Le guerre che vediamo in corso nel 2026 non si combattono soltanto con le armi. Si combattono con i bilanci pubblici, con le riserve valutarie, con la tenuta dei mercati del lavoro e con la disponibilità delle popolazioni a sopportare i costi del conflitto. Un analista macroeconomico che osservi Russia, Ucraina, Israele, Iran e gli effetti di rimbalzo sull'Europa — e sull'Italia in particolare — si trova a leggere una mappa di vulnerabilità che i bollettini militari non mostrano. Proviamo a farlo, con i dati disponibili al marzo 2026.

Russia-Ucraina: l'apparenza inganna

La lettura superficiale dei dati macroeconomici russi suggerisce una tenuta: il debito pubblico sarebbe del 13% del PIL, il deficit federale è contenuto intorno al 2,6%, e la crescita del Pil reale ha raggiunto picchi del 4,9% nel 2024. Queste cifre, però, riflettono quasi interamente la spesa militare, che nel 2025 è arrivata al 7,2% del PIL e assorbe circa il 40% dell'intero bilancio federale. Al netto del complesso militare-industriale, il quadro cambia radicalmente.
La produzione è reale, ma la destinazione militare spiazza quella che andrebbe sugli scaffali dei supermercati. Gli stipendi al complesso militare e industriale corrono, e la penuria sugli scaffali si riflette nell’aumento dei prezzi dell’economia civile, con l’inflazione percepita dei beni non soggetti al controllo pubblico intorno al 15%. Il tasso di riferimento della Banca centrale russa per reprimere la domanda civile è salito fino al 21% prima di essere tagliato al 15,5% nella seconda metà del 2025, strozzando le costruzioni e gli investimenti privati. Il settore dei trasporti segna –1,7%, la manifattura civile è a quota zero. I salari nominali determinano una componente dell’inflazione. Essi crescono per effetto della scarsità di manodopera impiegata o sfuggita nelle operazioni belliche. Il risultato è un'economia militarizzata che è cresciuta di un solo punto percentuale reale nel 2025  e nel 2026 potrebbe peggiorare.

A questo si aggiungono due fattori di fragilità sistemica che i dati di bilancio non catturano. Il primo è la fuga di oltre 700.000 persone dall'inizio della guerra — una perdita di capitale umano qualificato senza precedenti recenti per un'economia avanzata. Il secondo è la crescente difficoltà di reclutamento: i premi di arruolamento sono esplosi e la leva forzata genera attriti sociali che nessuna statistica ufficiale registra apertamente. Le entrate da petrolio e gas, intanto, sono scese da 10.900 a circa 8.700 miliardi di rubli nel 2025, riducendo il margine di manovra del fondo di riserva, impiegato per finanziare la guerra.

Variazione percentuale del PIL reale di Russia e Ucraina, 2022-2025

Elaborazione Centro Einaudi

Sul fronte opposto, l'Ucraina affronta un deficit di bilancio vicino al 19% del PIL e un debito che nel 2025 ha superato il 101%. Queste cifre sarebbero insostenibili per qualsiasi economia nel tempo di pace. In tempo di guerra, però, sono compensate da un flusso di aiuti occidentali che nel 2025 ha raggiunto i 52 miliardi di dollari — una somma rilevante quasi un quinto dell'intero PIL prebellico del paese. Le riserve valutarie sono cresciute del 29% a 57 miliardi di dollari, il tasso di abbattimento dei missili russi supera il 60% e la capacità di proiezione militare in territorio russo è aumentata nel corso dell'anno.
Parallelamente, gli investitori esteri hanno avviato operazioni nel settore delle costruzioni difensive e della ricostruzione infrastrutturale.
Il quadro che emerge, dunque, è diverso da quello che le narrative contrapposte suggeriscono. La Russia non è un blocco monolitico: la sua solidità finanziaria è circoscritta al perimetro militare, mentre l'economia civile è sotto pressione crescente. L'Ucraina non è sull'orlo del collasso: la sua debolezza fiscale è strutturale, ma la sua liquidità operativa dipende da una fonte che, finché garantita, risulta quasi illimitata — la solidarietà politica degli alleati occidentali.

Principali indicatori macroeconomici del conflitto Russia-Ucraina (2022-2025)

Fonti: Rosstat, CBR, Ukrstat, NBU, FMI WEO 2025, BERD, KSE Institute.

Israele e Iran: un conflitto che i conti non possono sostenere a lungo

Il confronto tra Israele e Iran tende a essere letto come contrapposizione tra un'economia solida e un'economia fragile. Il dato è corretto, ma incompleto. Entrambi i paesi stanno consumando risorse a una velocità che, in prospettive differenti, rende la guerra economicamente insostenibile nel medio periodo.
L'economia israeliana ha mostrato nel 2025 una crescita del 3,1% in termini reali, ma la lettura annuale nasconde una volatilità significativa. Il secondo trimestre ha registrato una contrazione del 4,6% in ragione d'anno, in coincidenza con la cosiddetta guerra di giugno contro l'Iran, con la mobilitazione di oltre 300.000 riservisti e gli attacchi missilistici al territorio israeliano. Il rimbalzo del terzo trimestre (+11,1% annualizzato) riflette il recupero della spesa repressa — una buona notizia congiunturale che non elimina il problema strutturale.
Il costo cumulato delle operazioni militari dal 7 ottobre 2023 è stimato dalla Banca d'Israele in circa 68 miliardi di dollari. Per il 2026, il governo ha già presentato una richiesta di spesa per la difesa di 45 miliardi. I settori che storicamente trainano la crescita israeliana — costruzioni e turismo — sono in forte difficoltà: le costruzioni hanno perso circa il 5% nel 2025, gli arrivi internazionali sono calati del 15%. Forse il dato più significativo sul piano finanziario è il downgrade di S&P da A+ a BBB+: un cambio di rating che alza il costo del debito e costringe a una manovra fiscale restrittiva su una popolazione che ha già sopportato i danni diretti della guerra. La combinazione è politicamente delicata.

Quadro macroeconomico comparato: Israele e Iran (2025)

Fonti: CBS, Bank of Israel, SCI, CBI, FMI WEO ottobre 2025, SIPRI. *Stima soggetta ad alta incertezza per i controlli sui capitali vigenti in Iran.

Il caso iraniano presenta un profilo diverso. Il PIL reale è cresciuto nel 2025 di appena lo 0,6%, con un'inflazione al 43,3% e un rial che ha perso il 40% del suo valore nei dodici mesi. L'economia iraniana dipende quasi interamente dalle esportazioni petrolifere — scese a 1,2 milioni di barili al giorno da 1,8 milioni del periodo pre-sanzioni 2018 — per finanziare il bilancio pubblico. I mercati dei capitali internazionali sono inaccessibili, il rating sovrano è inesistente.
Ma la fragilità iraniana è vincolata da obblighi di spesa rigidi che non possono essere tagliati senza conseguenze politiche interne. Il regime deve pagare stipendi alle forze armate, funzionari pubblici e servizi essenziali. Deve mantenere, e in alcuni casi aumentare, i trasferimenti ai proxy regionali (Hezbollah, Houthi, Hamas) stimati tra i 3 e i 5 miliardi di dollari l'anno. Deve soprattutto onorare le pensioni ai veterani della guerra Iran-Iraq del 1980-1988: centinaia di migliaia di aventi diritto, una promessa politica che nessun governo iraniano ha sinora potuto disattendere. Le riserve valutarie disponibili sono stimate a circa 30 miliardi di dollari — l'8% del PIL. Con un deficit al 5,4%, questa soglia si consuma in pochi mesi di operazioni ad alta intensità.
La tesi che le guerre siano decise dai politici ma sostenute dalle economie trova in questo contesto la sua verifica più chiara. Israele dispone di risorse superiori, accede ai mercati, riceve 36 miliardi di dollari di sostegno americano dal 2023. Ma il suo spazio fiscale si restringe e la popolarità di nuove misure di austerità è difficile da garantire in tempo di guerra. L'Iran ha poche risorse, riserve contate e un sistema produttivo compromesso. Entrambi si trovano di fronte a vincoli economici che la retorica politica tende a sottovalutare.

 

A sinistra: spesa per la difesa in percentuale del PIL (2025). A destra: riserve valutarie in miliardi di dollari (2025). Fonti: FMI, Bank of Israel, CBI, NBU, CBR, elaborazioni Centro Einaudi.

L'Italia, le guerre e la trappola della crescita povera

Guardare all'Italia in questo contesto richiede di tenere insieme due livelli di analisi: il canale di trasmissione diretto dei conflitti sull'economia italiana, e il problema strutturale preesistente che le guerre rendono più visibile.
Il PIL italiano nel 2025 è cresciuto dello 0,5% in termini reali e per effetto dell’accelerazione di fine anno la crescita acquisita è appena 0,3% — un dato modesto che rende il ciclo estremamente sensibile agli imprevisti congiunturali. Il primo è l'effetto energetico: l'Italia importa circa il 60% del suo fabbisogno, e ogni incremento di 10 dollari al barile di petrolio (in media annuale e non per un mese solo) si traduce in una riduzione stimata dello 0,2% del prodotto interno, attraverso margini compressi per le imprese industriali e potere d'acquisto eroso per le famiglie. Il secondo è l'effetto Germania: il principale partner commerciale italiano non sta riprendendo quota come prima ed è in mezzo a una ristrutturazione che entra nel quarto anno: per questo la domanda estera netta ha sottratto 0,7 punti percentuali alla crescita italiana nel 2025 ed è urgente che le esportazioni italiane trovino sbocchi nei nuovi mercati senza aspettare il rialzarsi della Germania. Il terzo è l'effetto incertezza: quando il futuro è opaco – come quando ci sono le guerre - le imprese rinviano gli investimenti e le famiglie accumulano risparmio precauzionale.
Questi tre processi incanalano debolezza congiunturale nella macchina che produce il Pil italiano. Il problema strutturale è più complesso ancora delle guerre. Il ciclo degli investimenti in costruzioni, alimentato per anni dagli incentivi del Superbonus e poi dal PNRR, si sta esaurendo: la componente costruzioni segna ancora +2,4% nel 2025, ma si tratta di inerzia, non di dinamica nuova. L'industria in senso stretto è cresciuta solo di un modesto 0,3%, i servizi di altrettanto.

Il punto critico è la composizione degli investimenti. L'Italia destina all'attività di ricerca e sviluppo circa l'1,3% del PIL, contro una media dell'area UE del 2,3% e valori superiori al 3% nei paesi nordici e in Germania. Questa distanza è forse il maggiore fattore che spiega il differenziale di produttività tra l'economia italiana e quelle dei suoi colleghi europei. Il riarmo europeo — che prevede 800 miliardi di euro in quattro anni — apre uno spazio industriale per l'Italia, la cui industria della difesa ha già registrato nel 2025 un record storico di esportazioni (1.923 milioni di TIV SIPRI, 6° posto mondiale). Ma questa opportunità rimane circoscritta se non si accompagna a una più ampia riconversione degli investimenti verso la ricerca, il software e l'intelligenza artificiale applicata alla manifattura.
La terziarizzazione in corso nell'economia italiana non è quella di tipo avanzato — servizi alle imprese ad alto valore aggiunto, finanza, consulenza tecnologica — bensì prevalentemente di tipo basso: ristorazione, turismo, commercio al dettaglio. Settori che impiegano lavoro a bassa qualifica e generano valore aggiunto per addetto della metà della media manifatturiera. Aggiungere costruzioni a questa traiettoria significa consolidare una crescita che, pur positiva, non avvicina l'Italia ai livelli di benessere delle economie più avanzate del continente.

L'economia come specchio della guerra

Due conflitti, due letture economiche che convergono su un punto comune: la sostenibilità non è mai assoluta, è sempre relativa. La Russia regge perché il suo debito è basso (come eredità del passato) e il petrolio fa ancora affluire ricavi (sempre meno), ma l'economia civile è sotto pressione e le riserve del fondo sovrano si erodono. L'Ucraina non collassa perché la solidarietà degli alleati compensa la debolezza finanziaria e fiscale strutturale: questa solidarietà ha una componente politica che non ne assicura la garanzia in eterno, ma siccome vale lo 0,26% del PIL Ue essa è ampiamente sostenibile senza spiazzare la spesa interna europea.
Israele può durare più a lungo dell'Iran sul piano finanziario, ma deve fare i conti con il downgrade sovrano, con i settori produttivi più importanti per l’occupazione generale congelati dalla guerra e con la necessità di una manovra restrittiva che la popolazione accetterà con difficoltà crescente. L'Iran ha riserve contate in mesi, un accesso ai mercati quasi nullo e obblighi di spesa — dagli stipendi alle pensioni dei veterani della guerra Iran-Iraq — che nessun governo può disattendere senza perdere consenso interno.

Per l'Italia, i conflitti in corso non sono solo uno shock esogeno di domanda e di prezzo dell'energia. Sono anche un granellino in più in un meccanismo produttivo fragile, che deve scegliere: se continuare a crescere per inerzia — con costruzioni, terziario di bassa qualità, incentivi fiscali — oppure compiere la transizione verso un'economia della conoscenza. Il tempo di quella scelta non è indefinito e un’economia a base tecnologica sarebbe più resiliente agli shock delle guerre.

 

Note metodologiche. I dati di PIL utilizzati fanno riferimento al FMI World Economic Outlook ottobre 2025 e agli istituti statistici nazionali (Rosstat, Ukrstat, CBS Israele, SCI Iran, ISTAT). I dati sulle esportazioni di armamenti sono espressi in SIPRI Trend Indicator Values (TIV), che misurano la capacità militare trasferita e non i prezzi di mercato. I valori per l'Ucraina includono le stime di finanziamento esterno come equivalente di riserva. Le stime iraniane sono soggette a incertezza per effetto dei controlli sui capitali e dell'opacità del sistema di reportistica statistica. L'autore scrive a titolo indipendente.

 

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