Dietro la sigla Pnacc si nasconde il piano di difesa dai cambiamenti climatici. Lo hanno redatto per la prima volta nel 2018 e ora lo stanno aggiornando per poi approvarlo in via definitiva. Uno spaccato, quello sulla provincia di Cuneo, è finito dentro “La forza della natura” il quaderno numero 44 che la Fondazione Crc ha appena pubblicato, dedicato ai cambiamenti climatici e alle nature based-solutions. Ma il Pnacc è in realtà una sorta di radiografia del clima in Italia. Che in base all’andamento meteorologico – ricavato dai dati raccolti dall’Ipcc, l’organismo dell’Onu sul cambiamento climatico tra il 1981 e il 2020 – ha diviso il Paese in sei macroregioni. Dispensando istruzioni su come attenuare gli effetti dei cambiamenti climatici: dalle alluvioni ai periodi di siccità prolungata, dalle bombe d’acqua alle frane, alle ondate di calore.

Sono tanti i “capricci” del tempo con cui da anni ormai ci stiamo misurando. Senza però aver ancora preso le misure che consentano di rispondere all’intento della ricerca: un Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. E così ci troviamo a dover far fronte a emergenze come quella della Romagna. Ma solo l’ultima di una catena di catastrofi in nemmeno un anno: prima ancora avevano dovuto fare i conti con frane, crolli e allagamenti a Ischia e nelle Marche. Per non dimenticare l’altro risvolto della medaglia: la siccità. Solo le piogge di maggio e giugno hanno cancellato a Nord Ovest – e, in particolare, nelle province di Cuneo e Torino – il poco invidiabile primato di area più arida d’Europa nel 2022. Ventun mesi di precipitazioni – pioggia e neve – cosi ridotte da farne un caso di studio. E accanto a una mappa delle province italiane secondo l’indice di rischio bidimensionale – cioè che tiene conto del rischio potenziale di impatto e della capacità di adattamento – c’è una tabella che classifica le province.

La classifica provincia per provincia

Così, per esempio, tra quelle con l’indice degli impatti potenziali molto alti figurano Roma, Cuneo, Perugia, Salerno, Potenza e Cosenza. Un’ideale linea che dal profondo Nord si estende al Sud più lontano. Mentre, per contro, l’incidenza è giudicata bassa per Monza, Brianza, Trieste, Lecco, Lodi, Biella, Fermo, Gorizia, Brindisi, Lecce, Barletta, Andria, Trani e Vibo Valentia. Ma la tabella misura anche l’indice di adattamento che comprende nella categoria alta sedici province, comprende tra le altre Milano, Roma, Firenze, Bologna, Vicenza, Pordenone e Varese. Nella parte inferiore della tabella – capacità di adattamento bassa – rientrano in pratica solo città del Sud – con l’eccezione di Oristano – e in buon numero affacciate sul mare: da Catania a Napoli, da Crotone a Brindisi, da Reggio Calabria a Palermo per citarne alcune.

 

A mescolare ancora di più le carte ecco la suddivisione dell’Italia in sei macroregioni del tutto differente rispetto alla ripartizione geografica che s’impara sui banchi di scuola. Con province che vengono divise anche in più blocchi: di nuovo è il caso del Cuneese. A determinare questa mappa ridisegnata dell’Italia nel segno dei cambiamenti climatici gli eventi atmosferici nel corso dell’anno: piogge, nevicate, temperature. La prima macroregione comprende Prealpi e Appenino Settentrionale. Rientra oltre la metà del Piemonte, della Liguria e della Toscana, una bella fetta di Veneto e Marche. Caratteristica: un’area dove i fenomeni di precipitazioni estreme sono elevati. La seconda macroregione comprende un bel pezzo di Pianura Padana ma anche l’alto versante adriatico e aree costiere dell’Italia centro meridionale. Per intenderci rientrano Bologna, Napoli e Bari. Minimo comun denominatore climatico: un numero di giorni sopra i 29 gradi superiore alla media e anche il numero massimo di giorni consecutivi senza pioggia.  La terza macroregione si espande lungo l’Appenino centro meridionale ma comprende anche zone limitate del Nord Ovest. A unirle scarse precipitazioni estive e, invece, con valori sopra la media d’inverno. La quarta macroregione comprende l’area alpina dal Piemonte (poco) al Friuli, con propaggini in Liguria, Toscana e Emilia. Caratteristica: il minimo valore di temperatura media (meno di sei gradi). La penultima macroregione è l’area più piovosa e comprende un terzo della Liguria e due terzi del Friuli Venezia Giulia. La sesta macroregione mette insieme le aree insulari e l’estremo sud dell’Italia. Minimo comun denominatore: è l’area mediamente più calda e secca, con pochi giorni di pioggia.

Ecco le sei macroregioni in cui è stata divisa l'Italia in base ai dati climatici di trent'anni

Scattata la fotografia, il Pnacc si propone di dettare anche alcuni rimedi. Li prova a riassumere Alessandro Bellio, ricercatore di Etifor, società nata da uno spin-off dell’università di Padova: «Per le città il primo invito è a creare aree verdi per limitare innanzitutto le ondate di calore accentuate da cemento e asfalto. Non solo, piantando alberi, si rende il terreno più permeabile dunque in grado di assorbire meglio l’impatto delle bombe d’acqua. Poi il piano prende in considerazione tutta una serie di interventi per aiutare l’agricoltura in tempi di siccità, fenomeno destinato a ripetersi con maggior frequenza. E così bisogna imparare a ottimizzare meglio l’utilizzo dell’acqua, grazie all’irrigazione a pioggia. Contemporaneamente si ricorrerà sempre di più a reti di protezione dalla grandine, altro fenomeno destinato a intensificarsi. Ma bisogna cominciare a prendere in considerazione anche il cambio di colture e lo spostamento di altre». C’è un capitolo che riguarda anche la montagna e l’industria della neve. Neanche il Pnacc sembra lasciare scampo alla stazioni sciistiche al di sotto dei 1500 metri.«Le precipitazioni saranno sempre più rare e le temperature più alte, tali da impedire la produzione di neve artificiale oppure decretarne il suo rapido scioglimento – aggiunge Bellio – Bisognerà applicarsi nella riconversione degli impianti sciistici ad altri impieghi. Per esempio il trasporto di chi va in mountain bike».