C’è una regola non scritta nelle guerre del Medio Oriente: chi entra nel pantano, dal pantano non esce a piacimento. Lo sanno gli inglesi, che nel 1956 a Suez persero un impero. Lo sanno i sovietici, che in Afghanistan bruciarono il prestigio di una superpotenza. E dovrebbero saperlo gli americani, che in quella regione hanno già combattuto due guerre senza vincerne nessuna. La prima, nel 1991, liberò il Kuwait ma non portò la democrazia alle monarchie del Golfo. La seconda, nel 2003, rovesciò Saddam e consegnò l’Iraq a un governo che, vent’anni dopo, non controlla il territorio e convive con milizie che rispondono a Teheran. Adesso siamo alla terza. E questa volta gli americani si sono infilati nel pantano dalla prima ora, tagliandosi alle spalle la possibilità di fare da arbitri.
Nella guerra dei dodici giorni del 2025, l’intervento di bombardieri americani era servito a stabilire un punto fermo. Israele aveva agito da solo senza raggiungere i risultati sperati. Le super bombe che centrarono i depositi di uranio – nel frattempo svuotati, come la CIA suppose – permisero a tutti di dichiarare vittoria: Israele aveva neutralizzato la minaccia atomica, l’Iran aveva resistito all’aggressione. Un meccanismo classico: il colpo spettacolare che consente a ciascuno di salvare la faccia. Quell’intervento fu provvidenziale anche per l’economia israeliana, i cui settori portanti – costruzioni e turismo – sono i primi a soffrire quando si combatte.
Ora il quadro è diverso. Alla base di questa crisi c’è un errore di valutazione: pensare che basti decapitare un regime per vederne nascere un altro amichevole. Funziona, forse, con il Venezuela, dove il tessuto dello Stato è fragile. Non funziona con l’Iran. L’Iran è un Paese di 92 milioni di abitanti, la terza riserva petrolifera del pianeta con 208 miliardi di barili – l’undici per cento delle riserve mondiali. Produceva circa 3,3 milioni di barili al giorno, ne esportava oltre un milione e mezzo, per 43 miliardi di dollari l’anno. È una potenza energetica, industriale e militare con una struttura di potere che non somiglia a nessuna dittatura che l’Occidente abbia mai pensato di abbattere con una campagna aerea.
Il vertice del potere iraniano non è una sola persona. È un sistema. Al centro ci sono i Pasdaran: almeno 150.000 uomini in armi, più le decine di migliaia della milizia Basij. I Pasdaran non sono solo un esercito: sono un impero economico che controllerebbe oltre la metà del PIL iraniano. Costruiscono dighe, raffinerie, oleodotti. Gestiscono banche, telecomunicazioni, aeroporti. Nel 2025, Teheran ha proposto di destinare oltre metà dei ricavi energetici – circa 12 miliardi di euro – al bilancio militare. Sono ciò che la Guardia Pretoriana era per Roma: il pilastro della verticalità del potere. Solo che a Roma i pretoriani difendevano un imperatore; a Teheran difendono un intero sistema teocratico diventato anche sistema economico e finanziario.
Milioni di persone hanno qualcosa da perdere dal crollo del regime. Non perché lo amino, ma perché ne dipendono. E non hanno un leader a cui riferirsi: i dittatori sopprimono gli oppositori perché sanno che senza un pivot le rivoluzioni non funzionano. Fu Khomeini nel 1979, fu Mandela in Sudafrica, fu Wałęsa in Polonia. In Iran, oggi, non c’è nessuno. La gente, anche se insorgesse, è disarmata. E l’Iran ha ricevuto dalla Cina le tecnologie di sorveglianza di massa, trasformandosi in una dittatura digitale che rende ogni organizzazione clandestina quasi impossibile. Il cambio di regime è un miraggio. E intanto il prezzo si paga.
Lo Stretto di Hormuz, largo appena 34 chilometri tra Iran e Oman, è il collo di bottiglia dell’energia mondiale. Nel 2025 ci transitavano 20 milioni di barili al giorno: il venti per cento del consumo globale, un quarto del commercio marittimo di greggio. Attraverso quello stretto passa anche un quinto del gas naturale liquefatto mondiale. L’84 per cento di quel petrolio andava in Asia. Dal 28 febbraio 2026, il traffico si è azzerato. Maersk, CMA CGM, Hapag-Lloyd hanno sospeso i transiti. Oltre 150 navi sono ancorate in attesa. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile.
Prezzo del Brent nell'ultimo mese (aggiornato al 9/3/26)

Il gas al TTF olandese è passato da 31,9 a oltre 54 euro per megawattora. Il diesel è raddoppiato. Le scorte europee sono ai minimi di fine stagione: 46 miliardi di metri cubi a fine febbraio 2026, contro i 60 del 2025 e i 77 del 2024. Il Qatar, che fornisce il 12-14 per cento del gas liquefatto europeo, ha dichiarato lo stato di forza maggiore dopo gli attacchi iraniani alle sue infrastrutture. Macron vuole una coalizione militare per proteggere le rotte del Golfo, mentre Sánchez studia misure per famiglie e imprese. Ma la verità è che l’Europa, dopo aver ridotto la dipendenza dal gas russo, si ritrova esposta a un’altra crisi che non dipende da lei. Un aumento di 15 dollari al barile (in media annuale, rispetto alle ipotesi di baseline dei modelli, tutte sotto i 60 dollari) può aggiungere mezzo punto all’inflazione europea. Ogni mese a 100 dollari aggiunge 5 dollari alla baseline. In tre mesi, la frittata è fatta. La BCE, che prevedeva l’1,9 per cento nel 2026, potrebbe dover rivedere tutto. La parola che nessuno voleva sentire è tornata: stagflazione.
Negli Stati Uniti il conto si accumula. Il New York Times stima il costo dell’operazione: un miliardo e mezzo di dollari al giorno. La benzina, sotto i tre dollari al gallone prima del conflitto, ha superato i 3,41 in una settimana – il balzo più rapido dal marzo 2022. Trump, che si era vantato di averla portata sotto i 2,30, si ritrova con un boomerang. Il Dow Jones, da 50.000, è sceso a 47.000. L’economia ha perso 94.000 posti di lavoro, di cui 12.000 nell’industria che i dazi avrebbero dovuto far rifiorire. I 150 miliardi di dazi da restituire alle aziende vincitrici alla Corte Suprema gonfiano il deficit. La grande crescita era trainata dall’intelligenza artificiale, ma l’IA divora energia e non reagisce bene a una crisi di petrolio e gas. La borsa, che finanzia tutto, sta già correggendo.
Trump si è dato quattro settimane. Dopo nove giorni, l’economia mondiale è già allarmata. Sono passati trenta dei centocinquanta giorni dei dazi provvisori. Il partito repubblicano guarda alle elezioni di medio termine con ansia: i Maga potrebbero essere i primi a far pagare il tradimento dell’agenda America First, che prometteva di occuparsi degli americani, non di bombardare l’Iran. Intanto l’Occidente sta per ringraziare i russi: le petroliere nomadi cariche di greggio sanzionato diventano le scorte strategiche di tutti, pagate cento dollari al barile invece di quaranta. E così la tregua in Ucraina per fine delle risorse russe si allontana.
Nel resto del mondo, il Qatar ha fermato anche la produzione di elio – il 40 per cento di quella mondiale, indispensabile per i semiconduttori. Il Giappone, che importa il 95 per cento del greggio dal Golfo, ha chiesto di sbloccare le riserve strategiche. L’India, che dipende al 60 per cento dal Medio Oriente per il petrolio, riacquisterà il petrolio russo. In Bangladesh ci sono le code ai distributori e il razionamento è iniziato.
Tutte le guerre hanno in comune una cosa: la distanza tra le intenzioni di chi le comincia e i risultati che producono. Questa avrebbe dovuto liberare il Golfo dall’incubo nucleare e restituire il destino degli iraniani nelle loro mani. Per ora è tutto in alto mare – è il caso di dirlo, visto che nello Stretto di Hormuz le navi non passano più.
© Riproduzione riservata







