L’Italia ha evitato l’inferno. Almeno per ora. Ha superato la prima pagella delle agenzie di rating. S&P conferma il rating BBB dell'Italia con outlook stabile. Perfino meglio del previsto. Tra gli analisti c’era chi ipotizzava che Standard and Poor’s potesse declassare l’Italia senza per questo condannarla tra i Paesi “non-investment grade” cioè con titoli spazzatura.

Invece, l’agenzia americana ha confermato il precedente giudizio accompagnandolo con queste previsioni:«La crescita economica italiana decelererà nel 2023 e nel 2024. Per il 2025 prevediamo che la crescita del Pil italiano riprenderà sopra l'1%». S&P prevede un Pil in crescita dello 0,9% quest'anno, dello 0,7% il prossimo e dell'1,3% nel 2025. Un giudizio onesto è il primo commento del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che aveva professato alla vigilia un ottimismo della ragione frutto anche degli incontri frequenti con le agenzie di rating per dimostrare «la credibilità e la solidità del Paese»:«Abbiamo scritto una legge di bilancio correttamente impostata e a nostro giudizio troverà la valutazione onesta delle agenzie di rating che l'hanno letta e di certo non basano le loro valutazioni sul gossip e i titoli scandalistici».

I prossimi giudizi

Se un esame è superato, ne restano altri cinque. Quattro con le agenzie di rating e uno, altrettanto decisivo, con la Commissione Europea. Che ha annunciato per il 21 novembre il verdetto sulla legge di bilancio che il governo Meloni ha spedito a Bruxelles subito dopo il via libera del consiglio dei ministri alla manovra da quasi 24  miliardi. A quel punto il giudizio di Scoope, atteso per il primo dicembre, potrà anche essere accolto con un certo disinteresse. Il destino dell’Italia sarà già stato deciso.

L’economista Mario Deaglio, intervistato da Focus Economia su Radio 24, ha spiegato come si arriva alla valutazione finale: «Si parte dal livello tecnico, con l’esame asettico dei dati. Poi tocca al direttore dell’agenzia completare il lavoro facendo una valutazione complessiva, che tenga conto del quadro attuale. Ha insomma un margine di manovra, diciamo dello zero virgola, per modificare il giudizio iniziale tenendo conto di motivi extra economici, come una guerra. In ogni caso il giudizio più importante sarà quello di Moody’s perché è l’agenzia che ha il maggior seguito tra i fondi di investimento». Ma quanto contano alla fine le agenzie di rating? «Non sono la Bibbia però i mercati le seguono, sono un punto di riferimento – dice Emilio Barucci, economista, docente del Politecnico di Milano e autore di “Euro digitale” - Queste sono le regole del gioco. Non capirlo vuol dire scherzare con il fuoco».

E quindi non resta che cerchiare in rosso sull’agenda le prossime date dei verdetti delle agenzie. Il primo tra una settimana, il 27 ottobre, con la canadese Dbrs, che in primavera  ha dato all’Italia la valutazione più alta (BBB high), poi Fitch il 10 novembre (si parte da un giudizio BBB) e il 17 novembre Moody’s. Il più atteso di tutti. L’ultimo esame sarà davvero senza appello. Mentre per le prime due agenzie il giudizio di partenza è BBB, e dunque in caso di declassamento resta ancora un gradino prima di essere classificati junk (spazzatura), Moody’s parte da un livello più sotto - BAA3 - e dunque se abbassa ancora il rating l’Italia diventa "non-investment grade”. Cioè la categoria speculativa dei titoli, con una conseguenza immediata: il ritiro dai titoli italiani di tutta una serie di fondi, compresi quelli pensionistici americani, che hanno investito masse importanti di denaro in Bot e Btp. Un brutto colpo per un Paese che deve trovare sul mercato 480 miliardi.

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