Il settore del lavoro domestico è, al tempo stesso, uno dei pilastri meno visibili del welfare italiano e uno dei mercati del lavoro più disfunzionali del Paese. Invisibile perché si svolge nelle case private, lontano dai radar statistici ordinari. Disfunzionale perché la sua domanda cresce per effetto di dinamiche demografiche irreversibili, mentre l'offerta formale, quella registrata, contrattualizzata, con tutele previdenziali, si contrae ogni anno. Il convegno "Il lavoro domestico nel sistema di welfare", organizzato da INPS e Nuova Collaborazione il 18 giugno 2026 a Palazzo Wedekind a Roma, ha messo in fila i numeri di questa contraddizione. È una contraddizione che costa: alle famiglie, in forma di spesa privata e di rinunce lavorative; ai lavoratori, in forma di pensioni da 300-350 euro mensili; allo Stato, in forma di contributi non versati e di una funzione sociale privatizzata senza che nessuno l'abbia scelto.
Il lavoro domestico formale arretra: i dati dell'Osservatorio INPS 2025
Nel 2025 i lavoratori domestici con almeno un contributo versato all'INPS sono stati 804.464, in flessione per il quarto anno consecutivo (-2,3% rispetto al 2024). Dalla presentazione del Coordinatore generale Statistico Attuariale Giulio Mattioni emerge che ci stiamo avvicinando a quella «soglia psicologica degli 800.000 che speriamo non si vada al di sotto». La serie storica parla chiaro.
Serie storica dei lavoratori domestici registrati INPS con variazioni: 2015-2025

La bolla del 2020-2021, prodotta dalla combinazione del lockdown, che ha reso necessario regolarizzare i rapporti per consentire agli assistenti familiari di circolare, e dal decreto Rilancio (D.L. 34/2020), che ha offerto uno sportello di emersione, ha generato un picco a 975.228 unità. Ma quello che emerge dall'analisi condotta da Leda Accosta, statistica attuariale presso INPS, è forse il dato più significativo: di quei lavoratori regolarizzati nel biennio 2020-2021, nel 2025 il 76% risulta ancora attivo negli archivi INPS come lavoratore, ma solo il 40% di questi è rimasto nel lavoro domestico. Il restante 60% ha trovato impiego come dipendente privato in altri settori. Rimosso l'incentivo straordinario, il lavoro domestico formale non riesce a trattenerli. È la prova che il problema non è solo la domanda, ma l'attrattività strutturale del settore.
Una forza lavoro che invecchia, un'utenza che invecchia
La demografia interna del settore aggiunge urgenza alla lettura. Nel 2015 i lavoratori domestici under 35 erano il oltre 15% del totale; nel 2025 sono dimezzati. Gli over 50 erano il 41% nel 2015, sono oggi più del 60%. L'età media dei lavoratori è passata da 47 anni nel 2015 a 52 nel 2025. Anche i datori di lavoro invecchiano: il 74% ha oltre 60 anni, e l'età media del datore di lavoro persona fisica si attesta ora a 72 anni. Come ha osservato la dott.ssa Accosta nella presentazione, «c'è il rischio che il settore nel futuro non sia più in grado di rispondere alle esigenze delle famiglie».
Struttura per età dei lavoratori domestici registrati INPS: 2015 vs 2024

Sul versante qualitativo, il 2025 conferma per il secondo anno consecutivo un sorpasso strutturale: le badanti superano le colf per quota (51,3% contro 48,7%). Non è una variazione statistica di poco conto: segnala una trasformazione del contenuto stesso del lavoro domestico, sempre meno aiuto alla gestione della casa e sempre più cura alla non autosufficienza. Il paese che invecchia si riflette nella tipologia di chi lavora nelle sue case. E la Romania — per anni principale paese di provenienza dei lavoratori stranieri — ha perso 7 punti percentuali in un decennio, passando dal 21% al 14% del totale: un segnale, come ha osservato Gianni Rosas, Direttore dell'Ufficio Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) per l'Italia, che nel mercato europeo integrato la competizione per attrarre lavoratori di cura si inasprisce: alcuni tornano nei paesi di origine che nel frattempo sono cresciuti e si sono stabilizzati, oppure offrono le loro competenze ad altri paesi europei a condizioni migliori.
Il costo della formalità e la razionalità dell'irregolare
Il mercato formale non riesce ad attrarre né a trattenere, per ragioni che la ricerca Ipsos Doxa commissionata da Nuova Collaborazione — condotta con tecnica CAWI tra il 7 e il 22 maggio 2026 su 5.655 italiani tra i 25 e i 75 anni — documenta con precisione dal lato della domanda. L'89% degli intervistati ritiene che il lavoro domestico senza contratto sia diffuso in Italia; il 60% indica nel costo eccessivo del contratto regolare la causa principale, il 41% nell'insufficienza delle agevolazioni fiscali esistenti, il 25% nella burocrazia. Il quadro è confermato anche dall'offerta: nel convegno è stato ricordato come molti lavoratori chiedano di non essere regolarizzati per evitare la perdita di altri sussidi o per ragioni di semplicità burocratica.
Sul piano normativo, la situazione è paradossale. Come ha illustrato Fabiola Lamberti, giuslavorista dell'Università Roma Tre, la deducibilità dei contributi versati per colf e badanti si ferma a 1.549 euro annui; la detrazione del 19% sulle spese per assistenti di persone non autosufficienti ha un tetto di 2.100 euro, il che significa un risparmio fiscale massimo di circa 399 euro l'anno. Cifre che non incidono sulla decisione di regolarizzare quando il costo complessivo di un'assistente familiare convivente può superare i 15.000-20.000 euro all'anno. L'asimmetria è strutturale, e produce un equilibrio in cui l'irregolarità è per molte famiglie la scelta razionale.
La generazione sandwich: l'epicentro della pressione
La ricerca Ipsos Doxa affina il quadro concentrandosi sulla cosiddetta generazione sandwich: quella quota di popolazione (il 15% del campione) che deve simultaneamente gestire figli minorenni e assistenza a familiari anziani. È il segmento in cui tutte le tensioni del sistema convergono con la massima intensità, ed è anche il più rilevante per l'analisi economica: si tratta della fascia di età nel pieno della vita lavorativa e della produttività.
Impatto delle esigenze di cura sull'attività lavorativa retribuita

Il 72% dei sandwich ha sostenuto spese private per servizi di cura nell'ultimo anno (contro il 38% del totale campione), con un impatto percepito come gravoso sull'80% dei bilanci familiari. Il 74% ha dovuto rinunciare o rimandare altre spese importanti. Ma il dato più significativo per il mercato del lavoro è un altro: il 73% ha modificato almeno una volta la propria attività lavorativa per esigenze di cura non retribuite, contro il 42% del totale campione. Le modalità vanno dalla riduzione dell'orario (24%) allo stop temporaneo (16%), dal passaggio al part-time (11%) alla rinuncia definitiva (5%, con punte del 9% tra le donne). Il 65% riferisce interferenze significative tra cura e attività lavorativa nell'ultimo trimestre. Come ha sottolineato la professoressa Azzurra Rinaldi, direttrice della School of Gender Economics dell'Università Unitelma Sapienza intervenuta in video, il Fondo Monetario Internazionale nell'ultimo Outlook sull'Italia individua proprio nel rafforzamento della partecipazione femminile al mercato del lavoro uno dei tre fattori in grado di raddoppiare il tasso di crescita del PIL: non si tratta di questione di genere, ma di un problema di sistema economico che cresce meno di quanto potrebbe.
Dalla stessa ricerca emerge un dato promettente per le politiche: con un'agevolazione che coprisse il 50% delle spese effettive, il 54% del campione totale dichiara che regolarizzerebbe un rapporto oggi irregolare. Tra la generazione sandwich la quota sale al 63%. Il meccanismo di prezzo risponde: la domanda di regolarità esiste, ma ha bisogno di condizioni economicamente sostenibili. A conferma, solo il 17% del campione totale sa che esistono agevolazioni fiscali per chi assume regolarmente una colf o una badante, il 27% tra i sandwich, segno che il sotto-utilizzo degli strumenti esistenti è almeno in parte un problema di comunicazione, non solo di architettura normativa.
Le proposte che vengono dal convegno
Il convegno di Palazzo Wedekind ha prodotto un ventaglio di indicazioni. Il Presidente dell'INPS Gabriele Fava ha avanzato l'ipotesi di un albo nazionale per colf e badanti, collegato al portale digitale della famiglia genitorialità già sviluppato dall'Istituto: uno strumento di trasparenza che, nelle sue parole, possa diventare anche il presupposto per un sistema di incentivi selettivi all'assunzione regolare. Lamberti ha ricordato l'analogia con il welfare aziendale: è diventato strumento diffuso solo quando è stato normato a livello strutturale nel testo unico sulle imposte sui redditi, non grazie a bonus estemporanei. La stessa logica vale per il lavoro domestico. Rosas ha posto il problema in termini di economia politica internazionale: il lavoro di cura deve essere trattato come un bene pubblico e non lasciato interamente alle famiglie, perché l'offerta di lavoratori disponibili dipende anche dalla competitività delle condizioni rispetto ad altri mercati europei. Gnecchi, partendo dal dato ISTAT — le donne dedicano alla famiglia 4 ore e 44 minuti al giorno, gli uomini 2 ore e 6 — ha proposto di passare dalla deducibilità alla detraibilità del costo del lavoro domestico, strumento più equo nella distribuzione dei benefici lungo la scala dei redditi.
Il quadro delle preferenze registrate nell'indagine Ipsos Doxa è coerente con queste indicazioni: le detrazioni fiscali più ampie e semplificate sono indicate come misura più efficace dal 55% del campione, seguite dal contributo diretto all'assunzione (46%) e dallo sportello unico digitale (30%). Alle ultime posizioni si collocano i controlli e le sanzioni (18%) e le campagne informative (16%): i cittadini, in sostanza, sanno già che il problema non si risolve con la repressione, ma con la convenienza. L'80% della generazione sandwich giudica utile il cosiddetto zainetto fiscale — credito d'imposta personale accumulabile nel tempo, spendibile per servizi di cura, istruzione o assicurazioni — e il 71% dei sandwich sarebbe disposto a pagare di più per un lavoratore con certificazione professionale riconosciuta. La domanda di qualità c'è, ma mancano ancora gli strumenti per renderla accessibile.
Conclusione: un settore che non può restare sul fondo dell'agenda
Il mercato del lavoro di cura domestico italiano ha bisogno di lavoratori giovani che non ci sono, di regole che rendano conveniente la formalità e non solo obbligatoria, di strumenti fiscali che siano strutturali e non episodici, di un sistema di certificazione professionale che dia visibilità e portabilità alle competenze. Nessuno di questi interventi è impossibile: alcuni esistono già in forma embrionale, altri sono stati sperimentati in paesi comparabili. Il problema è che in Italia il lavoro di cura domestico è rimasto per decenni nell'angolo delle politiche, considerato un tema di dettaglio rispetto alle grandi riforme previdenziali o fiscali. I dati presentati il 18 giugno a Palazzo Wedekind dimostrano che non lo è più. Con 2,2 milioni di lavoratori necessari entro il 2029 e 804.000 contratti regolari oggi, e con un quarto della popolazione che ha già più di 65 anni, il costo di continuare a rimandare è diventato più alto del costo di intervenire.
Fonti: Osservatorio INPS — Lavoratori domestici, dati annuali 2015-2025 (Comunicato Stampa INPS, 18 giugno 2026); trascrizione del convegno "Il lavoro domestico nel sistema di welfare", INPS — Nuova Collaborazione, Roma, 18 giugno 2026; Ipsos Doxa per Nuova Collaborazione, Lavoro di cura domestico — Generazione sandwich. Risultati di ricerca, 4 giugno 2026 (5.655 interviste CAWI, 7-22 maggio 2026); Rapporto Family (Net) Work 2026, Assindatcolf; ISTAT, Rapporto annuale 2025; Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook, aprile 2026.
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