«Come diceva Haron Wilson in politica un anno è lungo come un decennio. Le cose possono ribaltarsi. E la prova è arrivata proprio da questa tornata amministrativa. Un anno fa a giugno durante un altro test anche più importante dal punto di vista dei numeri, con nove milioni di elettori e 26 capoluoghi al voto, il centrosinistra aveva conquistato la maggioranza dei comuni. Ecco perché dico che bisogna un po’ ricalibrare le cose». Piero Ignazi, politologo di lungo corso – in questi giorni è tornato in libreria con “Il Polo escluso: la fiamma che non si spegne da Almirante a Meloni” edito dal Mulino -, professore Alma mater dell’università di Bologna e chercheur associé al Cevipof di Parigi, invita alla prudenza nel commentare i risultati dell’ultima tornata elettorale.

Professore, tutto vero. Ma è altrettanto innegabile che stavolta il centrodestra abbia conquistato nove capoluoghi su dodici, compresa la roccaforte Ancona che il centrosinistra guidava da 30 anni. Non crede che il vento della destra soffi anche sui comuni?

«Senza dubbio il governo orientato a destra può aver avuto il suo peso rispetto a un anno fa quando c’era un esecutivo diverso. Si sono create insomma alcune condizioni particolari. Ma sempre per ricalibrare le cose ricorderei che più di una sfida si è risolta con distacchi minimi tra i candidati dei due schieramenti».

Quanto può aver pesato sulla sconfitta il Pd giano bifronte: cioè alleato con il Terzo polo in certi comuni e con i 5 Stelle in altri?

«Credo che sia nel ruolo del Pd, asse centrale dell’opposizione, saper catalizzare nel centrosinistra voti sia nell’area più moderata sia in quella più movimentista. Solo così si può creare una coalizione competitiva».

Il politologo Piero Ignazi è in libreria con "Il Polo escluso: la fiamma che non si spegne da Almirante a Meloni" edito dal Mulino

Dunque anche per lei il campo largo è l’unica soluzione?

«Non vedo alternative per creare un pacchetto di mischia capace di opporsi a quello avversario, di fronteggiare la coalizione di centrodestra».

Il leader dei 5 Stelle Conte però la pensa in un altro modo, dice che il Paese si riconquista con un’idea diversa dell’Italia, non con un campo largo. Cosa replica?

«Non capisco dove voglia andare a finire il Movimento 5 Stelle. Con l’approdo di Schlein alla guida del Pd ha perso la sua ragione di essere. Fin tanto che c’era un partito democratico dell’establishment, moderato, come quello rappresentato dalla segreteria Letta, i 5 Stelle avevano un loro raggio d’azione. Ma con un Pd più dinamico, in linea con i movimenti di sinistra questo spazio si riduce se non si azzera».

Molti voti pentastellati sono anche frutto di un voto di protesta non crede?

«Sì rientrano in quella vasta categoria di elettori contrari a tutto, che non si sentono rappresentati, anti istituzionali per convinzione. Un gruppo in crescita, difficile da intercettare, che si sposta. E del quale ha beneficiato alle elezioni di settembre Meloni presentando Fratelli d’Italia come partito lontano dall’establishment».

In realtà il partito più forte, anche a queste amministrative, è stato quello dell’astensione. Un italiano su due ha rinunciato ad andare a votare per il sindaco che, in fondo, rappresenta l’istituzione più vicina ai cittadini. Come si può invertire questa tendenza?

«In effetti il distacco si fa sempre più forte. Soprattutto a sinistra, dove più grande è la frangia degli scontenti, di chi rinuncia a votare. Non so come si possa smuovere questo rocciosa convinzione antipolitica».

Le vittorie di candidati del centrosinistra dalla forte impronta civica come i neo sindaci di Brescia e Vicenza possono essere una soluzione?

«Credo che entrambi abbiamo puntato su una strategia della mimetizzazione. Mi spiego: quello è territorio complicato, fortemente caratterizzato dalla presenza leghista. Una condizione di cui non si può non tener conto in una competizione. Ecco perché i due candidati hanno puntato di più sulla componente civica che su quella partitica. E hanno avuto ragione».

 
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La sconfitta ha favorito il fuoco amico contro la neo segretaria Elly Schlein. Quante responsabilità ha?

«Se le si può fare un’accusa credo sia quella di essere apparsa un po’ pallida in campagna elettorale. Negli ultimi quindici giorni è come fosse sparita quando invece serviva più presenza sul territorio. Una sorta di appannamento dopo un inizio dinamico, scoppiettante nel quale era riuscita a mettere in difficoltà il governo sia sulla tragedia di Cutro sia, più in generale, sul tema dell’immigrazione».

Dopo la vittoria di Meloni la destra si è imposta anche in Finlandia, in Grecia e, a sorpresa, nelle amministrative spagnole, tanto da convincere il premier Pedro Sanchez a convocare le elezioni anticipate a luglio per arginare l’avanzata. C’è un vento che porterà una maggioranza di destra anche al Parlamento europeo tra un anno come adesso?

«Personalmente non ho una spiegazione certa. Ho sentito più interpretazioni del momento ma se ci sia davvero un vento della destra che soffia sull’Europa non saprei dirlo. Ricordo però quel che ripeteva l’ex primo ministro inglese Harold Wilson: un anno in politica è lungo come un decennio. Le cose possono ribaltarsi da un giorno all’altro. Proprio come è accaduto nelle ultime due tornate amministrative: centrosinistra vincente un anno fa e sconfitto adesso».