In una recente dichiarazione pubblica il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha aperto alla possibilità di prevedere salari differenziati su base regionale, per il personale scolastico. La proposta è stata subito travolta da critiche trasversali, animate dal timore per cui una misura di questo tipo porterebbe ad un aumento delle diseguaglianze geografiche.  In realtà, il problema potrebbe essere proprio l’opposto: è la forzata uniformità dei salari nominali che genera disuguaglianze geografiche, a fronte di un costo della vita diverso nelle diverse aree del Paese. Diversi livelli di salari nominali potrebbero così servire ad appiattire le distorsioni economiche, portando ad una maggiore uniformità occupazionale e salariale in termini reali.

Per comprendere i benefici di schemi salariali differenziati sul territorio nazionale, è utile confrontare il caso italiano con quello tedesco, a partire da uno studio firmato dagli economisti Boeri, Ichino, Moretti e Posch (link allo studio).

Le analogie tra Cosenza e Turingia

I due paesi europei sono caratterizzati da differenze territoriali simili per quanto riguarda il tessuto produttivo. In Italia la differenza media di produttività tra le imprese collocate nel nord e quelle nel sud del Paese è di circa il 17%. In Germania, una simile divergenza (22%) esiste invece tra le imprese collocate nelle province dell’ovest e quelle nell’est. Nel 2014, un’impresa tipica di Milano è risultata essere più produttiva di circa il 71% rispetto ad una impresa tipica di Cosenza. Una divergenza comparabile a quella che esiste tra un’impresa tipica di Monaco, a ovest, e una collocata nella regione della Turingia, ad est.

Due Paesi allo specchio
Due Paesi allo specchio
Produttività media su base provinciale nel 2010 - Fonte: Boeri et al. (2021)

A fronte di tale diversità nei livelli di produttività sul territorio nazionale, i due Paesi adottano però schemi di contrattazione salariale profondamente differenti. In Italia, i contratti nazionali coprono circa il 97% dei lavoratori dipendenti e il 99% delle imprese, lasciando pochi margini di contrattazione all’interno delle singole aziende. Per esempio, nel settore delle costruzioni il costo del lavoro orario tra imprese collocate in diverse province può variare in media di soli 0,62 euro, a fronte di un costo del lavoro orario totale di circa 23 euro. Al contrario, in Germania a partire dal 1995 le imprese godono di ampi spazi di contrattazione salariale.

Le conseguenze di impostazioni così diverse sono evidenti. In Italia, la differenza media tra i salari nominali nel nord e nel sud del Paese è di circa il 4%. In Germania la differenza tra i salari nominali nell’ovest e nell’est è invece di circa il 28%.

A fronte di simili divergenze territoriali in termini di produttività, le differenze nei salari nominali sono quindi molto più pronunciate in Germania che in Italia. Le imprese tedesche operanti in area meno produttive del Paese possono aggiustare i salari nominali al ribasso, mentre in Italia tutte le imprese devono offrire gli stessi salari nominali – o eventualmente differenziare al rialzo – indipendentemente dalla produttività media del territorio in cui operano.

Gli effetti del disallineamento

Un tale disallineamento tra i salari nominali e la produttività media ha principalmente due implicazioni. La prima consiste nel fatto che molte imprese operanti in aree a bassa produttività non hanno in media la possibilità di offrire i livelli salariali previsti dai contratti nazionali – se non al costo di operare in perdita. Le aree a bassa produttività del Paese sono così anche quelle dove osserviamo i più alti tassi di non-occupazione. La relazione tra produttività e non-occupazione in Germania è invece meno marcata, in quanto i salari dei lavoratori tedeschi possono essere aggiustati su base geografica, lasciando alle imprese la facoltà di offrire salari più bassi, in base alla produttività media del territorio in cui operano.

 

La seconda conseguenza di un disallineamento tra salari nominali e produttività media è che i salari reali – quelli che tengono cioè conto del potere di acquisto – nel nostro Paese sono relativamente più alti nelle zone meno produttive. Questo risultato, principalmente trainato dal costo abitativo, è invece invertito in Germania, dove i salari reali sono più alti nelle zone più produttive nel Paese.

Più conveniente lavorare al Sud

In Italia assistiamo così ad un (dis)equilibrio per cui è più conveniente lavorare al sud, benché le probabilità di impiego siano più alte al nord. In attesa di trovare un’occupazione nelle regioni meridionali del Paese, molte persone in età lavorativa rimangono così non-occupate. Il costo della non-occupazione viene infatti compensato dalla prospettiva di trovare un impiego in quelle regioni, e di sfruttare poi il più alto potere di acquisto derivante da salari nominali sproporzionalmente alti.

Ma cosa succederebbe se adottassimo in Italia lo stesso schema contrattuale attualmente in uso in Germania? Secondo le simulazioni degli autori dello studio, il salario nominale medio nelle regioni del Sud diminuirebbe di circa il 6%, e il tasso di occupazione aumenterebbe di circa 13 punti percentuali. A livello nazionale, i salari nominali aggregati aumenterebbero di circa l’8%, mentre il tasso di occupazione aumenterebbe di circa 6 punti percentuali.

Per concludere, la proposta del ministro andrebbe eventualmente criticata per non essere stata sufficientemente coraggiosa. La contrattazione salariale su base territoriale andrebbe prevista infatti non solo per tutto il settore pubblico, ma andrebbe estesa alla contrattazione privata, potenziando la già esistente contrattazione di secondo livello.