Mentre scrivo questo intervento tornano a scuola, in presenza anche se frazionati, un milione di studenti italiani della scuola secondaria, fermati a novembre in conseguenza del secondo lockdown. Rientrano a macchia di leopardo, secondo una logica che segue la suddivisione in zone e colori del nostro Paese.

Tra premesse e promesse

Entrare nel dettaglio della macchia sarebbe arduo, anche se volessi limitarmi ai pochi emblematici casi, sia viziosi sia virtuosi. In Lombardia un’ordinanza aveva previsto la chiusura delle scuole superiori fino al 25 gennaio, chiusura poi sospesa da una decisione del Tar, che ha dato il via libera a un rientro in classe per gli studenti delle scuole superiori. Sulla base, infine, dei dati di uno degli ultimi monitoraggi sulla curva dei contagi da parte dell’Istituto superiore di sanità, un’ordinanza del ministro della Salute aveva posto la regione in zona rossa da domenica 17 gennaio, facendo venir meno per i ragazzi e le ragazze (anche di seconda e di terza media) l’ipotesi di rientrare in classe il primo successivo lunedì utile.

Ma nelle ultime ore, come sappiamo, il quadro è di nuovo cambiato.

Sempre il Tar aveva peraltro già avuto un ruolo determinante, in senso positivo, in due regioni, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia: nel primo caso, attraverso la sospensione dell'efficacia di un’ordinanza dell’8 gennaio con cui era stata disposta fino al 23 gennaio 2021 la didattica a distanza al 100% per le scuole superiori. Il ricorso era stato presentato da 21 genitori ed è stato accolto. Nel secondo caso, quello del Friuli Venezia Giulia, il Tar aveva accolto il ricorso presentato da genitori di studenti delle superiori e aveva sospeso l'efficacia dell'ordinanza del 4 gennaio che disponeva la chiusura delle scuole secondarie di secondo grado - con attività solo in didattica a distanza - fino alla fine del mese (per ulteriori approfondimenti cliccate qui).

Gli altri scenari

Non è tuttavia mia intenzione esaurire i caratteri di cui dispongo per una sintesi improbabile della macchia. Negli altri paesi europei, solo a mo' di confronto, lo scenario è simile: in Francia Macron sta valutando l’ipotesi di un nuovo confinement, e in Inghilterra, extra-UE, le scuole sono di nuovo già state chiuse. Per approfondire si può leggere la relazione UE di monitoraggio del settore dell'istruzione e della formazione 2020, dove figurano 27 relazioni sui singoli paesi: il report prende le mosse dai dati quantitativi e qualitativi più aggiornati per presentare e valutare le principali misure programmatiche recenti e in corso di realizzazione in ciascuno Stato membro dell'UE (per ulteriori dati contestuali cliccate qui; e per capire quali alternative si potrebbero applicare alla scuola e al mondo del lavoro, cliccate qui per leggere il modello elaborato da Pietro Terna).

Inseguo una risposta a una questione semplice, che si compone di tre domande in successione tra loro:

  • Che cosa c’era al centro della scuola italiana, prima di Covid-19?
  • Che cosa c’è al centro della scuola italiana, adesso?
  • Che cosa dovrebbe esserci, al centro della scuola, ora e in futuro?

Cercherò di procedere con ordine.

Il tempo che stiamo vivendo è un tempo diviso, ma anche completamente determinato, da “ciò che non c’è più” e “ciò che non c’è ancora”: una storia della scuola si è chiusa – volente o nolente - lo scorso 5 marzo, ma incombe, perché densa di questioni non risolte, non elaborate abbastanza, e che non avremo il tempo di elaborare, perché già stiamo vivendo in un altro tempo, nuovo e soprattutto inedito, per tutti e tutto. Come in ogni fase di transizione, si succedono rese dei conti, trasformazioni, e nuove necessarie legittimazioni. Trovare soluzioni ragionevoli a nuovi dilemmi sullo sfondo di circostanze emergenziali: questa è la sfida da raccogliere. Anche e soprattutto a scuola.

Non si investe sulla scuola

La scuola non produce, si dice, e un confronto comparato su scala europea degli investimenti in formazione (basato sul rapporto tra risorse destinate al settore “education” e Pil) sembra una conferma della rara corrispondenza tra un’opinione e un dato: se, infatti, i valori percentuali sono simili, i valori assoluti descrivono un quadro diverso di quanto (poco) l’Italia ‘metta nel piatto’ della scuola rispetto ad altri stati. Non si investe in settori non produttivi. Immaginiamo tuttavia di prendere sul serio la prima affermazione, e limitiamo la nostra riflessione alla funzione educativa e equitativa della scuola: scuole e musei sono gli organismi che giocano un ruolo chiave all’interno del processo educativo extra familiare.

Perché giustapporre scuole e musei? Cos’hanno in comune? Scuole e musei hanno in comune perlomeno due elementi: entrambi fanno della questione dell’educazione uno stato di necessità, individuale, istituzionale e, in tal senso, sono risorse di apprendimento, svolgono – come dice Socrate a proposito della filosofia – un servizio pubblico, che non si riduce mai a mero esercizio teorico-nozionistico, ma che è sempre soprattutto scambio reciproco in un contesto reale, fisico, e che a volte sporca anche un po'.

La filiera alimentare della cultura

Dunque, scuole e musei sono produttivi, perché sono loro la filiera alimentare della cultura di un paese. E poi sono entrambi anche una apparente ovvietà: sono dei luoghi. Sì, perché noi – scriveva l’antropologo Marc Augé nel 1992 - spesso nostro malgrado o involontariamente, ci troviamo a frequentare anche tutti i giorni dei non-luoghi: autostrade, aereoporti, mezzi di trasporto, centri commerciali, sale d’aspetto, ascensori, cioè tutte quelle aree in cui ci incrociamo senza entrare in relazione gli uni con gli altri.

Zone di passaggio, standardizzate, al cui interno tutto è calcolato con precisione, dove ogni nostra mossa è regolata da specifiche e quasi sempre prescrittive modalità di uso e consumo. I non-luoghi sono zone in cui nessuno abita, nemmeno per lo spazio di qualche ora. Nei non-luoghi siamo tutti clienti. Scuole e musei, invece, sono luoghi, perché sono relazionali, storici, identitari. A scuola e in un museo siamo tutti persone, anzi tutti studenti. Di che cosa, esattamente, Covid-19 ha privato la scuola? La didattica a distanza resa necessaria dal primo lockdown – la DAD - potrebbe non limitarsi a essere solo un momento della didattica integrata digitale. Quali problemi sono stati dunque sottolineati come un evidenziatore dal distance learning nelle sue varie forme (non tutte, peraltro, sterili né inutili)?

L’affaire di tutti

L’Unesco ha stilato una lista dei rischi associati alla chiusura delle scuole che, lungi dall’essere esaustiva, può aiutarci a comprendere perché l’affaire scuola è l’affaire di tutti:

  • Interruzione dell’apprendimento (inteso come possibilità di sviluppo e perfezionamento della persona);
  • Alimentazione (incidenza sia di tipo qualitativo – mens sana in cibo sano, sia di tipo quantitativo – la scuola offre pasti gratuitamente, o a costi contenuti);
  • Difficoltà di gestione dell’e-learning (da parte delle famiglie);
  • Diseguaglianze nell’accesso alle piattaforme digitali (mancanza di connessioni internet, scarsità di dispositivi, assenza di dispositivi);
  • Lacune in tema di custodia dei minori;
  • Costi economici elevati (le assenze dal lavoro e le necessità di baby-sitting causano incidono su risorse stipendiali e produttività);
  • Incidenza meccanica sul sistema sanitario;
  • Tassi di abbandono scolastico (in crescita);
  • Situazioni di fatigue (problemi di concentrazione, attacchi di panico, stress, irritabilità, depressione, apatia)
  • La lista non è esaustiva, ma rende evidente che mai come in questo momento le istituzioni devono ripensare se stesse ripensando la scuola. Ma come? Quali strategie vanno messe in campo per rinforzare il dialogo fra questi due ambiti?

La scuola prende la parola

Nel tentativo di comprendere meglio l’universo della scuola secondaria, una settimana fa ho chiesto alle mie tre nipoti e a una discretamente numerosa lista di figli/figlie di amici la cortesia di restituirmi le loro “impressioni” sulla situazione-scuola-ai-tempi-di-Covid-19, DAD, e simili. L’ho chiesta nella forma breve che preferivano, via mail, messaggi di testo, messaggi vocali. Tra tutti, solo mia nipote maggiore (Cecilia, 25 anni) ha risposto, segnalando – oltre a disagio e stanchezza (sta seguendo un percorso di perfezionamento post-laurea), soprattutto una smisurata gioia per non essere al posto di suo fratello e di sua sorella più piccoli, felice – cito –  di “aver finito la scuola prima di quest’anno sfortunato”. A parte lei, nessuno mi ha risposto. Non considero questo silenzio come un dato negativo o non rappresentativo: piuttosto, lo considero interessante, eloquente di un disagio di cui mi sento corresponsabile, e con cui ci si deve risolvere a fare i conti. Non avrei potuto, insomma e in conclusione, avere risposta più potente alla mia richiesta.

Lo scarto sacrificale

Qualcuno potrebbe comunque sostenere – rubando a Lenin le parole – che “per fare una frittata bisogna rompere delle uova”. La reazione istituzionale e clinica a Covid-19 ha pragmaticamente previsto e, forse, prevedrà ancora uno scarto sacrificale, che tocca direttamente la dimensione educativa e scolastica.

Nel frattempo, però, nella città italiana più in crisi della regione più in crisi, la scuola non è stata zitta, anzi ha preso la parola: per la prima volta - a mia memoria - studenti e studentesse hanno occupato un istituto scolastico (il liceo Manzoni), manifestando per restare dentro alla scuola, e non per rivolgersi altrove. Forse è questo l’effetto paradossalmente più rivoluzionario di Covid-19: gli studenti esistono, vogliono esistere, vogliono essere visibili e visti in molti modi, perché il bello della scuola è quello di essere non un universo unico, ma tanti pluriversi, aperti, molteplici, sfidanti. Le manifestazioni di questi giorni non sono, allora e infine, solo un richiamo alle promesse e alle premesse fondative della scuola, quegli standard di eccellenza che sono all’origine della stessa, ma sono anche e forse soprattutto la richiesta esibita a gran voce di affrontare una loro revisione, di avere il coraggio di cercare strade nuove.

È vero, per fare una frittata bisogna rompere delle uova.
Ma in questo caso le uova parlano, soprattutto pensano, e sta a noi continuare il compito avviato e non terminato da Covid-19: ritrovare la giusta distanza tra ciò che era, ciò che è, ciò che dovrebbe essere.