Il coronavirus come opportunità per attaccare e ridurre lo spazio democratico? L’ipotesi, sostenuta dal nuovo report di Freedom House sull'impatto del Covid-19 sulla democrazia e sui diritti umani, è confermata dai dati raccolti da gennaio ad agosto 2020: dall'inizio della pandemia, gli indicatori sono peggiorati in 80 paesi, specialmente in quelli già poco tutelati contro gli abusi di potere.

Alla medesima conclusione è giunto anche l’annuale studio di The Economist, che sottolinea come il forte calo delle libertà democratiche abbia portato il punteggio medio dell'indice al suo più basso livello storico. Last but not least, il segretario generale dell'ONU Antonio Guterres, nel suo discorso annuale davanti al Consiglio dei diritti dell'uomo il 22 febbraio 2021. ha deplorato il fatto che il pretesto dell'epidemia di Covid-19 venga utilizzato da alcuni paesi, che non ha citato, per mettere a tacere le ′′voci dissonanti ′′ e i media e minare le libertà fondamentali.

Giova ricordare che già il 2019 era stato un anno caratterizzato da ripetute proteste di piazza in numerosi Stati, da Hong Kong al Cile, dalla Francia al Libano: la crisi della governance democratica è dunque iniziata molto prima della pandemia (14 anni consecutivi di declino della libertà, secondo Freedom House) e probabilmente non si arresterà con la fine della crisi sanitaria, poiché le leggi e le norme in atto ora saranno difficili da invertire nei prossimi anni.

La Grande Muraglia che frena i diritti

La Cina potrebbe rivelarsi un modello distopico per il futuro: aumento della retorica nazionalista e propagandistica in patria nel tentativo di soffocare le richieste di trasparenza e responsabilità, sorveglianza tecnologica rafforzata e innovativa, repressione su coloro che contraddicono la vulgata del regime all'interno e all'esterno del paese e persecuzione di potenziali critici tra l'élite nazionale.

L'abuso di potere da parte del governo è segnalato come uno dei problemi più gravi. Funzionari e servizi di sicurezza hanno perpetrato violenze contro i civili, detenuti anche senza giustificazione, oltrepassando la loro autorità legale e concedendosi poteri speciali al di là di quanto è ragionevolmente necessario per proteggere la salute pubblica. Hanno inoltre sfruttato questi poteri di emergenza per interferire nel sistema giudiziario, imporre restrizioni senza precedenti agli oppositori politici e minare funzioni legislative cruciali.

La ricerca di Freedom House ha trovato prove in almeno 66 paesi, parzialmente liberi e non liberi. Gli alti tassi di abuso da parte delle autorità nei paesi parzialmente liberi indicano probabilmente che i governi con un'opposizione attiva e deboli controlli sul proprio potere percepiscono una maggiore necessità e opportunità di ricorrere alla violenza  (segnalati in particolare Liberia, Zimbabwe, Kazakistan, Cambogia, Azerbaigian e Sri Lanka, ma anche Paesi come Filippine, Guatemala e Serbia)  Allo stesso tempo, i parlamenti sono stati ostacolati dalle restrizioni sanitarie e dalle leggi di emergenza, e talvolta manipolati per scopi politici.

I casi Tunisia e Georgia e l'impatto sproporzionato

I risultati del sondaggio hanno evidenziato viceversa due paesi che non sono democrazie di vecchia data, ma che si sono distinti in positivo: la Tunisia e la Georgia, paese parzialmente libero, ma dove il governo è stato ampiamente elogiato dalla popolazione per aver imposto misure rigorose, ma trasparenti, per affrontare la pandemia. La Georgia ha registrato uno dei tassi di mortalità più bassi a livello globale.

Gli abusi di potere durante la pandemia hanno avuto un impatto sproporzionato sulle comunità che erano già emarginate. mettendo in atto nuove o maggiori restrizioni alle minoranze etniche e religiose. In alcuni Paesi, le misure di isolamento sono state applicate in modo apertamente discriminatorio a segmenti specifici della popolazione. In Bulgaria, i quartieri rom sono stati sottoposti a restrizioni di movimento più severe rispetto alle aree in cui i rom non costituivano la maggioranza.

In Kuwait, le autorità hanno imposto maggiori restrizioni ai quartieri non cittadini rispetto alle aree in cui vivono principalmente cittadini. Anche gruppi criminali e ribelli hanno utilizzato la pandemia come pretesto per depredare le comunità emarginate. In Colombia, secondo un intervistato, "le minoranze etniche hanno dovuto ritirarsi nei loro rifugi per proteggersi dal virus e con ciò si sono trovate in balia di gruppi armati illegali".

I gruppi emarginati e i rifugiati hanno subito sanzioni sproporzionate nel Regno Unito (neri e asiatici) e in Turchia, e sono stati trattati come capri espiatori e accusati di diffondere il virus in India, Sri Lanka, Costa Rica, Serbia e Montenegro.

Bugie e verità

I leader, autoritari o democraticamente eletti allo stesso modo, non sono riusciti a essere sinceri sull'impatto del coronavirus: le carenze nella trasparenza e nell'informazione ufficiale è stato segnalato come un altro dei maggiori problemi, al punto che solo il 56% degli intervistati ha fiducia in ciò che i media nel loro paese riferiscono del virus.
Inoltre, le massicce spese per assistere la salute pubblica e l'economia, spesso distribuite frettolosamente e senza meccanismi rigorosi per monitorare i fondi, hanno favorito la corruzione.

I media indipendenti hanno subito restrizioni durante la pandemia in almeno 91 paesi su 192 (47%).

I giornalisti che si occupano della crisi sono stati arrestati o sono stati oggetto di violenza, molestie e intimidazioni. I governi hanno esercitato il controllo sui contenuti, revocato le registrazioni dei punti vendita, sospeso la stampa di giornali, negato credenziali di stampa e limitato le domande indipendenti durante le conferenze stampa. È stata approvata una nuova legislazione contro la diffusione di fake news sul virus, mentre i siti web sono stati bloccati e gli articoli online o i post sui social media sono stati rimossi. L’esigenza del pubblico di avere informazioni imparziali durante una pandemia rende questi metodi particolarmente odiosi. Sono state imposte restrizioni alla libertà di parola in generale e alle critiche al governo in almeno 72 paesi.

Le urne con la mascherina

Le elezioni nazionali in nove paesi e molte altre regionali sono state interrotte in qualche modo tra gennaio e agosto 2020. Dato il rapido insorgere della pandemia e gli acuti rischi per la salute che comportava per gli elettori, i rinvii non erano sempre irragionevoli. Eppure tali misure spesso non sono riuscite a soddisfare gli standard democratici, come in Sri Lanka, Etiopia, Bolivia e specialmente Hong Kong, Tra i paesi che hanno tenuto le elezioni, spiccano due casi incoraggianti e con una buona pianificazione, la Corea del sud, dove il partito al governo è stato premiato con una clamorosa vittoria e la Nuova Zelanda.

Sia Freedom House che The Economist concordano sul fatto che la crisi sanitaria non sia stata ben gestita, purtroppo, anche in molti Paesi normalmente considerati democrazie avanzate: la disinformazione ha prosperato in India, Brasile e soprattutto Stati Uniti, dove le fratture nelle istituzioni democratiche sono cresciute insieme al bilancio delle vittime che è stato tra i più alti al mondo. L'amministrazione Trump è stata duramente criticata per aver creato una nebbia di disinformazione intorno alla pandemia; l’affermazione del movimento Black Lives Matter come risposta alle crescenti disuguaglianze razziali e l’incredibile insurrezione di Capitol Hill hanno dato un’immagine a dir poco preoccupante del Paese.

Tra marzo e luglio, inoltre, le autorità statunitensi hanno utilizzato una direttiva sanitaria di emergenza per espellere sommariamente più di 40.000 persone che sono state arrestate per presunti attraversamenti di frontiera non autorizzati.

Ma, nonostante quarantene, coprifuoco e blocchi, molte persone sono scese e stanno ancora scendendo in piazza per sfidare i loro governi anche in Olanda, Danimarca, Spagna, Francia oltre che in Bielorussia e Myanmar. Sebbene 158 paesi abbiano introdotto nuove restrizioni per le manifestazioni, i ricercatori di Freedom House hanno identificato proteste significative in almeno 90 paesi dall'inizio dell'epidemia. Queste dimostrazioni si sono svolte nel 39% dei paesi liberi, nel 60% dei paesi parzialmente liberi e nel 43% dei paesi non liberi in esame.

Questa veloce e non rassicurante panoramica viene mestamente sintetizzata dall’Economist: soltanto l’8,4% del mondo vive in una “piena democrazia” e in questa percentuale non rientrano più Paesi che della democrazia sono stati la culla: Francia, Stati e Uniti e Italia, oltre al Portogallo.