Ho sognato un ristorante su Marte.[1] Fuori dalla finestra, oltre un vetro molto spesso, c’era la polvere rossa; dentro, a un tavolo con la tovaglia a quadretti, sedevano Elon Musk e Tommaso Moro. Il primo spiegava che presto il lavoro sarebbe diventato facoltativo e il denaro irrilevante. Il secondo ascoltava con la cortesia di chi ha inventato un’isola che non esiste e conosce bene il confine fra una costruzione utile e una profezia. Arrivava intanto un robot umanoide con un piatto di risotto o, meglio, di panissa.[2] Camminava benissimo, ma nel posare il vassoio calcolava male la consistenza del risotto e distribuiva riso, fagioli e altri ingredienti sul pavimento marziano. Musk annunciava che la versione successiva avrebbe risolto il problema. Moro ricordava che sei ore di lavoro al giorno sarebbero bastate a produrre tutto il necessario, se solo avessimo organizzato con giudizio la produzione e la vita.[3] Io domandavo chi fosse il proprietario del robot, del ristorante, dell’astronave, dell’energia e perfino della ricetta. A quel punto mi sono svegliato.

I sogni hanno un vantaggio: mettono allo stesso tavolo persone separate da cinque secoli e servono una specialità vercellese su Marte. Hanno però lo stesso difetto delle previsioni tecnologiche: non pagano il conto. I dati di oggi dicono una cosa meno spettacolare e più interessante. Gli effetti dell’intelligenza artificiale sul lavoro esistono, ma per ora non sono dirompenti per l’insieme dell’economia. Sono visibili in alcune professioni, in certe mansioni e soprattutto nella porta d’ingresso attraverso la quale i giovani accedono ai mestieri qualificati. Nello stesso tempo l’IA crea occupazione nelle imprese che la costruiscono e nei cantieri dei data center, nelle reti elettriche e nei servizi necessari a farla funzionare. Nessuna apocalisse, dunque.[4]
Nel medio periodo il quadro può cambiare. Se le macchine capaci di trattare parole, immagini e codice informatico saranno collegate a robot economici, affidabili e adattabili, la quantità di lavoro umano necessaria alla produzione potrà ridursi radicalmente. Non sappiamo se accadrà in dieci, venti o quarant’anni, né se una nuova domanda farà nascere attività oggi inconcepibili.[5] Sappiamo però che non è più assurdo immaginare un’economia nella quale il lavoro salariato non sia la componente principale della propria attività. Questa possibilità non autorizza ad annunciare la fine del lavoro tra qualche… giorno; obbliga però a preparare le istituzioni prima che il cambiamento le travolga.[6]

Un’analisi prudente

Occorre anzitutto fare ordine nelle parole. Un’occupazione non è una mansione e una mansione non è una competenza. Un avvocato cerca precedenti, incontra clienti, argomenta, negozia e risponde di ciò che ha fatto. Un insegnante prepara materiali, spiega, osserva una classe e riconosce uno sguardo smarrito. Un cuoco calcola tempi e quantità, ma sente anche un profumo e coordina mani e pentole in uno spazio affollato. Dire che una professione è esposta all’IA non significa che ne sia sostituita. La sostituzione arriva soltanto se le attività automatizzabili sono abbastanza numerose e centrali, se possono essere riunite in un processo sicuro, se il costo complessivo è inferiore e se un’organizzazione decide di cambiare. Fra una dimostrazione e la trasformazione economica sono necessarie capacità, adozione e riorganizzazione.
Negli Stati Uniti, dove sarebbe ragionevole cercare i primi segni del terremoto, il mercato del lavoro non mostra una frana generale. All’inizio di settembre 2026 la disoccupazione era al 4,1 per cento. I circa duecentomila licenziamenti collegati all’IA dalla metà del 2023 sono dolorosi per chi li subisce, ma ancora piccoli rispetto al grande flusso mensile di posti creati e distrutti. Contemporaneamente, la costruzione dell’IA assorbe lavoro. Gli investimenti aggiuntivi americani in chip, server, centri dati ed energia sono dell’ordine di cinquecento miliardi di dollari l’anno; alcuni settori vicini ai cantieri avrebbero aggiunto centinaia di migliaia di occupati oltre l’andamento atteso. Per ora l’IA non è soltanto un software che licenzia: è anche un enorme cantiere che assume. I conti aggregati, tuttavia, trascurano le tragedie individuali. L’elettricista assunto in Ohio non sostituisce la giovane programmatrice che non trova il primo posto di lavoro a San Francisco. Uno studio di Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen su milioni di buste paga non trova un cambiamento diffuso, ma osserva che l’occupazione dei lavoratori fra 22 e 25 anni nelle professioni più esposte è rimasta del 19 per cento sotto il livello atteso.[7] La differenza deriva soprattutto da minori assunzioni, non da una valanga di licenziamenti. È il canarino nella miniera: se le imprese eliminano i compiti semplici con cui un giovane imparava il mestiere, non toccano per qualche tempo gli esperti, ma eliminano la scala che conduce all’esperienza. Dieci anni dopo potrebbero scoprire che gli esperti non crescono sugli alberi.

Un secondo risultato arriva dalla Danimarca. Anders Humlum ed Emilie Vestergaard hanno seguito 25 mila lavoratori in undici professioni esposte e settemila luoghi di lavoro. Due anni dopo l’arrivo dell’IA trovano strumenti adottati, formazione, risparmi di tempo e nuove mansioni di controllo, ma nessun effetto medio significativo su salari e ore; i dati escludono variazioni superiori al 2 per cento.[8] Secondo la loro espressione, le correnti sono rapide sotto una superficie ancora ferma. Il tempo guadagnato può diventare un compito in più, maggiore intensità, margine per l’impresa o servizio migliore, senza apparire nello stipendio. Questo è un problema molto serio dal lato del lavoro! Certo non è così per tutti e per tutti gli usi: in estate ho usato moltissimo l’IA per rendere più veloce l’esecuzione di un programma di simulazione che riproduce il comportamento di un milione di imprese dei 27 paesi dell’Unione Europea. Programmo da quasi 60 anni, ho iniziato con Fortran e Assembler, ora uso Python, in cui l’IA ha inserito soluzioni tecniche che non avrei saputo realizzare e anche una parte scritta in C, linguaggio velocissimo. Da solo avrei impiegato non immagino quante ore di lavoro e studio, forse senza riuscire a risolvere il problema.

L’IA rende il lavoro più leggero

Il mondo non è la Silicon Valley ingrandita. L’Organizzazione internazionale del lavoro stima che un occupato su quattro si trovi in una professione esposta in qualche misura all’IA generativa, ma considera la trasformazione più probabile della scomparsa.[9] Nei paesi ricchi la quota sale al 34 per cento; le donne sono più esposte perché numerose nei lavori amministrativi, raggiunti per primi dal cambiamento. La Banca mondiale stima a rischio di automazione il 14,2 per cento dell’occupazione nei paesi ad alto reddito e il 4,5 in quelli a reddito medio-basso.[10] Questi ultimi non sono protetti: semplicemente una parte maggiore del lavoro è manuale, informale e sostenuta da salari tanto bassi da rendere antieconomica la macchina.

Percentuale di posti di lavoro potenzialmente interessati dall'IA generativa

Fonte: ILO 2025

Nei paesi più poveri mancano inoltre gli elementi complementari all’adozione dell’IA. In Africa subsahariana quasi un terzo delle scuole rurali non dispone di elettricità affidabile e oltre due terzi non ha accesso all’internet. Un servizio gratuito online non serve molto se la connessione cade, la lingua locale è poco rappresentata e l’impresa non ha risorse per innovare. L’automazione completa potrebbe apparire prima in una fabbrica europea e decenni dopo in un laboratorio africano. La possibile fine del lavoro sarà quindi per molto tempo geograficamente molto diseguale e non una scadenza segnata sul calendario mondiale. In ogni caso, non è né necessario né auspicabile invadere il mondo intero con data center e macchinoni (gigafactory, dicono quelli che sanno…) prima di tutto perché le tecnologie cambiano rapidamente e renderanno rapidamente obsolete le infrastrutture per l’IA che conosciamo ora. Soprattutto, nuovi scenari tecnologici possono essere presto possibili, in particolare con computer neuromorfici che utilizzano neuroni naturali. Pareva essere un’ipotesi a dieci anni di distanza e invece un recente annuncio propone prototipi già in vendita![11] Purtroppo in Europa corriamo verso l’emulazione di quanto in corso di realizzazione in America, in particolare con l’iniziativa InvestAI initiative and the AI Gigafactories call[12] che va nella direzione esattamente opposta a quanto indicato nel documento Draghi di due anni fa, con la proposta del «Coordinamento dello sviluppo dell'AI a livello dell'UE, attraverso un «incubatore di AI simile al CERN» (p. 85, seconda parte) [13] e agli appelli del premio Nobel Giorgio Parisi.[14]

La difficoltà cresce quando l’IA necessita di un corpo. I robot corrono, saltano e stupiscono nelle dimostrazioni, ma piantare un chiodo, raccogliere un oggetto deformabile o lavorare per ore fra persone e imprevisti resta complicato.[15] Inoltre la domanda decisiva non è se una macchina possa fare una cosa, ma se convenga comprarla, mantenerla e fermare la produzione per inserirla. Dove il lavoro costa pochissimo, l’incentivo all’automazione fisica si indebolisce. È un paradosso crudele: la povertà difende il posto perché rende la persona più economica della macchina.

L’ipotesi forte

Ammettiamo però l’ipotesi più forte. Agenti digitali affidabili eseguono gran parte del lavoro cognitivo; robot versatili producono beni, trasportano, puliscono, costruiscono e assistono; l’energia diventa abbondante. La fine del lavoro non sarebbe la fine dell’attività umana.[16] Continueremmo a studiare, curare, inventare, gareggiare, cucinare, riparare una bicicletta e forse aprire una trattoria su Marte. Finirebbe, o potrebbe finire, la necessità di vendere la maggior parte del proprio tempo per ottenere il diritto di vivere. È una prospettiva immensa. Ma non risolve in sé il modo in cui saranno distribuiti i beni.

È qui che l’intervista di Musk sull’Economist del 23 luglio contiene un salto logico. Dalla capacità delle macchine di produrre passa all’abbondanza per tutti, come se nel mezzo non esistessero proprietari, diritti, Stati, monopoli, terra e rapporti di forza. Anche con beni industriali quasi gratuiti resterebbero scarsi un appartamento a Venezia, un ettaro fertile, l’acqua in una siccità, l’attenzione verso una persona e l’accesso a un luogo desiderato. Il denaro potrebbe cambiare forma, non necessariamente sparire. Se i robot appartenessero a pochi, una produttività quasi illimitata per alcuni potrebbe convivere con una libertà molto limitata per tutti gli altri. La proprietà conterebbe più del salario.[17] Ci sarebbe anche un’altra enorme rivoluzione: il prezzo dei beni riflette il contenuto di valore umano incorporato. Se il lavoro è zero o quasi, il prezzo a sua volta è zero o quasi e quindi l’acquisto diventa agevolissimo. La fine del lavoro non è un buco nero: sto riferendomi al lavoro retribuito, che ci garantisce i mezzi per vivere; al di fuori di esso restano il prendersi cura delle persone e dell’ambiente e della società, in questo caso con la partecipazione e l’attività politica.[18]
La colonia marziana rende visibili le contraddizioni della visione parziale di Musk. Dove ogni respiro dipende da infrastrutture, il proprietario dell’aria ha un potere assoluto. Se la stessa impresa controllasse trasporto, habitat, energia e comunicazioni, parlare di denaro irrilevante sarebbe quasi vero per il motivo peggiore: conterebbe meno del permesso del proprietario. Mr. Musk riunisce già automobili, robot, razzi, satelliti, una piattaforma di comunicazione e intelligenza artificiale. Molti risultati sono straordinari; la somma produce però un potere che non coincide con la normale ricchezza. Il signore del mondo non ha bisogno di una corona: gli basta controllare l’accesso ai sistemi che tengono in vita il mondo.

La risposta non è soltanto tassare dopo che la ricchezza si è concentrata, né distribuire un assegno che consenta agli esclusi di comprare servizi dai proprietari delle macchine. Occorre diffondere il capitale prima e mentre produce il rendimento. Fondi sociali possono possedere quote di imprese, infrastrutture digitali, energia, robotica e brevetti nell’interesse dei cittadini. Non è un’idea senza precedenti. L’Alaska distribuisce un dividendo dal petrolio; la Norvegia ha trasformato una rendita naturale in un patrimonio pubblico; il piano Meidner[19] voleva trasferire gradualmente quote di aziende ai fondi dei lavoratori. Perfino Sam Altman (OpenAI) ha proposto un American Equity Fund alimentato da azioni e imposizione sul valore fondiario,[20] mentre Bernie Sanders (senatore USA, democratico progressista, formalmente indipendente) ha proposto nel 2026 un fondo sovrano legato all’IA.[21] Se proposte tanto diverse convergono sulla proprietà, significa che il problema è proprio quello della proprietà.
Un capitale di tutti non equivale a un ministero che possiede tutto. Servono fondi plurali, indipendenti dal governo del giorno, con bilanci pubblici, limiti alle concentrazioni e rappresentanza di cittadini e lavoratori. Il reddito di base sarebbe così il frutto di un patrimonio comune, non l’elemosina concessa dal proprietario della fabbrica automatica. La costruzione deve avere una scala nazionale, europea e mondiale. L’Europa possiede mercato, ricerca, risparmio e una base industriale sufficienti per un fondo del capitale intelligente: potrebbe investire in modelli efficienti, chip, robotica ed energia, chiedendo una partecipazione quando denaro e domanda pubblica fanno crescere un’impresa. Ma se ogni paese ricco distribuisse soltanto ai propri cittadini, la proprietà si allargherebbe all’interno e la gerarchia globale aumenterebbe. Una quota stabile dovrebbe finanziare infrastrutture e partecipazioni nei paesi oggi esclusi. Chi ha fornito minerali, dati, idee e lavoro non può restare semplice cliente dell’abbondanza altrui.

Occorre distribuire anche il tempo. La settimana di quaranta ore non è immutabile: fu scritta da leggi e contratti. Se l’IA aumenta stabilmente la produttività, una parte del guadagno deve diventare giornate più brevi senza perdita di salario. Lavorare tutti meno è spesso preferibile a lasciare alcuni sovraccarichi e altri disoccupati. Servono anche assicurazione salariale, formazione, nuovi apprendistati e il diritto dei lavoratori di conoscere i sistemi che li valutano o li sostituiscono.[22] Il cambiamento più profondo sarà dunque politico. Oggi l’IA sposta compiti, rallenta alcune assunzioni e costruisce nuovi cantieri, senza aver ancora prodotto la grande rottura. Domani può ridurre drasticamente il lavoro necessario. Dopodomani, in molte parti del mondo, si useranno ancora mani umane perché mancheranno elettricità, capitale o convenienza. In ogni fase la domanda resta la stessa: chi possiede ciò che si produce? Se la risposta è una piccola aristocrazia tecnologica, la fine del lavoro rischia di essere la fine dell’autonomia per moltissimi.[23] Se la risposta è un capitale diffuso, posseduto direttamente e attraverso istituzioni comuni, può diventare libertà dal bisogno e tempo restituito alla vita.

Ritorno a prendere sonno e nel sogno ritorno al ristorante-trattoria su Marte. Il robot ha imparato a non rovesciare la panissa. Tommaso Moro assaggia e dice che sei ore sono ancora troppe. Musk sorride: assicura che il conto non è da pagare. Lo esamino lo stesso e trovo una riga scritta in caratteri piccoli che mi addebita proprietà dell’aria, del locale, dell’energia e del cuoco artificiale. Allora divido il corrispettivo del conto in quote uguali fra tutti gli abitanti della colonia. Non è una soluzione tecnica e non sarà facile da gestire, soprattutto sulla Terra intera. È però il punto dal quale cominciare. Mr. Musk può andare su Marte. Sulla Terra sarà bene che il mondo appartenga a tutti.[24]

A darci un po’ di respiro ci pensa Marco Berruti, che ha preparato il carillon per la nostra boîte à musique, con Tommaso Moro e Musk e utopie o distopie immaginarie o reali. La boîte questa volta riavvolge il nastro fino al 1936. Sono passati novant’anni da Tempi moderni di Charlie Chaplin, uno dei capolavori del ‘900. Il cinema di Chaplin, muto, racconta “cose che accadono al di sopra delle parole”, come direbbe De André. Il film, una descrizione dell’alienazione della moderna società dei produttori e dei suoi meccanismi, deve molto alla colonna sonora. Il leitmotiv è un tema delicato e struggente, composto da Chaplin stesso. Nel 1954, John Carter e Geoffrey Parsons scrissero un testo per quella melodia e nacque Smile. Il primo a cantarla fu Nat King Cole.[25] Si perde il conto delle interpretazioni successive. Una la offrì Michael Jackson,[26] che la incluse nel suo album HIStory del 1995. L’aveva incisa anche Sun Ra con la sua Arkestra nel 1982 per la voce di June Tyson.[27] Sun Ra era uno spirito iconoclasta. Alla faccia di Musk e delle sue mire su Marte, raccontava di essere arrivato sulla Terra da Saturno. In questa esecuzione, anziché sull’esplosione free di altri suoi lavori punta sulla vulnerabilità. La voce della Tyson non è perentoria e ha toni quasi infantili. I fiati si limitano a commentare, anziché alzare muri di suono. Il brano è contenuto nell’album Nuclear War. La paura della bomba – metafora ancora attuale – è esorcizzata dall’invito a sorridere a dispetto di tutto. Un ottimismo ad un tempo ambiguo e puro. Forse quello che distingue l’utopia dalla distopia. Il mondo continua ad essere ingiusto e il sorridere non lo cambierà, esattamente come non lo ha cambiato Tommaso Moro con la sua Utopia. Ma l’umanità può ancora contare su di lui che – anche se si trova a tavola con Musk – può continuare a guardarlo sorridendo.

[1] L’articolo risponde alla promessa contenuta nel precedente «Bonus-malus – Cina contro America per l’IA: quale spazio per l’Europa»? a https://mondoeconomico.eu/sostenibilita-e-futuro/musk-space-x-su-marte-e-il-capitalismo-fragile-2. Facevo riferimento a un’intervista di fine luglio a Musk sull’Economist, https://www.economist.com/leaders/2026/07/23/should-you-be-afraid-of-elon-musk e scrivevo che miscela squarci di futuro e confusione, promettendo una risposta «nel mio prossimo Bonus-malus». Eccola!

[2] La panissa è un tipico piatto vercellese a base di riso, fagioli, cipolla, salame, come descritto qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Panissa_(gastronomia_piemontese). L’ho citata anche in un altro racconto con robot e futuro; rieccola, giustificando la tovaglia rossa a quadretti… su Marte.

[3] Tommaso Moro, Utopia, libro II, dove l’autore immaginò un’isola in cui il lavoro occupava solo una parte della giornata, mentre il resto del tempo era riservato allo svago e alla cura dello spirito.

[4] The Economist, «Prepare for an AI jobs apocalypse», 14 maggio 2026, https://www.economist.com/leaders/2026/05/14/prepare-for-an-ai-jobs-apocalypse e «The jobs apocalypse is postponed. An AI jobs boom is here», 4 settembre 2026, https://www.economist.com/finance-and-economics/2026/09/04/the-jobs-apocalypse-is-postponed-an-ai-jobs-boom-is-here

[5] The Wall Street Journal, “Economists Weigh In on the Future of Work and AI”, 2026, https://www.wsj.com/tech/ai/economists-weigh-in-on-the-future-of-work-and-ai-f59311e9?st=2cgJkB&reflink=desktopwebshare_permalink

[6] Alessandro Lavia ed Enzo Tripodi, “L’onda lunga inaugurata dall’intelligenza artificiale”, lavoce.info, 14 agosto 2026, https://lavoce.info/archives/112128/londa-lunga-inaugurata-dallintelligenza-artificiale/

[7] Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen, “Canaries in the Coal Mine? Six Facts about the Recent Employment Effects of Artificial Intelligence”, Stanford Digital Economy Lab, revisione del 12 agosto 2026, https://digitaleconomy.stanford.edu/publication/canaries-in-the-coal-mine-six-facts-about-the-recent-employment-effects-of-artificial-intelligence/

[8] Anders Humlum ed Emilie Vestergaard, “Still Waters, Rapid Currents”, NBER Working Paper n. 33777, maggio 2025, revisione marzo 2026, https://www.nber.org/papers/w33777

[9] ILO, “Generative AI and jobs: A 2025 update”, 20 maggio 2025, https://www.ilo.org/publications/generative-ai-and-jobs-2025-update

[10] World Bank, World Development Report 2026: The Promise of Artificial Intelligence, https://www.worldbank.org/en/publication/wdr2026

[11] https://corticallabs.com

[12] https://www.europeaneconomics.com/en/investai-initiative-ai-gigafactories/

[13] https://commission.europa.eu/document/download/ec1409c1-d4b4-4882-8bdd-3519f86bbb92_en?filename=The%20future%20of%20European%20competitiveness_%20In-depth%20analysis%20and%20recommendations_0.pdf

[14] https://www.youtube.com/watch?v=qRiJlc3UOoI

[15] Kaia Glickman, “‘Robot Olympics’ reveal humanoids’ rapid progress — and flaws”, Nature, 27 agosto 2026, DOI 10.1038/d41586-026-02713-z, https://www.nature.com/articles/d41586-026-02713-z

[16] Zach Weinersmith, “Service”, Saturday Morning Breakfast Cereal, 20 agosto 2026, https://www.smbc-comics.com/comic/service-2

[17] The Economist, “Should you be afraid of Elon Musk?”, 23 luglio 2026, https://www.economist.com/leaders/2026/07/23/should-you-be-afraid-of-elon-musk

[18] Da leggere o rileggere: Hannah Arendt, The Human Condition, University of Chicago Press, Chicago, 1958. (trad.) Vita activa. La condizione umana. Bompiani, Milano, 1964

[19] Piano Meidner, cosa resta mezzo secolo dopo, https://lavoce.info/archives/90238/piano-meidner-cosa-resta-mezzo-secolo-dopo/

[20] Arnaud Leparmentier, “Les gourous de la tech multiplient les propositions de « New Deal » pour affronter les conséquences sociales destructrices de l’IA”, Le Monde, 10 maggio 2026, https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/05/10/les-gourous-de-la-tech-multiplient-les-propositions-de-new-deal-pour-affronter-les-consequences-sociales-destructrices-de-l-ia_6687727_3234.html

[21] Martin Sandbu, “Could AI revive the socialist dream?”, Financial Times, 29 agosto 2026, https://www.ft.com/content/cd3fcbff-8512-41cf-90eb-f87840c7c20c

[22] Brett Hemenway Falk e Gerry Tsoukalas, “The AI Layoff Trap”, Wharton School Research Paper, 2026, SSRN 6448898, https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=6448898

[23] Adam Shaw, “Could AI create a ‘permanent underclass’?”, Financial Times, 9 agosto 2026, https://www.ft.com/content/ddf44cf7-0ab5-4e7e-9b1f-e5e8e34181e6

[24] Queste pagine sono il frutto di una lunga riflessione, ma immagino che possano contenere errori e generare obiezioni; potete dirmi che cosa ne pensate o formulare le vostre obiezioni scrivendomi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure… potete esaminare le fantasie sul futuro di Anthropic a https://www.anthropic.com/institute/econ-scenarios

[25] https://youtu.be/xyHoohNyYkw?si=nu6nhWTla-IJz_jd

[26] https://youtu.be/9VKcVbOoUiE?si=lmHPaL7wZObBR36w

[27] https://youtu.be/NhN-gh6ysvU?si=WT-a3J0XEsS4lxRV

 

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