Prendiamo tre persone che nel 2024 hanno guadagnato 40.000 euro ciascuna. La prima è un impiegato e paga 9.532 euro di IRPEF. La seconda è una professionista in regime forfetario e paga 6.000 euro. La terza vive dell'affitto di due appartamenti, ha scelto la cedolare secca e paga 8.400 euro. Il reddito è lo stesso, le imposte sono tre. Chiunque provi a ricavarne la regola arriva alla stessa conclusione: in Italia l'imposta sul reddito dipende dalla fonte da cui il reddito arriva.
L'IRPEF era nata nel 1974 come imposta personale e progressiva su tutti i redditi. Oggi grava soprattutto sul lavoro dipendente e sulle pensioni, che formano l'84,6 per cento del reddito dichiarato. I contribuenti con più di 35.000 euro sono il 23,4 per cento del totale e pagano il 65,1 per cento dell'imposta. Accanto alla scala progressiva sono cresciute le imposte sostitutive e i bonus; quelli edilizi sono passati in pochi anni da circa un terzo della spesa al 110 per cento del Superbonus e poi di nuovo al 50 per cento e meno. C'è infine una questione di misura. Da noi l'aliquota del 43 per cento si applica oltre i 50.000 euro. In Germania l'aliquota più alta parte da 277.826 euro, in Francia da 181.917, in Spagna da 300.000.
Il working paper che il Centro Einaudi ha appena pubblicato prova a rispondere con i numeri a una domanda semplice da porre: si può tornare a un'imposta con poche aliquote, uguale per tutti i redditi e progressiva, senza chiedere altro debito? Il modello usa le dichiarazioni presentate nel 2025 da 42,8 milioni di contribuenti, le divide in fasce di mille euro di reddito e ricalcola l'imposta di ciascuna fascia con le regole in vigore. Riproduce l'IRPEF effettivamente dichiarata, 197,4 miliardi, e la sua ripartizione per classi di reddito.
Le quattro parti della proposta
La prima parte è la scala: 20 per cento fino a 27.000 euro, 33 per cento fino a 75.000, 43 per cento oltre. La seconda riporta nella scala progressiva i redditi che oggi pagano un'imposta proporzionale: gli affitti a cedolare secca, i redditi dei forfetari, i premi di produttività. La terza riordina le agevolazioni. Spariscono, per le spese future, i bonus edilizi e la detrazione degli interessi sui nuovi mutui; spariscono le piccole spese detraibili al 19 per cento e, insieme all'ultimo gradino, le detrazioni per il coniuge e gli altri familiari a carico. Il catasto viene aggiornato e le case tenute sfitte tornano nell'IRPEF, come accadeva fino al 2011. Restano detraibili per tutti le spese sanitarie e le assicurazioni sanitarie e per la non autosufficienza; resta deducibile la previdenza complementare fino a 100.000 euro di reddito.
La quarta parte è una regola sull'inflazione. Ogni anno i limiti degli scaglioni, le soglie e gli importi delle detrazioni si aggiornano con l'inflazione media dell'anno precedente. Serve a eliminare il drenaggio fiscale, cioè l'aumento delle imposte prodotto dai prezzi. Un esempio lo rende visibile. Se lo stipendio dell'impiegato da 40.000 euro cresce del 2 per cento, quanto l'inflazione, la sua IRPEF cresce del 3,5 per cento: il potere d'acquisto resta fermo mentre l'imposta sale. Sull'insieme dei contribuenti, con un'inflazione del 2 per cento, il drenaggio vale 3,2 miliardi nel primo anno e circa 29 miliardi l'anno dopo dieci anni. Indicizzare i soli scaglioni ne toglierebbe poco più di un terzo; per questo la regola comprende anche le detrazioni. Nessuna copertura della riforma conta su quel gettito.
Il conto e il calendario
La nuova scala, applicata ai soli redditi che oggi pagano l'IRPEF, costerebbe 23,9 miliardi. Con la riconduzione dei redditi sostitutivi il costo scende a 18,6 miliardi. Il riordino delle agevolazioni e il catasto, una volta entrati a regime, ne rendono 18,7: il bilancio torna in pari. Il problema è il tempo. Le rate dei bonus edilizi già maturati continuano a pesare per dieci anni, e un catasto nuovo non si costruisce in un anno. Nel primo anno le misure rendono soltanto 2,7 miliardi; partire subito con il 20 per cento lascerebbe un buco di 15,9 miliardi.
Il working paper propone quindi di salire per gradini. Nei primi tre anni la scala è 22-33-43, dal quarto anno 21-33-43, dal settimo 20-33-43. Il saldo annuo per lo Stato (vedi figura) è leggermente negativo nei primi due anni e di nuovo nel settimo, nell'ottavo e nel nono, e torna in pari nel decimo. Il saldo cumulato è positivo dal terzo anno e dopo dieci anni vale 1,9 miliardi. Se si contano anche le addizionali regionali e comunali che i redditi ricondotti pagherebbero, il saldo delle amministrazioni pubbliche resta positivo in ogni anno e arriva a 17,7 miliardi.
Saldo annuo e cumulato per lo Stato rispetto alle regole del 2026 (miliardi di euro, prezzi 2024)
Che cosa cambia per le persone
La tabella segue alcuni contribuenti lungo i tre gradini. Le cifre sono a prezzi del 2024 e riguardano persone senza altre detrazioni, salvo l'impiegato monoreddito, che ha il coniuge a carico.
IRPEF annua di alcuni contribuenti tipo (euro)

L'impiegato con 40.000 euro scende da 9.532 a 8.822 euro. Il quadro con 60.000 euro risparmia 1.710 euro l'anno, perché il reddito tra 50.000 e 60.000 euro passa dal 43 al 33 per cento. La professionista forfetaria sale da 6.000 a 9.463 euro e paga ormai quanto l'impiegato con lo stesso reddito, poche centinaia di euro in più per la differenza fra le detrazioni del lavoro autonomo e del lavoro dipendente. Il caso più delicato è la famiglia con un solo reddito: con 30.000 euro risparmia nei primi sei anni e dal settimo, quando perde la detrazione per il coniuge, torna a pagare quanto oggi. Con redditi più bassi la perdita può superare lo sconto, e il working paper suggerisce una clausola di salvaguardia nell'assegno unico.
Guardando le medie per classe di reddito, il quadro è coerente con la premessa. Chi ha redditi bassi paga un po' meno. Nelle classi centrali, fra 29.000 e 55.000 euro, la media resta quasi ferma o sale di poco, perché lì si concentrano le agevolazioni abolite. Sopra i 100.000 euro l'imposta media sale. L'aliquota media cresce con il reddito più di quanto faccia oggi: è questa la definizione di un'imposta progressiva.
I limiti del calcolo
Il modello è statico. Suppone che chi oggi dichiara un affitto o un reddito forfetario continui a farlo anche con aliquote più alte. Se un quinto di quei redditi tornasse nell'ombra, il saldo a regime scenderebbe di circa 3 miliardi l'anno e i gradini andrebbero distanziati. La misura più rilevante, il catasto, è anche la più esposta: con un aggiornamento prudente delle rendite il saldo a regime sarebbe negativo per 3,6 miliardi. Sono incertezze che il working paper espone una per una, con un modello di calcolo in Excel che chiunque può rifare con ipotesi diverse.
In queste settimane governo e Parlamento discutono la legge di bilancio con risorse scarse e con un debito che costa il 3,8 per cento del prodotto interno lordo in interessi. Una riforma dell'IRPEF di questa portata richiede sette anni.
Si può però impostare in una sola manovra, fissando da subito il calendario dei tre gradini e impegnandosi a rispettarlo. Il working paper, con i dati e il modello, è disponibile sul sito del Centro Einaudi.
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