Il 12 aprile 2026 gli ungheresi hanno voltato pagina. Con una maggioranza superiore ai due terzi dei seggi Péter Magyar e il partito Tisza hanno rimosso Viktor Orbán dopo sedici anni di governo ininterrotto. Il 78% degli aventi diritto è andato a votare per svoltare e rimuovere l'erosione dello Stato di diritto, la poca trasparenza sistemica percepita, nonché l'allineamento con Mosca. Ma c’è di più. Il fallimento dell'Orbanomics, il modello "non ortodosso" che il premier uscente aveva introdotto, ha fallito il confronto con lo sviluppo dei paesi vicini: l’Ungheria ha fatto peggio su tutti gli indicatori che contano: crescita del tenore di vita, salari, debito pubblico, convergenza verso la media europea.
Questo articolo confronta - in base ai dati di Eurostat, Banca Mondiale, FMI e OCSE - Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e i tre Stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) con l'Ungheria lungo l'intero arco del governo Orbán: dal 2010 al 2025.

Le tre fasi dell’esperimento

2010–2012: crisi ereditata e riforme spericolate

Orbán prende il potere nel 2010 con un'economia in ginocchio: nel 2009 il PIL era crollato del 6,8%, il disavanzo sfiorava il 4% del PIL con Budapest che aveva dovuto ricorrere a un pacchetto di salvataggio da 20 miliardi di euro presi in prestito da FMI e Commissione europea. Il nuovo governo inventa l’aliquota flat al 16% sull'IRPEF (poi ridotta al 15%), nazionalizza i fondi pensione privati (13 miliardi di dollari) riducendo il debito pubblico, impone imposte straordinarie sui settori dominati dal capitale estero – banche, energia, telecomunicazioni- facendo storcere il naso sia alla Commissione Ue che ai mercati finanziari: nel 2011-12 il debito ungherese viene infatti declassato a junk.

2013–2019: la stagione del panem et circenses

Con la correzione fiscale del 2012 l'economia si stabilizza e nel secondo quinquennio arriva l’espansione: la crescita media annua si attesta intorno al 3,5-4%, la disoccupazione scende dall'11,2% del 2010 al 3,4% del 2019, il debito pubblico scende dall’80% del PIL al 65%. Questo breve periodo produsse l’illusione (non solo in Ungheria) della prova del successo della strana ricetta. La realtà è che l'espansione di quegli anni fu favorita da fattori esogeni: l'afflusso di fondi UE (la maggiore percentuale di PIL tra tutti i paesi beneficiari, con una media del 3,2% annuo nel 2014-20), il boom dell'industria automobilistica tedesca di cui l'Ungheria era assemblatore (Audi, Mercedes, BMW), per ragioni di costo del lavoro ultra basso, più il ciclo espansivo globale. Il modello non produsse però produttività sistemica; si limitò a beneficiarne.

2020–2025: i nodi vengono al pettine

Il Covid-19 apre la terza fase. Nel 2020 il PIL ungherese cade del 4,3%, più della media regionale. La ripresa post-pandemica arriva ma è brevissima: già nel 2023 il PIL torna in territorio negativo (-0,8%) e  l'Ungheria subisce una recessione tecnica due volte nel biennio 2023-24, con la crescita nel 2024 e nel 2025 che resta sotto l'1% (la sindrome dello “zero virgola”). In parallelo, il conflitto continuo con la Commissione UE porta al blocco di circa 18 miliardi di euro di fondi strutturali, l'inflazione letteralmente esplode oltre il 25% – il picco più alto dell'intera Unione europea – mentre il fiorino perde oltre un terzo del suo valore contro le maggiori valute in un decennio. Ed è con questi numeri che Orbán si presenta al giudizio delle urne.

I dati del confronto

PIL pro capite a parità di potere d'acquisto (% della media UE)

La tabella mostra il percorso di convergenza – o mancata convergenza – verso la media europea per ciascun paese del campione. L'Ungheria era la più ricca del gruppo nel 2010, escludendo la già avanzata Repubblica Ceca. Nel 2024 è stata superata da Polonia, Estonia e Lituania, mentre la Romania – storicamente tra i più poveri d'Europa – l'ha raggiunta e scavalcata nel 2023 (78% vs 76% della media UE). Il divario con la Lituania, partita da un livello inferiore, si è invertito nel giro di un decennio.

Fonte: Eurostat (prc_ppp_ind). Dati in PPS (Purchasing Power Standards), media UE27=100. Elaborazione dell'autore.

 Crescita del PIL reale per anno

Il 2023 è l'anno della resa dei conti: mentre la Polonia registrava una crescita sostanzialmente piatta ma positiva (+0,1%), la Repubblica Ceca frenava leggermente (-0,4%) e la Slovacchia accelerava (+1,6%), l'Ungheria cadeva dello 0,8%. La crescita cumulata nel periodo 2010-2024 stima una progressione del 17% per l'Ungheria contro il +60% polacco. La Polonia è oggi la sesta economia dell'UE per PIL: un risultato che si deve a istituzioni stabili, alta istruzione e utilizzo efficiente dei fondi europei.

Fonte: Eurostat, Banca Mondiale. Variazioni % a prezzi concatenati.

 Disoccupazione

Il calo della disoccupazione è il principale argomento dei sostenitori di Orbán. La performance è positiva: dall'11,2% del 2010 al 3,4% del 2019. Tuttavia, come sottolineano i ricercatori dell'Accademia ungherese delle scienze, circa il 4% della forza lavoro è stata impiegata nei programmi di lavoro sociale (közmunka), con retribuzioni inferiori al salario minimo legale e con ore effettive di lavoro quasi nulle. Al netto di questo fattore statistico, la disoccupazione effettiva nel 2018 era più vicina al 7% che al 4%, e dal 2022 il tasso di disoccupazione è tornato a salire.

Fonte: Eurostat - Tasso di disoccupazione standardizzato, % della forza lavoro.

 Salari e redditi

L'Orbanomics non ha difeso neppure i salari e i redditi degli elettori, nonostante la generosità della flat tax. Nel 2024, il salario medio annuo lordo in Ungheria è stato di circa 18.500 euro, terz'ultimo nell'UE (davanti soltanto a Bulgaria e Grecia). La quota dei salari sul PIL è sistematicamente calata nell'era Orbán, fatto unico nella regione. Le ragioni strutturali sono note: sindacati deboli (con un tasso di sindacalizzazione di appena il 7%, tra i più bassi dell'UE), mercato del lavoro dominato da industrie di puro assemblaggio a basso valore aggiunto, modesti investimenti in ricerca, sviluppo e capitale umano. L'Estonia, partita da un livello simile, oggi paga in media 27.000 euro l'anno.

Fonte: Eurostat, OSW Centre for Eastern Studies. Salario lordo annuo medio, € correnti 2024.

Oltre il PIL: produzione industriale, inflazione, borse

Produzione industriale

L'economia ungherese, come detto, si è specializzata nell'assemblaggio automobilistico: Audi, Mercedes e BMW hanno impiantato stabilimenti che determinano il 25% delle esportazioni, mentre manca l’industria media leggera che ha fatto per esempio la differenza in Italia. Questo modello funzionava quando la filiera automobilistica tedesca prosperava; ha cessato di farlo quando l'industria tedesca è entrata in crisi, trascinata dalla transizione elettrica e dalla concorrenza cinese, sia in Cina che in Europa. Nel 2023-2025, la produzione industriale ungherese ha subito un calo del 3,5% su base annua, mentre le esportazioni sono state ferme. Il paese non ha mai investito a sufficienza per salire nella catena del valore: la quota di valore aggiunto interno nelle esportazioni lorde ungheresi era attorno al 50% nel 2010-2020, contro il 60% ceco e il 70% rumeno. Ospitare transplant senza fare ricerca paga solo se la domanda cresce, senza flettere mai.

Inflazione: il caso estremo

Il capitolo più difficile dell'Orbanomics è l'inflazione. In vista delle elezioni dell'aprile 2022 il governo introdusse una vasta manovra di stimolo fiscale (stimata al 2,2% del PIL), finanziata in parte erodendo l'indipendenza della banca centrale. Il risultato è stata l'inflazione del 25% nel 2023 – la più alta dell'Unione europea. I controlli temporanei sui prezzi di alcune categorie di beni (carburante, alimenti) si sono rivelati, come sempre, inefficaci e distorsivi. L'iperinflazione ha eroso i salari reali e ha lasciato un tasso di riferimento della banca centrale al 6,5% a fine 2024, il più alto dell'UE, che ha compresso ulteriormente gli investimenti.

Mercati azionari

L'indice BUX della Borsa di Budapest ha avuto una performance positiva in termini nominali nel periodo 2010-2024, ma al netto dell'inflazione e del deprezzamento del fiorino i rendimenti reali in valuta forte sono stati decisamente modesti rispetto ai benchmark regionali. Il WIG20 polacco (pur con le sue turbolenze) ha mostrato una capitalizzazione di mercato in forte espansione, riflettendo la maggiore profondità del tessuto imprenditoriale locale. La Polonia ha sviluppato una borsa valori – la più grande dell'Europa centrale – con oltre 400 società quotate; la capitalizzazione di Varsavia supera quella di Budapest di circa sei volte, mentre il rapporto tra le economie è di quattro a uno.

Scorecard finale

La tavola seguente sintetizza il confronto su tutti gli indicatori principali, con un giudizio relativo rispetto al benchmark regionale.

Elaborazione dell'autore su fonti Eurostat, Banca Mondiale, FMI, OSW Centre for Eastern Studies.

Su otto indicatori considerati, l'Ungheria ne sotto-performa cinque rispetto alla media regionale, ne eguaglia uno (disoccupazione, con forti dubbi statistici) e non primeggia in nessuno.

Perché il modello ha fallito

L'Orbanomics ha combinato tre vizi strutturali. Primo, l'estrazione di rendita: il sistema di appalti pubblici è stato il principale meccanismo di arricchimento della élite capitalista, mentre il capitalismo autentico si basa sull’innovazione, il rischio e il mercato. Le rendite riducono i rischi per chi se ne appropria ma non fanno crescere la torta dell’economia generale. Una lezione che vale anche per altri paesi che aspettano o rinviano la riduzione delle rendite. Secondo, la dipendenza da fondi esogeni: sia i fondi UE sia il capitale straniero (automobilistico e, più recentemente, cinese con le gigafactory di batterie), che hanno mascherato la debolezza della propensione interna all’investimento produttivo innovativo. Anestetizzati dai soldi esteri, gli imprenditori non hanno investito in ricerca e sviluppo. Quando i fondi UE sono stati congelati – circa 18 miliardi di euro bloccati dalla Commissione a causa delle violazioni dello Stato di diritto – la crescita si è dissolta. Terzo, il ridotto investimento nel capitale umano: le spese in ricerca e sviluppo e in istruzione superiore sono rimaste sistematicamente al di sotto della media UE, alimentando una fuga di cervelli che tra il 2010 e il 2025 ha portato circa 367.000 ungheresi a lasciare definitivamente il paese.

La parabola ungherese è stata descritta come un «picco insulinico», alimentato da energia russa a buon mercato, ciclo globale favorevole e trasferimenti europei, a cui è seguita la crisi strutturale dovute alle debolezze preesistenti, sommate alla inappetenza per il rischio e l’investimento autentico. Il paragone con la Polonia è illuminante: Varsavia ha costruito istituzioni affidabili, ha migliorato l’indipendenza del sistema giudiziario e ha visto crescere una classe imprenditoriale che si è aperta ai mercati globali. La produttività del lavoro polacca è cresciuta del 40% tra il 2010 e il 2024; mentre quella ungherese resta circa il 30% sotto la media UE.

Cosa si prospetta

Con Péter Magyar al governo, l’economia riceverà come primo dividendo immediato lo sblocco di una parte dei 18 miliardi di euro di fondi europei congelati – circa il 10% del PIL nominale ungherese – che darà impulso agli investimenti, tuttavia prevalentemente pubblici. Ripristinare una economia di mercato non più basata su elìte oligarchiche ma su imprenditori che investano nell’innovazione richiederà mesi, se non anni.
La usuale generosità pre-elettorale dell'ultimo anno di Orbán (con spese e bonus aggiuntivi del 2,2% del PIL) ha lasciato le finanze pubbliche fragili. L'istruzione e la ricerca – il tallone d'Achille dell'economia – richiedono investimenti pluriennali per produrre rendimenti. Il mercato del lavoro sente la pressione del brain drain accumulato negli anni. La mera rimozione delle distorsioni politiche più acute potrebbe non bastare a riportare l'Ungheria su un sentiero di convergenza più robusto, se non in tempi medi.

Un sistema di illiberalismo economico può reggersi finché i capitali stranieri e i fondi pubblici altrui ne finanziano le carenze. Quando quei rubinetti si chiudono, rimane solo la struttura che è stata costruita: istituzioni fragili, produttività bassa, cervelli emigrati, inflazione alta, rentier e non imprenditori. È questo il conto che gli ungheresi hanno presentato il 12 aprile. La Lituania era partita dal 59% del pil pro capite europeo a parità di potere di acquisto nel 2010, arrivando al 90% nel 2024. L’Ungheria era la prima delle economie regionali, partiva dal 65%, e in 14 anni è arrivata al 77% terzultima dei comparables.

 

I dati citati nel testo fanno riferimento alle basi dati Eurostat, FMI World Economic Outlook, Banca Mondiale, OSW Centre for Eastern Studies (marzo 2026), Capital Economics e xpert.digital (aprile 2026).

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