L’ultima trovata di qualche bell’ingegno è stata quella di mettere assieme pere e mele citando nello stesso fiato gli agenti federali dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e la difesa e deterrenza che gli USA esercitano coi loro alleati all’interno della NATO. Questo è un chiaro segno di confusione concettuale che regna tra tanti decisori occidentali quando si parla dell’Alleanza Atlantica, un oggetto tanto citato come un tempo il famoso libretto rosso di Mao Tze Tung e sostanzialmente mai letto o capito. Se ne sono sentite di tutti i colori: prima era obsoleta qualche mandato presidenziale fa, poi la gallica fantasia l’ha proclamata in coma cerebrale, rilanciata adesso dall’altro lato dell’Atlantico con la sparata che è addirittura inutile e morta tutta intera. A furia di ripetere queste affermazioni nelle camere ecoiche dei social media e delle articolesse transatlantiche, talvolta di sommessa ispirazione russa e forse cinese, si finisce per credere a quella che è un’affermazione ideologico-propagandistica, rivestita di fattoidi.
A cominciare dalle affermazioni dell’amministrazione Trump: “chi disprezza, compra”. Gli USA non hanno nessuna intenzione di abbandonare una comoda rendita di posizione che era già redditizia dal 1949 in poi. Sono di adesso due importanti documenti ufficiali dell’amministrazione statunitense: la National Security Strategy (novembre 2025) e la National Defense Strategy (23 gennaio 2026), essi rivelano al lettore mediamente attento alcuni fatti concreti. Per questa strategia di sicurezza è considerato un interesse cardinale e vitale “sostenere i nostri alleati nel mantenere la libertà e sicurezza in Europa”; si può naturalmente essere anche inaffidabili su parole così significative, ma la verità è che non si vuole svendere la posizione strategica acquisita a caro prezzo nel 1945 e riconfermata, ampliandola nel 1989 col crollo del Muro di Berlino.
La relativa novità in un dibattito vecchio dagli anni ’50 e rinfocolato proprio negli anni ’90 è che la spinta verso un riequilibrio avviene in modo molto più netto con l’ingiunzione che “nazioni ricche, sofisticate, devono assumere una responsabilità primaria per le loro rispettive regioni e contribuire molto di più alla nostra difesa collettiva”. Per rendere possibile questa difesa collettiva, gli Stati Uniti mirano a “prevenire la realtà di una NATO che sia un’Alleanza in perpetua espansione”.

A prima vista sembrano tre punti in contraddizione loro. La NATO non si espande perché ha chi sa quali mire imperialiste: essa ha deciso, in pieno consenso tra tutti gli alleati, tutti gli allargamenti, frutto di due potenti spinte: quelle dei paesi usciti dal sogno del realismo socialista e quelle di paesi ex di frontiera nella Guerra Fredda che volevano finalmente degli spalti strategici di protezione. Il capo del più potente partito comunista nell’allora “Mondo Libero”, Enrico Berlinguer, aveva già riconosciuto nel 1976 di sentirsi più protetto dalla NATO che non dal Patto di Varsavia, dopo che il PCI aveva conosciuto le lacerazioni interne e lo strappo con l’URSS in seguito alla brutale repressione della “Primavera di Praga”. Figuriamoci cosa potessero desiderare i capi delle opposizioni democratiche dei paesi ormai fuori dal Patto di Varsavia: anche in Romania, dove la fine della dittatura era stata orchestrata da una congiura di palazzo, era a tutti molto chiaro che non si voleva restare in una “zona grigia”.
In modo molto meno evidente, ma non meno decisivo per gli sviluppi successivi, i paesi che erano stati di frontiera nella Guerra Fredda (Norvegia, Danimarca, Germania riunificata, Italia, Grecia e Turchia) non potevano che favorire l’ingresso dei paesi dell’Europa centro-orientale nell’UE e/o nella NATO. Tanto è vero che, una volta entrate la Romania e la Bulgaria nell’Alleanza, l’intera bruciante questione balcanica, esplosa nel 1991, poteva tranquillamente essere messa in attesa indefinita per 27 anni.
La crisi georgiana del 2008, in cui Putin fece chiaramente capire con le armi che la Russia non intendeva rinunciare ai suoi cuscinetti strategici, segue la stessa logica a fronti rovesciati. A partire dalla sciagurata aggressione dell’Ucraina nel 2022, addirittura con assunti tacitamente condivisi. Dalla dichiarazione della “porta aperta” del vertice NATO di Bucarest (2008), alla franca dichiarazione di Putin a Clinton di non sentirsi vincolato dal Memorandum di Budapest (2011, World Economic Forum), all’incauto colpo di mano ad Euromaidan contro una realistica mediazione franco-tedesco-polacca, ai falliti accordi di Minsk 1 e 2, alla guerra, il Leitmotif è la seria preoccupazione di Washington e degli alleati di non provocare una guerra diretta con la potenza nucleare russa e di non sacrificare un conveniente spalto strategico fatto da Bielorussia, Ucraina e Georgia. L’invasione limitò di molto questa situazione, allungando di 1.300 chilometri la frontiera a diretto contatto con la Russa a causa del termine della neutralità finno-svedese.
Washington oggi, in piena e più esplicita continuità con Biden, rinuncia a qualunque “porta aperta”, attestandosi su una linea tardo-kissingeriana, subissata alcuni anni fa da un dibattito tanto acceso quanto cieco alla Realpolitik: l’Ucraina non come avamposto di libertà di tutta l’Europa da incorporare, ma come marca di frontiera da sottoporre ad influenza congiunta. Del resto il famoso memorandum di Budapest del 1994 che garantiva la sicurezza, indipendenza, sovranità, integrità e salvaguardi economica dell’Ucraina (nonché di Bielorussia e Kazakhstan, altri rinunciatari al possesso di armi nucleari ex-sovietiche), non fu mai ratificato da nessuna delle potenze nucleari coinvolte (Regno Unito, Russia, USA).
Come fare allora a sostenere gli alleati nel mantenimento di libertà e sicurezza quando sono gli stessi alleati a dover assumere una responsabilità primaria, contribuendo in misura molto più importante? È una convergenza parallela tra responsabilità primaria sino ad un certo punto in un divenire futuro ed un contributo monetario ed in acquisti di armi americane, subito e sull’unghia, contro un sostegno aeronavale e nucleare a distanza, oltre l’orizzonte. Sembra una soluzione geniale, ma è un’idea vecchia dai tempi di Truman ed Eisenhower, quando già allora si parlava di burden-sharing, ignorando che l’Europa era uscita impoverita e distrutta dalla guerra. Allora si capì, nel superiore interesse nazionale americano, che avere delle truppe schierate lungo il fronte era non solo buonsenso strategico (assicurare la deterrenza e la coerenza tra forze convenzionali e deterrente nucleare), ma realismo politico per sostenere governi democratici ed impedire cambi di campo, come rischiò di succedere in Grecia (1946-1949).
Riassumendo in pochi punti:
- Gli USA restano impegnati perché l’Europa è un interesse vitale;
- La responsabilità primaria europea consiste nell’essere la prima linea della deterrenza e difesa convenzionale nella regione europea soprattutto;
- Esattamente come nel 1949, la NATO aveva dei precisi limiti territoriali che includevano solo parte del continente (o subcontinente) europeo.
- Dietro l’apparenza di una potenza egemone che detta la linea, c’è la debolezza di una superpotenza che deve curare una società a pezzi, che è intollerabilmente indebitata e che tacitamente riconosce i suoi limiti. Se gli europei avessero intelligenza e realismo politico, dopo aver opportunamente invocato l’articolo 5 a difesa degli USA, scossi dagli attacchi asimmetrici dell’11 settembre, dovrebbero offrire al popolo americano ed alle sue autorità un piano Marshall di ricostruzione del paese e della società, vista l’impotenza delle autorità locali e federali.
Se la National Security Strategy traccia le grandi linee politico-strategiche, la National Defense Strategy è la risposta del dipartimento della Guerra in termini di deterrenza, sicurezza ed operazioni militari. Uno dei primi parametri rispetto ai quali si organizza un apparato bellico è la valutazione dei rischi e delle minacce, perché non tutte hanno la stessa gravità e possono meritare la stessa priorità: “… mentre il Dipartimento correttamente assegna priorità alla difesa del Territorio Metropolitano ed alla dissuasione verso la Cina, altre minacce continueranno a persistere, ed i nostri alleati saranno essenziali nell’affrontarle tutte”. Dunque “In Europa ed altri teatri operativi, gli alleati assumeranno la guida contro minacce che sono meno serie per noi, ma molto più gravi per loro, con un sostegno critico ma più limitato da parte degli Stati Uniti”.
Sull’Alleanza Atlantica ci sono poche parole, ma interessanti. “Il Dipartimento inoltre continuerà a svolgere un ruolo vitale nella NATO stessa”, anche perché “Mosca non ha nessuna possibilità di candidarsi per l’egemonia in Europa. La NATO Europea giganteggia rispetto alla Russia per dimensione economica, popolazione e, quindi, per potenza militare latente”.
Anche qui, rapidamente:
- Gli alleati sono essenziali e prendono le redini in Europa come in qualunque altro teatro secondario per gli statunitensi;
- Gli USA continueranno a svolgere un ruolo vitale nella NATO;
- La NATO Europea ha i mezzi ed il potenziale per esprimere una potenza militare capace di surclassare la Russia.
È evidente che non ci sono più gli americani di una volta, non per scelta, ma per dura necessità. Dati i seri limiti a livello globale della macchina militare USA, il dipartimento della Guerra è costretto ad abbandonare il vecchio paradigma strategico che prevedeva di schierarsi, combattere e vincere in due grandi guerre, o almeno una e mezza. La scelta è caduta sulla difesa del suolo patrio e sulla regione Asia-Pacifico, dove chiaramente si prevede verso la Cina una deterrenza (non una guerra) per raggiungere la buona, vecchia cara “coesistenza pacifica” della Guerra Fredda, come si è fatto con l’URSS.
Tradotto in crudi termini militari, Washington non è più una potenza globale, ma emisferica, che solo grazie agli alleati, riesce a gestire minacce che considera minori: è la fine dell’indispensable nation e dei figli romani di Marte. Qui siamo in piena strategia difensiva bizantina. Questa situazione conduce a ricordare un’affermazione che dal 1991ancora echeggia nei talk show: “L’Europa è un gigante economico, un nano politico ed un lombrico militare”. Cosa è successo in 35 anni da far cambiare idea al Pentagono, quando ancora nel 2022 alcuni vociferanti alleati europei della NATO dicevano che l’Europa era penosamente impreparata alla guerra scatenata da Putin in Ucraina? Ci sono fattori oggettivi e soggettivi.
Le forze armate europee, tranne in certa misura quelle anglo-francesi, erano state largamente impiegate in esercitazioni di deterrenza, ma non in combattimento: l’esplosione della triplice crisi nei Balcani, in Somalia e nel Golfo aveva messo a nudo un insieme di carenze così importanti a livello di addestramento, morale ed equipaggiamento da far coniare la citata sferzante frase da un ministro belga. In tre decenni di quasi continui interventi in “operazioni di pace” di vario genere, i vari eserciti hanno acquisito esperienze, agilità operativa e capacità.
La storia dell’impreparazione alla guerra del 2022 è una tipica distorsione politica di paesi con una lunga storia di concrete diffidenze verso Mosca, ma è largamente inesatta. Tutti sono arrivati impreparati a quella guerra, a cominciare dagli aggressori russi, ed in misura minore gli Stati Uniti, per via dei loro arsenali e di spese militari regolarmente più alte di una dozzina di paesi nel mondo. Del resto, la stessa impreparazione colse di sorpresa tutti i grandi eserciti europei nel 1913, nonostante fossero più armati, addestrati, dotati di spirito guerresco ed avessero sulle spalle un secolo di guerre minori europee e coloniali. Va poi ricordato in modo preciso che europei da soli, senza il Regno Unito e senza il 5% di oggi, spendevano quasi il doppio dei russi in economia di guerra. Qui non è un problema semplicemente di soldi, ma di capacità e quindi non bisogna spendere di più ma molto meglio, cioè standardizzando gli armamenti europei, come fanno gli americani ed i russi.

Infine, tra i fattori oggettivi, c’è la disastrosa guerra in Ucraina: la reputazione delle forze armate russe, in particolare dell’esercito, è uscita molto ridimensionata a fronte di perdite molto pesanti. Nonostante gli allarmismi, tanto generici quanto ripetuti, difficilmente la Russia sarebbe in grado di attaccare un alleato NATO prima di circa 10 anni (5 nelle previsioni più pessimistiche), ed il dipartimento della Guerra spera, cautamente, che gli alleati europei (30 paesi), mettano a frutto l’intervallo di grazia tra una pace ed una possibile aggressione.
Poi ci sono fattori che sono tutti soggettivi da parte USA: la necessità di mostrare all’elettorato che il peso della difesa viene spostato sugli alleati (più burden shifting che burden sharing); la speranza che, dopo l’accordo sull’Ucraina, Mosca si plachi e cerchi di essere almeno equivicina a Cina ed USA; l’idea che un’ondata nazional-populista cambi il volto politico dell’Europa, rendendo l’UE solo un libero mercato ideologicamente compatibile con Russia ed USA, riducendo quindi al tempo stesso le velleità autonomistiche di alcuni governi ed il rischio concreto di altre “operazioni speciali” o ibride russe.
Perché allora circola sui media e tra qualificati specialisti, soprattutto europei, la sensazione che la NATO stia talmente cambiando da essere priva di funzionalità, da non essere più la stessa, e forse da non essere più tout court nel futuro? La questione ha radici pochi anni dopo il trionfo della fine indolore (per il Nord globale del mondo) di una III Guerra Mondiale che aveva straziato il Terzo e Quarto mondo. Le tre crisi del 1991 (Jugoslavia, Somalia, Quwait) avevano convinto gli americani che soltanto dove loro fossero al comando di una coalizione, le situazioni si risolvevano positivamente, come accaduto con Desert Storm. Era una convinzione erronea, visto che il fallimento di UNOSOM 2 era dovuto principalmente a scelte politiche di Washington, ma essa si rinforzò nelle furiose polemiche dietro le quinte durante la guerra del Kossovo (1999): per gli americani era inconcepibile che chi esprimeva appena il 10% del potenziale aereo, avesse reale voce in capitolo nella scelta politica degli obbiettivi da bombardare (i ponti sul Danubio p.e.), dimenticando che l’Alleanza funziona proprio sul consenso di tutti.
Chi scrive aveva già indicato nel 2010 che la luce dell’intera relazione transatlantica somigliava a quella di una stella nova. Nei dettagli su: burden sharing, differenti interessi politici , diversi modi di guerreggiare. Nella struttura perché: non c’era un vero nemico (nonostante la decisa reazione russa in Georgia del 2008 allora e nonostante il revival dovuto all’attacco a Kiev nel 2022); gl’interessi di fondo stavano cominciando a corrispondere sempre meno (finanziarizzazione USA, estrazione energetica shale, pivot to Asia, crisi dell’Euro, intervento in Libia e primavere arabe, reset con la Russia, ecc.) ed infine perché dentro la NATO c’era una relazione speciale UK-USA sempre più logora e perché, senza una reale integrazione europea, non poteva esserci un rapporto ragionevolmente equilibrato. Poi sono venute le recriminazioni e gli allarmi aperti: “la NATO obsoleta” (gennaio 2017, con precedenti già nel marzo 2016), figlia di decenni di acrimoniose ed inutili polemiche sulla suddivisione degli oneri (il free-riding di Obama, buon penultimo), ha provocato risposte più o meno caute sulla necessità di assicurarsi di più con propri mezzi (Merkel, maggio 2017). Poi nel novembre 2019, non sulla questione ucraina già visibile dal 2014 con la Crimea, ma su quella siriana, il presidente francese parlò di “morte cerebrale della NATO”. Adesso il presidente statunitense dice che la NATO senza gli USA non esiste e che anche in Afghanistan il contributo degli alleati è stato tiepido.
E tuttavia quello che dicono documenti ufficiali dell’amministrazione USA è alquanto diverso e soprattutto considerando le inevitabili conseguenze, perché di fatto (senza nominarlo) Washington chiede agli europei di essere il pilastro nella NATO per garantire la deterrenza e difesa convenzionali, non solo del continente europeo, ma anche dell’Ucraina. Quando il dipartimento della Guerra americano usa nel suo linguaggio l’espressione “la NATO europea”, rivela addirittura che vi sono due NATO molto distinte e che la sicurezza indivisibile tra alleati viene interpretata come a geometria variabile.
Anche quest’evoluzione nei rapporti di sicurezza e difesa ha precedenti di 34 anni fa. Nel giugno 1992 i ministri degli Esteri della NATO avevano sostenuto l’UEO (Unione dell’Europa Occidentale, un patto di sicurezza senza gli USA e precedente la NATO, sciolta nel 2001) proprio come mezzo per rafforzare il pilastro europeo dell’Alleanza. In questi anni la relazione NATO-UE ha raggiunto 72 diversi obbiettivi ed il Concetto Strategico della NATO (2002, para 43) riconosce chiaramente l’utilità di una più forte difesa europea. Anzi, le attività congiunte tra le due organizzazioni sono così frequenti, intrecciate e complesse che il pilastro europeo è nella pratica un esercizio “a doppio cappello”, in cui ogni decisore cambia cappello e ruolo a seconda del contesto della riunione. L’aggressione russa nel 2022 ha reso normale la presenza di alti rappresentanti UE nei vertici NATO e viceversa in importanti riunioni europee. Anche quando si polemizza, resta la sostanza che una difesa europea con più capacità e potenza viene considerata un attivo e non un passivo.
Bisogna d’altro canto ammettere che l’espressione “pilastro europeo” si presta a notevoli confusioni ed ambiguità. Per i puristi americani e britannici esso adombrava una corrente partitica nell’Alleanza, qualcosa d’inaccettabile e divisivo, tanto è vero che l’allora segretaria di Stato, Madeleine Albright, pur incoraggiando nel 1988 gli sforzi europei, metteva in guardia dalle famose D: no delinking (scollegamento a livello decisionale), no decoupling (disgiungimento nella deterrenza nucleare), no discriminating (ai danni degli alleati NATO non-europei, p.e. Canadà, Norvegia, Regno Unito, Turchia, USA, p. es.) e no duplicating (duplicare capacità statunitensi).
Fu così che l’allora ministro degli Esteri tedesco, Joshka Fischer, creò l’espressione nel 2003 intendendo che il ponte transatlantico avesse bisogno di due pilastri, di cui uno europeo, capace di concertarsi anche politicamente ed istituzionalmente all’interno della NATO. Gli americani continuarono a fare orecchi da mercante per ovvi motivi, ma il pilastro europeo divenne gradualmente anche un modo per esprimere in modo pragmatico una collaborazione europea più efficace nel quadro dell’Alleanza.
Da allora l’economia statunitense si è fortemente contratta a livello globale, il deficit ha continuato a crescere in modo sfrenato e le capacità militari complessive si sono così ridotte da costringere alla redazione di una strategia difensiva austera, che è divenuta mezza globale, richiedendo il massiccio aiuto degli alleati per l’altro emisfero del mondo. Nel frattempo le quattro D citate hanno perso molto del loro senso: basti pensare che, se gli USA sono impegnati altrove, la duplicazione diventa largamente necessaria per avere sicurezze operative e catene logistiche corte. Piuttosto sono gli europei a dover chiudere con una lunga stagione di duplicazioni costose, standardizzando tutto senza tanti giri, viste le tragiche esperienza degli ucraini e dato il fatto che 27 forze armate logisticamente frammentate sono poco utili sia dentro la NATO che in un fantomatico “esercito europeo”.
L’ultima simulazione condotta dal settimanale tedesco “Die Welt” insieme al German Wargaming Center dell’Università della Bundeswehr (le forze armate federali tedesche) tra il dicembre 2025 ed il febbraio 2026, traccia uno scenario di provocazione russa in Lituania con l’ingresso di appena 15.000 uomini che in pochi giorni catturano l’intero paese, mettendo gli altri paesi davanti al fait accompli. Ingrediente politico principale del successo è il venir meno di tre paesi chiave nell’Alleanza: Trump si rifiuta d’invocare l’articolo 5, la Germania esita ad ordinare alla sua brigata corazzata di aprire il fuoco e la Polonia mobilita l’esercito, ma non si muove.
È uno scenario interessante, non tanto perché combina un’operazione ibrida con un Blitzkrieg, ma perché, dando per scontata la reticenza di Trump (per di più verso un alleato esemplare per spesa militare), mette in dubbio non solo la tenuta di una Germania disabituata alla guerra, ma di una Polonia molto meno bellicosa di quanto dichiari. Va però considerato che, dal punto di vista politico, questa è un’ipotesi del caso peggiore e che l’azzardo russo possa fallire non appena si comincia a tirare sulle truppe moscovite.
È vero che le grandi potenze non hanno reagito alla rimilitarizzazione della Saar, all’Anschluss dell’Austria ed alla spartizione della Cecoslovacchia (1935-1938), così come non hanno opposto niente agli omini verdi russi del 2014 in Crimea. Però, a differenza di allora, nel 2022 la risposta è stata molto più forte, imponendo alla Russia costi estremamente alti per guadagni miseri. La risposta agli utili dubbi di questo war game è una maggiore unità politica europea dentro e fuori la NATO, capace d’indurre anche un riluttante grande alleato a riconsiderare i rischi di una Realpolitik ad oggi concreta, divisiva e miope e ad evitare pericolose simpatie per partiti nazional-populisti, incapaci di fare fronte ad una grande potenza.
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