista.
Nulla vieta che lo Stato faccia la sua parte: infrastrutture, ricerca, formazione, il welfare preventivo che il nuovo premier promette. Ma se la diagnosi è sbagliata, dieci anni di terapia cureranno il paziente sbagliato. Il rischio è già scritto: coperture non dichiarate significa più debito o più tasse, e più tasse su un'economia che non investe significano meno investimenti ancora. Il cerchio si chiude dove si era aperto, con la produttività ferma e un nuovo premier, il quinto, l'ottavo, che sale a Palazzo a giurare.
Burnham ha chiesto tempo e fiducia. Gli inglesi, gente pratica, gliene daranno quanto basta a vedere i primi numeri. Ai numeri, non ai colpevoli, converrebbe guardare anche lui. Perché il neoliberismo, nel Regno Unito del 2026, non è la malattia. Semmai è la medicina rimasta nel cassetto, con il sigillo intatto e la data di scadenza che si avvicina.
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