La capitale del Mali, Bamako, soffre da circa quattro mesi un embargo di carburanti e combustibili ad opera del Gruppo di Supporto per l’Islam e i Musulmani (JNIM secondo l’acronimo arabo di Jama’a an-Nusra lil-Islam wa al-Muslimin). Un embargo che rappresenta solo l’ultima tattica utilizzata dal gruppo jihadista nel suo conflitto con il regime maliano. Per capire infatti gli sviluppi nel paese saheliano dobbiamo prendere in considerazioni tre dimensioni, tra loro intimamente legate. Primo, la militanza jihadista nella regione. Secondo, il panorama politico del Sahel. E in ultimo, gli interventi stranieri, che non fanno di questa crisi un evento confinato alla politica dell’Africa occidentale.
Per quanto riguarda la militanza jihadista nel Sahel, è un fenomeno relativamente recente: circa quindici anni. Possiamo però far risalire la nascita e poi l’espansione del JNIM alla guerra civile algerina negli anni ’90. In quel tragico conflitto (circa 200.000 morti) si sviluppò il Gruppo Armato Islamico (GIA), formazione violentissima, che non esitava a colpire civili inermi nel perseguire la sua lotta contro il regime di Algeri. All’indomani della pace nel 2002, una costola del GIA, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) ne volle raccogliere l’eredità per continuare la lotta. In difficoltà in un paese che non ne voleva più sapere di lotta armata, il GSPC decise di aderire al progetto di jihad globale di Al Qaeda, dove l’Algeria avrebbe rappresentato uno dei vari teatri dove cercare di stabilire un (sedicente) governo islamico. Da qui, il GSPC divenne Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) nel 2006, la franchigia locale dell’organizzazione all’epoca guidata da Bin Laden.
AQIM non riuscì dove pure il GIA e il GSPC avevano fallito: la forza repressiva del regime algerino nel cuore del paese (ovvero la zona nord, lungo la costa mediterranea) aveva fortemente ridimensionato le capacità del gruppo jihadista. Questi però decise di sfruttare proprio il suo nuovo orientamento globalista: si spostò dapprima negli sconfinati spazi del Sahara algerino, e da lì guardò al Sahel come un’area caratterizzata da regimi ben più deboli e poveri di quello di Algeri. Documenti ritrovati a Timbuctu, redatti dall’allora leader di AQIM Abdelmalek Droukdel, indicano chiaramente le riflessioni e i progetti in tal senso del gruppo jihadista.
Il quale, penetrando dunque da nord verso il Mali, trovò un movimento secessionista tuareg, guidato dal carismatico Iyad ag Ghali, che nel 2012 aveva proclamato lo Stato dell’Azawad. Non certo, inizialmente, di ispirazione islamista, men che meno jihadista, i tuareg dell’Azawad condividevano però con i miliziani qaedisti il risentimento profondo versi i regimi della regione e pure i propositi rivoluzionari.
Da questa convergenza si generó un movimento insurrezionale più vasto che andava a dare voce a vari gruppi e settori della popolazione maliana più a sud, verso le popolose aree nel centro e nel sud-ovest del paese. L’insurrezione fu tale che la Francia, ex padrone coloniale che mai aveva davvero abbandonato la gestione del Sahel francofono, intervenne per dare man forte al regime di Bamako. La prima spedizione nel 2013, denominata Serval, voleva impedire che i jihadisti, insieme ai tuareg di Iyad ag Ghali, avanzassero ulteriormente verso Bamako. A Serval si affiancò una missione a guida ONU (Missione Multidimensionale Integrata di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali o MINUSMA) con compiti primariamente di peace-keeping. A Serval seguì nel 2014 Barkhane, sempre a guida francese, che si proponeva non solo di risolvere la crisi securitaria del Mali, ma di eradicare il jihadismo rivoluzionario dal Sahel: quindi anche Niger, Burkina Faso, Chad, Mauritania. Un obiettivo molto più ambizioso e dunque tanto più difficile da centrare: la presenza francese diretta, invasiva, a supporto di governi corrotti e autoritari, non fece che accrescere il risentimento di quanti percepivano le azioni di Parigi (e, per estensione, dell’occidente in generale) come rigurgiti da grandeur coloniale. Un sentimento, questo, che andrà a produrre due effetti catastrofici per l’influenza francese (e quindi occidentale) nell’area e per la stabilità dell’intera fascia Saheliana.
In primo luogo, i tuareg di Iyad ag Ghali si convertono al Salafismo-jihadista, formando Ansar Din gia’ nel 2011. Ormai vicini ad AQIM anche ideologicamente, nel 2017 danno vita appunto al JNIM, formazione ombrello che raggruppa tutta una serie di formazioni jihadiste tecnicamente fedeli al Al Qaeda come per esempio Mourabitoun, Ansaroul Islam and Katiba Hanifa (attivi anche in Burkina Faso e Niger) e soprattutto il Fronte per la Liberazione di Macina, dal nome di una regione al centro del Mali, particolarmente attiva nel guidare l’insurrezione contro il governo. Iyad ag Ghali assunse quindi la guida del JNIM.
In secondo luogo, l’impossibilità o l’incapacità proprio dei governi in carica di risolvere l’endemica crisi sicuritaria in Mali, propagatasi poi anche ai vicini Burkina Faso e Niger, e la continua presenza di truppe occidentali nella regione porta al potere militari golpisti nei tre paesi: rispettivamente, Assim Goita nel 2021, Ibrahim Traoré nel 2022, e Abdourahamane Tchiani nel 2023. Costoro orientano in senso smaccatamente anti-occidentale la loro politica estera: nel 2022 costringono la Francia a ritirarsi e quindi chiudere l’operazione Barkhane; l’anno successivo è la fine anche per MUNISMA. Contestualmente, si ritirano dalla ECOWAS (la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, secondo l’acronimo inglese), percepita sia come subordinata agli interessi del colosso Nigeria, ma anche come allineata ancora una volta all’occidente. In sua sostituzione, Mali, Burkina Faso e Niger fondano l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES, nell’acronimo francese), e dispongono un corpo militare interstatale di 5000 uomini per fronteggiare il JNIM. Infine, invitano prima la Wagner poi, dopo la dissoluzione di questa, corpi di spedizione russi per dar man forte alle truppe dell’AES. Goita and Traoré furono per altro ricevuti al Cremlino subito dopo il loro insediamento.
Le zone interessate dalle violenze di gruppi jihadisti

Tuttavia, né l’apporto russo, né l’approccio tipicamente securitario di leader provenienti dall’esercito ha impedito al JNIM di proseguire nella sua avanzata. Anzi: i russi si sono (prevedibilmente) dimostrati alquanto incapaci di capire e gestire le complesse dinamiche locali, fatte di composite lealtà tribali, marcate differenze etno-linguistiche, interessi divergenti tra economie urbane e rurali. Il ricorso alla forza li ha presto resi invisi alla popolazione. La quale si trova tra l’incudine di un regime militare incapace di mantenere l’ordine da un lato, e il martello di un’espansione jihadista. Questa infatti, pur essendo nominalmente musulmana, è latrice di un progetto dottrinario (il Salafismo) e politico-religioso (un emirato fondato su una altrettanto rigida interpretazione della shari’a) entrambi alquanto alieni per le popolazioni locali. Ancora nei documenti ritrovati a Timbuctu citati poc’anzi, si notato preoccupazioni da parte dei leader jihadisti rispetto ad un’applicazione della shari’a in salsa Salafita che non farebbe altro che alienare, anziché attrarre a sé, tali popolazioni.
In questo contesto si arriva dunque all’assedio-embargo di Bamako. Il Mali, stato senza sbocco sul mare (così come Niger e Burkina Faso), si approvvigiona di carburante dai porti di Ghana, Benin e Costa d’Avorio tramite trasporto su gomma. I camion cisterna quotidianamente riforniscono i principali centri urbani, come appunto la capitale, dove vivono oltre 4 milioni di persone (circa il 20% della popolazione maliana). Il JNIM impedisce che tali convogli giungano alla capitale, assaltandoli, sequestrandoli, dandoli alle fiamme. L’esercito ha tentato di proteggere tali convogli: ma solo una minima parte del carburante necessario arriva a Bamako. Chiusura di scuole e uffici pubblici, difficoltà di approvvigionamento anche alimentare, oltre a chilometriche code ai distributori, stanno lentamente mettendo in ginocchio la capitale. E se da una parte Goita può rivendicare di resistere, per il bene della nazione, ad un attacco jihadista, dall’altro questa situazione ne evidenza i limiti come leader (nonché’ quelli del suo sponsor russo), compromettendo quindi la tenuta del regime stesso.
Cosa voglia effettivamente il JNIM non è chiaro. Non ha più di 10.000 miliziani: una forza troppo esigua per sconfiggere militarmente l’esercito maliano, figurarsi per governare il paese. Forse Iyad ag Ghali vuole sedersi al tavolo con Goita ed estrarre ulteriori concessioni per continuare a godere dello spazio – geografico e politico – che ha ormai conquistato. Ma non è scontato che punti alla presa effettiva del potere. In tal caso, se crollasse il regime a Bamako, si aprirebbero scenari ulteriori. Primo: cosa accadrebbe all’AES, e poi quindi anche a Burkina Faso e Niger? Secondo: interverrebbe l’ECOWAS, come paventato dalla Nigeria, per ristabilire lo status-quo ante? Terzo: si instaurerebbe un regime jihadista a Bamako, che porterebbe, almeno nel breve-medio periodo, il paese africano ad essere una base del jihadismo globale?
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